UCRAINA
Fiducia sulle armi a Kiev: il governo blinda il decreto, i “vannacciani” sorprendono e votano Sì
Numeri che pesano, scelte che dividono: tra tattica parlamentare e fratture nel centrodestra, la Camera supera lo scoglio della fiducia sul decreto Ucraina
L’immagine che resta è una mano levata nell’emiciclo di Montecitorio, quando ancora aleggia un brusio teso: tre dita alzate fra i banchi del gruppo misto. Sono i tre parlamentari vicini a Roberto Vannacci — Emanuele Pozzolo, Rossano Sasso, Edoardo Ziello — a scandire un Sì che pesa. La Camera dei deputati ha appena approvato la fiducia sul decreto che proroga l’invio di armamenti all’Ucraina: 207 voti favorevoli, 119 contrari, 4 astenuti. Numeri freddi, certo. Ma dietro quei numeri si muove la geografia politica di una maggioranza che sceglie la via più netta — la fiducia — per impedire il voto su un emendamento destinato a far esplodere le sue contraddizioni interne. E che, paradossalmente, finisce per metterle ancora più a nudo.
Il voto che blinda il decreto e la mossa politica del governo
Il passaggio in Aula dell’11 febbraio 2026 è plasticamente la resa dei conti su un decreto cruciale: quello che converte il D.L. 31 dicembre 2025, n. 201 (C. 2754-A), contenente la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari a Kiev, ma anche misure sul rinnovo dei permessi di soggiorno per i cittadini ucraini in Italia e sulla sicurezza dei giornalisti freelance. La decisione dell’esecutivo di porre la fiducia arriva alla vigilia, in Aula, per voce del ministro della Difesa Guido Crosetto, ed è esplicitata con parole inequivocabili: non un modo per “scappare” dal confronto sugli emendamenti, ma uno strumento per “chiarire le posizioni” nella maggioranza. In altre parole: costringere tutti a un’assunzione di responsabilità, proprio perché il cuore del provvedimento — la proroga degli invii militari — rischiava di diventare terreno minato.
La tempistica istituzionale è serrata: la Camera fissa dichiarazioni di voto e fiducia l’11 febbraio, con successive votazioni pomeridiane, mentre la conversione in legge del decreto dovrà arrivare entro la scadenza fissata ai primi di marzo. Il calendario e la cornice procedurale sono ufficiali e confermati dai canali parlamentari; la fiducia “tecnica” e politica insieme serve a traghettare il testo verso il passaggio successivo.
La sorpresa calcolata dei “vannacciani”: Sì alla fiducia, No nel merito
Fino a poche ore prima, lo scenario opposto sembrava plausibile. Proprio i tre deputati vicini a Vannacci avevano depositato — insieme a forze d’opposizione come M5S e AVS — proposte per lo stop alle forniture militari e, negli ordini del giorno, la richiesta di “desecretare” l’elenco dei materiali e di destinare eventuali risparmi a sicurezza e organici delle forze dell’ordine. Poi, la svolta: indicazione di voto favorevole alla fiducia, motivata dal generale con una chiave tutta politica, quella di “delimitare il perimetro” del centrodestra. Una linea che, sul piano aritmetico, regala al governo un margine ulteriore nella conta; su quello politico, ribadisce però la contraddizione: Sì alla fiducia, ma dissenso sul merito degli aiuti militari.
Non è un dettaglio. Pochi giorni prima, gli stessi Sasso, Ziello e Pozzolo avevano firmato un emendamento che chiedeva la “soppressione totale” dell’autorizzazione a nuove forniture di armamenti a Kiev. Una bandiera identitaria per la neonata formazione di destra, Futuro Nazionale, e un sasso nello stagno del centrodestra, specie per la Lega, già divisa nella precedente tornata di voti sulla linea italiana in Ucraina.
La strategia della fiducia secondo Crosetto: “non fuga, ma chiarezza”
Sul banco del governo, Guido Crosetto rivendica la scelta. La fiducia, spiega, è “atto serio di posizionamento politico”, perché obbliga ciascuno a dire, senza ambiguità, se intende sostenere l’esecutivo su un tema che tocca alleanze internazionali, impegni con i partner, credibilità del Paese. E aggiunge, a scanso di equivoci: non si tratta di evitare una “crisi interna”, semmai — paradosso solo apparente — di “evidenziarla” per risolverla alla luce del sole. Nella sua piatta chiarezza sta la sostanza del giorno: neutralizzare l’emendamento dei “vannacciani” e trasformare il voto in un test di lealtà politica.
