13 febbraio 2026 - Aggiornato alle 18:43
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Il caso

L'affondo di Gratteri sul sì al referendum e lo scontro con le istituzioni: "Le minacce non mi mettono a tacere"

Parole che dividono quelle del procuratore di Napoli che avrebbe "bollato" come imputati, massoni e indagati tutti coloro che si esprimeranno a favore del quesito referendario sulla giustizia

13 Febbraio 2026, 00:21

10:18

da sinistra Nicola Gratteri, Carlo Nordio

da sinistra Nicola Gratteri, Carlo Nordio

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Un treno regionale per Reggio Calabria, un video di pochi secondi, una frase che rimbalza sugli smartphone prima ancora di arrivare nei palazzi romani. “Voteranno per il sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere”: l’uscita di Nicola Gratteri trasforma in un lampo la campagna referendaria sulla giustizia in una prova di stress per le istituzioni. Mentre le coalizioni contano i sondaggi e preparano l’assalto finale al voto del 22-23 marzo 2026, la politica si ferma davanti a un confine: quando l’intervento pubblico di un magistrato diventa un problema di equilibrio tra poteri dello Stato? E cosa ci dice questo scarto di toni sul clima in cui gli italiani saranno chiamati a decidere la revisione costituzionale sulla giustizia?

Le parole che hanno incendiato il dibattito

Secondo la ricostruzione convergente di più testate, l’innesco arriva da un’intervista video rilasciata dal procuratore di Napoli al Corriere della Calabria. In quel passaggio, Gratteri oppone il “No” delle “persone perbene” al “Sì” di “indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere”. Parole nette, che nel suo intento – spiegherà poi – vogliono indicare “i soggetti a cui questa riforma conviene”, non etichettare “tutti” gli elettori favorevoli. Ma il fotogramma comunicativo si è già impresso, scatenando la polemica. RaiNews e ANSA riportano fedelmente il virgolettato, insieme al contesto: campagna che entra nella fase calda e reazioni immediate della maggioranza.

Nel pomeriggio, davanti al montare della bufera, il procuratore precisa: “Sono stanco che i miei interventi vengano parcellizzati… ho detto che voteranno Sì le persone a cui questo sistema conviene”. Correzione di rotta, ma senza arretrare sul giudizio politico-istituzionale della riforma. La puntualizzazione è raccolta da testate locali calabresi e dalla stampa nazionale, con il dettaglio che non si tratta – insiste Gratteri – di una criminalizzazione di massa dell’elettorato del Sì.

«Io il senso della paura l’ho superato 35 anni fa, non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere», aggiunge Gratteri a Piazzapulita su La7.

«Non ho mai detto che i cittadini che voteranno Sì sono tutti appartenenti a centri di potere o a malavita e massoneria. Chi lo ripete è in malafede e vuole alzare lo scontro. Ma io non farò falli di reazione, e continuerò fino all’ultimo giorno la mia battaglia per il No».

L’urto con le massime cariche dello Stato

Nell’arco di poche ore, la replica istituzionale arriva ai massimi livelli. Il presidente del Senato Ignazio La Russa si dice “basito” e parla di “affermazione che offende milioni di cittadini”, chiedendo il ritorno a un confronto “sereno” sul merito. Dal suo omologo a Montecitorio, Lorenzo Fontana, arriva l’auspicio di un “dibattito sobrio e costruttivo”. È un richiamo al tono del confronto che, di fatto, suona come una censura dell’approccio del procuratore capo di Napoli.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio alza ulteriormente l’asticella: si dice “sconcertato” e torna a evocare l’idea – già circolata – di un test psico-attitudinale per i magistrati, “non solo all’inizio ma anche alla fine della carriera”. È un messaggio politico potente: il Guardasigilli usa l’episodio per ribadire la linea di rigore verso la magistratura e per saldare la polemica all’architettura stessa della riforma in votazione.

Dal fronte della maggioranza, il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, definisce “offensive” le parole di Gratteri: “Voterò convintamente Sì”, rivendica, respingendo l’accusa di rappresentare interessi opachi. Nelle stesse ore, altri esponenti del centrodestra marciano compatti: dalla richiesta di scuse a ipotesi di iniziative legali, con Matteo Salvini che – riferisce ANSA – minaccia una denuncia.

