IL CASO
Parigi alza la voce all’Onu: «Quelle parole su Israele sono un oltraggio». La Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese
La mossa scuote Ginevra: la richiesta formale arriverà al Consiglio dei diritti umani il 23 febbraio
In una sala del Parlamento francese, il brusio si spegne di colpo. Prende la parola il ministro degli Esteri Jean‑Noël Barrot: “Le parole della relatrice speciale sono oltraggiose e irresponsabili”. Non è un passaggio di routine. Il governo di Parigi, storicamente attento a calibrare i toni in materia di Medio Oriente, annuncia che chiederà le dimissioni della giurista italiana Francesca Albanese dal mandato di relatrice speciale dell’Onu sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati. E precisa una data: il 23 febbraio 2026, quando si aprirà a Ginevra la 61ª sessione del Consiglio dei diritti umani. È l’innesco di uno scontro istituzionale che travalica la persona e si allarga al funzionamento stesso del sistema Onu.
Cosa è successo e perché ora
Il casus belli è una frase pronunciata a Doha, durante l’Al Jazeera Forum: collegata in video, Francesca Albanese parla di un’“umanità che ha ora un nemico comune”, e il riferimento – sostengono critici e media presenti – è a Israele. L’intervento avviene in un contesto già infiammato: tra gli ospiti figurano anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l’esponente di Hamas Khaled Meshaal. Le reazioni sono immediate, a partire da esponenti israeliani e organizzazioni ebraiche internazionali.
In Francia, il caso deflagra politicamente: la scelta di alzare l’asticella fino alla richiesta di dimissioni segnala un cambio di passo rispetto al tradizionale garbo diplomatico. A fare da sfondo, mesi di polemiche intorno al mandato della relatrice, fra accuse di parzialità e violazione del codice di condotta dei titolari delle “special procedures”. Già nel 2025 Parigi aveva espresso “rammarico” per la prosecuzione del mandato, invocando riforme per rafforzare l’imparzialità dei titolari.
La posizione di Parigi, parola per parola
Secondo quanto riportato da fonti francesi e italiane, Jean‑Noël Barrot rimprovera ad Albanese di aver “preso di mira non il governo israeliano – legittimamente criticabile – ma Israele in quanto popolo e nazione”, giudicando il lessico “assolutamente inaccettabile”. Per questo, annuncia che la Francia formalizzerà la richiesta di dimissioni al Consiglio dei diritti umani all’avvio della sessione. È un passaggio pesante, perché un Paese fondatore dell’Onu contesta non solo un comportamento, ma la tenuta di un ruolo sensibile, nel cuore delle Nazioni Unite.
Il contesto: cosa fa davvero una “relatrice speciale”
Per capire la portata dell’episodio, serve una bussola istituzionale: i relatori speciali sono esperti indipendenti nominati dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu; non sono dipendenti Onu, non percepiscono stipendio e rispondono a un codice di condotta. Il loro mandato – tematico o per Paese – è sostenuto logisticamente dall’Alto Commissariato per i diritti umani (OHCHR), ma gli esperti operano “a titolo personale”.
Sulla durata degli incarichi, un chiarimento ufficiale dell’OHCHR nel 2025 ha ribadito che i relatori per Paese possono servire fino a un massimo di sei anni; nel caso di Albanese, nominata nell’aprile 2022 ed entrata in carica il 1° maggio 2022, il termine naturale sarebbe il 30 aprile 2028. Il punto è cruciale perché spiega perché non ci sia un “voto di rinnovo” ad ogni giro: i sei anni sono il tetto massimo, salvo diversa decisione del Consiglio.
Doha, palco e parole: perché hanno fatto saltare il banco
Che una relatrice speciale parli in un panel dove compaiono anche figure come Khaled Meshaal o il capo della diplomazia iraniana Araghchi è, di per sé, un detonatore politico. La frase sulla “comune nemicità” attribuita a Israele è stata registrata e rilanciata da media e osservatori; per i critici è un salto di qualità: non una denuncia di politiche, ma la demonizzazione di uno Stato‑popolo. Da qui l’accusa di scivolare verso narrazioni antisemite e la richiesta di rimuovere la titolare del mandato. L’episodio segue mesi ad alta tensione: nel luglio 2025, il governo degli Stati Uniti aveva imposto sanzioni personali alla relatrice, innescando una catena di reazioni internazionali – critica durissima da parte di Amnesty International, condanna delle sanzioni da parte dell’Alto Commissario per i diritti umani e rammarico dell’Ue.
Francia in campo: il precedente e l’oggi
Non è la prima volta che Parigi interviene sul dossier. Già nell’aprile 2025 il governo francese aveva espresso rammarico per la prosecuzione del mandato di Albanese, accompagnandolo con un appello a riformare prassi e comunicazione delle special procedures per garantirne l’imparzialità. Quel segnale, allora, si fermò a una presa di posizione. Oggi diventa azione politica formale: chiedere le dimissioni. Un passo che, per un Paese membro influente, sposta gli equilibri e costringe gli altri attori europei a una scelta tra silenzio, presa di distanza o sostegno.