Cosa c’è nel decreto: proroga degli aiuti militari, permessi e tutela dei giornalisti
Ridurre il decreto al solo “capitolo armi” è comodo, ma parziale. Oltre all’autorizzazione a proseguire la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari all’Ucraina, il testo contiene due tasselli non marginali: il rinnovo dei permessi di soggiorno in possesso di cittadini ucraini presenti in Italia e misure per la sicurezza dei giornalisti freelance che lavorano in aree di crisi. Si tratta di profili che allargano il perimetro del provvedimento oltre la dimensione strettamente militare, tenendo insieme il capitolo sicurezza con quello umanitario e dei diritti. La scheda tecnica del Servizio Studi della Camera non lascia ambiguità sul perimetro normativo.
Quanto al contenuto degli aiuti, resta la classificazione dei dettagli dei materiali: una prassi consolidata, giustificata con ragioni di sicurezza operativa e di coordinamento con gli alleati, e già applicata ai precedenti pacchetti di sostegno. È proprio contro questa “opacità necessaria” che si sono indirizzati uno degli ordini del giorno dei “vannacciani” e alcune richieste dell’opposizione, tese a ottenere maggiore trasparenza ex post su costi e tipologie.
Il contesto parlamentare: maggioranza coesa sul voto-chiave, opposizioni in trincea
Sul tabellone di Montecitorio i 207 Sì fotografano una maggioranza che, nonostante le frizioni, si ricompatta sulla fiducia. I 119 No e le 4 astensioni riassumono il fronte contrario, dove pesano in particolare Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, coerenti con la loro linea di lungo periodo contro l’invio di armi. Ma la mappa delle posizioni resta più sfumata se si guarda al voto di merito sul decreto — distinto dalla fiducia — e alla dialettica interna al campo di governo, in particolare tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega. In questo quadro, il Sì dei tre di Futuro Nazionale è un segnale che vale doppio: non solo salva il governo da possibili incidenti d’Aula; alza anche il prezzo politico della loro interlocuzione con il centrodestra.
Di sponda, si registra la posizione del vicepremier Antonio Tajani: presa di distanza netta dal “radicalismo” di Vannacci, con la riaffermazione dell’identità moderata di Forza Italia. È un messaggio non solo agli alleati, ma anche al proprio elettorato, alla vigilia di settimane in cui il tema-Ucraina — tra voto finale e passaggio al Senato — tornerà a scandire l’agenda politica.
La “microscissione” e il gioco a tre nel centrodestra
La traiettoria dei “vannacciani” è ormai esplicita. Usciti dalla Lega, approdati al gruppo misto e riuniti sotto la sigla Futuro Nazionale, puntano a ritagliarsi uno spazio a destra, contendendo a Matteo Salvini la rappresentanza del malcontento verso la prosecuzione degli aiuti militari. La firma dell’emendamento per azzerare l’articolo-chiave del decreto — quello che proroga l’invio — è il loro vessillo; la scelta di sostenere la fiducia un passaggio di posizionamento: fedeltà al perimetro del centrodestra, dissenso nel merito su Kiev. Nella filigrana, l’obiettivo di mostrarsi “partner possibili” di governo senza rinunciare alla bandiera identitaria. Un equilibrio precario ma politicamente redditizio, almeno nel breve periodo.
È in questa cornice che assume senso la severità di Crosetto: trasformare l’occasione in un redde rationem pubblico, impedire che un voto sugli emendamenti diventi un Vietnam parlamentare e chiedere a ciascuno di scoprire le carte. “Separare e rendere chiare le posizioni delle persone”, dice il ministro. Per poi, eventualmente, tirare le conseguenze.
Cosa succede adesso: il percorso verso la conversione e i margini di manovra
Superata la fiducia, il decreto prosegue l’iter con le votazioni sugli ordini del giorno e gli articoli, quindi il passaggio al Senato. La scadenza per la conversione è fissata entro i primi giorni di marzo 2026. È verosimile che il testo arrivi a Palazzo Madama blindato, proprio per scongiurare modifiche sostanziali che lo riporterebbero alla Camera fuori tempo massimo. Resta lo spazio — politico più che normativo — per un confronto supplementare sugli impegni di monitoraggio, sulla trasparenza ex post e sul bilanciamento tra aiuti militari e sostegno umanitario. Ma l’architrave — la proroga degli invii — appare consolidata.