Il CSM si muove: pratica aperta

La reazione non resta confinata al circuito politico-mediatico. Il Consiglio Superiore della Magistratura apre una pratica per valutare l’eventuale sussistenza di profili disciplinari nelle affermazioni del procuratore. È un passaggio delicato: il “controllore” dell’autogoverno delle toghe entra nel merito di parole dette da un capo di procura su un referendum che tocca direttamente l’architettura della magistratura. Secondo ricostruzioni di Sky TG24 e ANSA, l’iniziativa del CSM si affianca a una segnalazione alla Corte di Cassazione per le valutazioni di competenza. Tempistica e perimetro dell’istruttoria saranno decisivi per capire se la vicenda resterà circoscritta al piano disciplinare o se assumerà un profilo più ampio, con implicazioni anche sulla libertà di manifestazione del pensiero dei magistrati in servizio.

Che cosa c’è in gioco il 22-23 marzo

In controluce alla polemica resta il cuore della consultazione. Il referendum confermativo – indetto per sabato 22 e domenica 23 marzo 2026 – chiede agli elettori se approvano la legge costituzionale che modifica, tra gli altri, gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione. I pilastri sono tre: la separazione delle “carriere” tra giudici e pubblici ministeri; la divisione del CSM in due organi distinti; l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Dopo la decisione dell’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione del 6 febbraio 2026 di riformulare il quesito, il governo ha confermato le date originarie, con decreto poi firmato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Nelle ore successive alla pronuncia della Cassazione, si era aperta un’ipotesi di slittamento per rispettare i termini minimi di campagna. Ma Palazzo Chigi ha scelto di “precisare” il quesito senza toccare il calendario, posizione avallata dal Quirinale come “giuridicamente ineccepibile”. Anche Euronews ha ricostruito la sequenza degli atti: modifica testuale, nessun rinvio. Un punto che rileva paradossalmente anche per la polemica sul tono del dibattito: con poco più di 40 giorni di campagna residui, ogni strappo discorsivo pesa di più.

I sondaggi, l’affluenza e la battaglia della narrazione

La fotografia demoscopica alla vigilia della crisi di nervi seguita all’affondo di Gratteri è complessa. Un’analisi commissionata da Sky TG24 all’istituto YouTrend indica un elemento decisivo: con affluenza bassa (circa 46,5%), sarebbe in vantaggio il “No” (51,1% contro 48,9%); con affluenza alta (circa 58,5%), passerebbe invece il “Sì” (52,6% contro 47,4%). È il dato che spiega perché il fronte governativo punti a mobilitare chi vede nella riforma la via per “equilibrare” il rapporto tra accusa e giudice, mentre le opposizioni insistono sulla difesa delle garanzie e sul rischio di una magistratura “meno autonoma”. In questo scenario, un incidente comunicativo così polarizzante può diventare cinghia di trasmissione per l’elettorato già motivato, ma anche detonatore di rifiuto tra gli indecisi.

Perché le parole contano: il profilo istituzionale

C’è un punto, tutt’altro che formale, che il caso porta a galla. Un procuratore della Repubblica in attività può dire che a votare in un certo modo saranno “indagati e imputati”? Qual è il punto di equilibrio tra la libertà di espressione e il dovere di riserva che la Costituzione e le norme sull’ordinamento giudiziario esigono da chi esercita funzioni requirenti? La pratica aperta dal CSM non è un automatismo: è una presa d’atto che il perimetro va valutato, specie quando a essere in ballo è una riforma che tocca l’autogoverno delle toghe e i meccanismi disciplinari. A rendere più scivoloso il terreno è l’effetto “endorsement” o “scomunica” implicita: un capo di procura, per il suo ruolo, parla da posizione asimmetrica rispetto al cittadino-elettore e al politico. Per questo l’invito alla sobrietà avanzato dalle massime cariche parlamentari non è solo bon ton istituzionale, ma un’istanza di tutela dell’imparzialità apparente e della fiducia collettiva nella giustizia.

