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lo scandalo

“Un debito da 6 milioni e una casella email bollente”: i messaggi che legano Sarah Ferguson a Jeffrey Epstein

Nelle nuove carte del Dipartimento di Giustizia USA mesi di trattative, implorazioni e progetti commerciali: nel 2009, tra richieste d’aiuto, piani per salvare i conti e persino l’idea di vendere gioielli, spuntano i nomi di intermediari e businessmen pronti a “gestire” le passività

11 Febbraio 2026, 23:59

12 Febbraio 2026, 00:08

“Un debito da 6 milioni e una casella email bollente”: dentro i messaggi che legano Sarah Ferguson a Jeffrey Epstein

Le nuove carte del Dipartimento di Giustizia USA illuminano mesi di trattative, implorazioni e progetti commerciali: nel 2009, tra richieste d’aiuto, piani per salvare i conti e persino l’idea di vendere gioielli, spuntano i nomi di intermediari e businessmen pronti a “gestire” le passività. Ma la storia è più complessa di così.

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Estate 2009. L’oggetto del messaggio è asciutto il tono non proprio. Sarah Ferguson, ex duchessa di York cerca un appiglio per un debito che sfiora i 6 milioni di sterline. Quell' “appiglio” ha un nome oggi ingombrante: Jeffrey Epstein. I nuovi archivi del Dipartimento di Giustizia statunitense – milioni di pagine che stanno ridisegnando relazioni e responsabilità di un sistema di potere – tracciano il momento più delicato della vita finanziaria di Sarah Ferguson: l’ansia di “evitare il fallimento”, la caccia a sponsor e contratti, la lista di progetti editoriali e televisivi da monetizzare “subito”, persino l’ipotesi di impegnare gioielli per far fronte alle scadenze. In mezzo, l’inquietante familiarità con un uomo appena uscito da una condanna per reati sessuali su minori. E attorno, un piccolo circuito di consulenti: David Stern e Vladimir Zemtsov, che negli scambi e nelle note vengono indicati come interlocutori per “opzioni di salvataggio” e gestione delle passività.

Gli scambi del 2009 – a ridosso o immediatamente dopo la fine della detenzione domiciliare di Epstein in Florida – rivelano la trama: Sarah Ferguson cerca consigli su come ristrutturare un’esposizione di circa 6 milioni di sterline, mentre valuta offerte di “bail out” da parte di miliardari, accordi di sponsorizzazione, nuovi contratti tv e librari, e un controllo più serrato su royalties e contabilità. Nei messaggi, il lessico è crudo: la prospettiva di “vendere gioielli” compare come extrema ratio. In parallelo, Stern e Zemtsov entrano nella conversazione: il primo fa da cerniera con Epstein, il secondo viene citato come potenziale valutatore per una soluzione che “ripulisca” le pendenze.

In una lunga email – uno dei documenti più interessanti – Ferguson compila un inventario delle opportunità in cantiere: libri (dice di averne scritti “26”), format televisivi, conferenze a pagamento, progetti per l’infanzia e perfino un’embrionale strategia di licensing. Chiede di sapere chi stia “tracciando” i ricavi e propone di assumere un manager/CEO per “ordinare tutto”. È un frammento quasi aziendale di una vicenda personale: monetizzare ogni risorsa disponibile.

Questa spinta alla capitalizzazione troverà una sua forma nel brand “Mother’s Army”: secondo un'email del 2009, un associato di Epstein prospetta addirittura che il finanziere possa detenere il 51% dell’equity del progetto, una struttura che – alla luce della condanna del 2008 – oggi suona clamorosa. Il piano indica introiti attesi da accordi editoriali, partecipazione a programmi tv per bambini. Un'operazione di rilancio che si appoggia a un “socio di maggioranza” indicibile.

Un aspetto che colpisce è il divario tra comunicazione pubblica e confidenza privata. Nel marzo 2011, sotto il fuoco di critiche, Sarah Ferguson parla di “gigantesco errore” nell’aver accettato 15.000 dollari da Epstein e assicura che “non avrà più nulla a che fare con lui”. Poche settimane dopo, però, invie le email al finanziere pedofilo sostenendo di non averlo mai definito con la parola più infamante e di aver protetto il proprio “brand”. Ci sono messaggi del 2009 in cui definisce Epstein un “fratello” e una “leggenda”, con toni di gratitudine per contatti e opportunità sbloccate dopo un pranzo di lavoro. 

Il 2010 è l’anno della caduta d’immagine: il video pubblicato dal News of the World in cui Ferguson appare chiedere 500.000 sterline in cambio di contatti con Andrew squarcia il velo su quell’economia di favori e promesse. Parallelamente, le mail raccontano di contenziosi legali e di pagamenti indiretti a ex collaboratori a conferma che la crisi di liquidità non era un fantasma.

Mentre l’onda lunga delle carte del Dipartimento di Giustizia si abbatte su vecchie amicizie e nuove responsabilità, la charity personale di Ferguson, Sarah’s Trust, annuncia la chiusura e tornano a galla mail in cui la ex duchessa descrive Epstein con espressioni di stima, anche anni dopo la sua condanna del 2008 per gravi reati sessuali.

Ma chi è David Stern? Alcune inchieste giornalistiche lo dipingono come un intermediario capace di muoversi tra business, diplomazia informale e il circuito della corte britannica, con rapporti stretti sia con Andrew sia con Epstein per quasi un decennio. Nelle email su Ferguson, Stern appare come gestore operativo: inoltra articoli, calibra risposte, propone incontri, porta a Epstein piani d’investimento e, in un passaggio, tratta Ferguson con metafore non proprio carine. Stern continuerà a proporre a Epstein affari di ogni tipo.