Gli ordini del giorno e la partita della trasparenza
Nel dettaglio, i 16 ordini del giorno depositati includono — tra i primi — quelli firmati da Ziello, Sasso e Pozzolo: richiesta di sospendere l’invio di armi, “desecretare” gli elenchi dei materiali già forniti e destinare le risorse risparmiate all’innalzamento dei livelli di sicurezza interna. Il fronte M5S insiste su un rapporto dettagliato alle Camere delle spese sostenute “anche in relazione ai costi di trasporto”, nel segno della trasparenza e del controllo parlamentare. È su questa arena che potrebbe riaccendersi la contesa: senza toccare la struttura del decreto, ma provando a orientarne l’attuazione e la rendicontazione.
Il precedente e la continuità della linea italiana su Kiev
Il voto dell’11 febbraio 2026 si inserisce in una traiettoria di continuità della politica italiana: già tra gennaio 2025 e la prima metà della legislatura, Camera e Senato avevano approvato risoluzioni per proseguire il sostegno militare all’Ucraina, con il dettaglio dei materiali classificato e definito con decreti del Ministero della Difesa, di concerto con Esteri ed Economia. Di volta in volta, le opposizioni si sono divise: PD, Italia Viva e Azione in più occasioni hanno votato a favore dei decreti “Ucraina”, mentre M5S e AVS hanno mantenuto un fronte contrario. Il decreto in esame conferma tale impianto, adattandolo alla congiuntura di fine 2025-inizio 2026.
Le reazioni e le frizioni: tra Palazzo e piazze
Sul piano politico, la fiducia produce riflessi immediati. Dal fronte di Futuro Nazionale, si rivendica affidabilità di interlocuzione con il centrodestra e si attacca la Lega per presunte incoerenze: criticare gli invii in pubblico, poi votare a favore in Aula. Dal versante opposto, M5S e AVS bollano il Sì dei “vannacciani” come un tradimento delle loro dichiarazioni, accusando la maggioranza di utilizzare un tema drammatico come la guerra per giochi di posizionamento. Intanto, Forza Italia marca la distanza culturale dal nuovo soggetto politico guidato da Vannacci, negando affinità programmatiche e ribadendo la vocazione europeista e atlantista del partito. Un mosaico di messaggi che racconta come il dossier-Ucraina sia ormai cartina di tornasole di identità e leadership nel centrodestra.
Il nodo sostanza: perché il governo ha scelto questa strada
Al netto delle schermaglie, la sostanza è limpida. Con la fiducia il governo evita un voto puntuale sugli emendamenti che — sul crinale ucraino — avrebbe potuto produrre incidenti numerici e simbolici. E rilancia un messaggio all’esterno: continuità degli impegni con gli alleati, affidabilità della postura italiana, tutela degli interessi nazionali nel quadro NATO e UE. In Aula, Crosetto ha scelto di mettere la faccia su questa linea, intrecciando ragioni di metodo parlamentare e di merito geopolitico. Una scelta che assume ulteriore significato se proiettata verso i prossimi passaggi: la guerra in Ucraina non offre tregue e, sul fronte occidentale, le finestre decisionali — tra budget, stock, tempi industriali — non tollerano incertezze. Da qui l’insistenza sulla “chiarezza delle posizioni”.
Il paradosso finale: più chiarezza o più ambiguità?
Resta un paradosso da annotare. La fiducia “chiarisce”, ma al contempo consente a soggetti politici di tenere insieme due posture: la lealtà al perimetro di governo e la contrarietà nel merito agli aiuti militari. I tre di Futuro Nazionale ne hanno dato una dimostrazione scolastica: Sì alla fiducia per marcare distanza dalla sinistra e dai 5 Stelle, No agli armamenti per consolidare il proprio profilo. Per il governo è un prezzo accettabile, se la priorità è portare a casa la conversione del decreto senza scossoni. Per la dialettica nel centrodestra è una partita aperta: i prossimi passaggi sugli ordini del giorno, e soprattutto il voto finale sul provvedimento, diranno se quel Sì di oggi è l’inizio di un avvicinamento o l’ennesima mossa di un gioco di posizione.
I numeri, ancora una volta
In ultima analisi, tutto torna a quei tre numeri in grassetto sul tabellone: 207 Sì, 119 No, 4 astenuti. Dentro ci sono strategie, paure, ambizioni, e quell’arte antica della politica che fa dei voti di fiducia un bisturi: incidono, talvolta fanno male, ma raramente sbagliano il punto. L’11 febbraio 2026 il bisturi ha tagliato dove il governo voleva. Resta da vedere come cicatrizzerà.