Dossier riforma: i tre nodi che dividono

  1. Separazione delle “carriere”. Per i promotori del , separare i percorsi di giudici e pubblici ministeri elimina “contaminazioni” e rafforza la parità tra accusa e difesa. Per i contrari, la netta divisione incrina l’unità della giurisdizione e, in assenza di contrappesi, può spostare l’asse a favore del potere esecutivo.
  2. Doppio CSM. Il progetto prevede due consigli distinti, uno per i giudici e uno per i pm, con sistemi di selezione che includono anche elementi di sorteggio. Qui si è appuntata spesso la critica di Gratteri: “sorteggio truccato” per i membri laici perché pre-selezionati dalla politica. Un tema tecnico, ma cruciale, sulla permeabilità degli organi di autogoverno.
  3. Alta Corte disciplinare. L’istituzione di un organo ad hoc per i procedimenti disciplinari dovrebbe, nelle intenzioni del governo, garantire terzietà e specializzazione. I critici temono invece un circuito chiuso, con rischi di autoreferenzialità e compressione delle impugnazioni. La letteratura informativa disponibile – inclusa la ricostruzione enciclopedica aggiornata – mostra come le modalità di nomina e di ricorso siano terreno di scontro.

Reazioni oltre il governo: penalisti, opposizioni, territori

La fiammata legata al video di Gratteri fa emergere anche voci non governative. L’Unione delle Camere Penali critica il procuratore per dichiarazioni che “possono alimentare sfiducia” e chiede l’intervento degli organi di autogoverno; nel campo politico, l’area del centrosinistra sottolinea il rischio di “modello Orban o Trump” evocato nella polemica pubblica, legandolo alla necessità di difendere la Costituzione. In parallelo, si muovono i comitati di parte: Forza Italia organizza mobilitazioni diffuse sui territori, mentre il fronte del No rivendica la vittoria politica sulla riformulazione del quesito e prepara una campagna didascalica, gioco-forza più breve.

Il punto di vista di Gratteri, prima e dopo la miccia

Per leggere l’episodio senza appiattirlo al frame della polemica, conviene ricordare che Nicola Gratteri non è entrato nel dibattito il 12 febbraio. Da settimane il procuratore di Napoli ha espresso riserve di merito sulla riforma: “CSM più debole, magistratura meno tutelata”, fino a definire “truccato” il meccanismo di sorteggio dei membri laici. In più occasioni – dalla stampa nazionale a talk televisivi – ha contestato il nesso diretto tra separazione delle carriere e velocità dei processi, sostenendo che l’efficienza dipenda piuttosto da organici, digitalizzazione, gestione delle priorità. Quella posizione di merito è il sottofondo della frase che ha scatenato l’incendio; resta il fatto che il modo in cui è stata formulata ha travolto il contenuto, spostando l’attenzione su toni e ruoli.

Rischi di sistema: quando la campagna entra nei palazzi

Il caso aperto tocca un nervo: la sovrapposizione tra campagna elettorale e funzioni di garanzia. Non è la prima volta che una riforma costituzionale polarizza l’arena pubblica, ma qui lo scontro avviene sul terreno stesso dell’equilibrio tra poteri. Se un procuratore identifica – anche per iperbole – i sostenitori di un’opzione referendaria con “indagati e imputati”, il rischio è duplice: politicizzare la toga e criminalizzare l’avversario. Due derive che, messe insieme, possono erodere la fiducia nel giudice naturale e nell’imparzialità dell’azione penale. È questo il crinale su cui si muove la pratica del CSM, ed è questo il terreno su cui le massime cariche parlamentari stanno provando a riportare la contesa entro un perimetro di sobrietà.

Che cosa succede adesso

  1. Sul piano disciplinare, la pratica del CSM seguirà il suo corso: tempi e conclusioni non sono scontati. Ma l’effetto immediato è sotto gli occhi: i magistrati sanno che ogni parola in questa fase ha un costo reputazionale, oltre che istituzionale.
  2. Sul piano politico, la maggioranza usa l’episodio per compattarsi e per presentare il come scelta di “ordine” contro i “poteri” che temono una giustizia più efficiente; le opposizioni rivendicano il profilo “garantista” del No e denunciano ogni elemento che possa far intravedere una subordinazione della magistratura all’esecutivo.
  3. Sul piano informativo, la sfida è spiegare il quesito senza slogan. Il governo ha “precisato” il testo includendo gli articoli costituzionali toccati: un atto dovuto che però impone ai media uno sforzo di chiarificazione extra, in pochissimi giorni. Mattarella ha firmato il decreto di aggiornamento, confermando le date.

Una bussola per l’elettore

Al netto delle frasi che scaldano gli algoritmi, l’elettore del 22-23 marzo dovrà rispondere a una domanda semplice nella forma e complessa nella sostanza: approvare o no una riforma che cambia l’assetto costituzionale della giustizia italiana. Per decidere serve tenere insieme quattro piani:

  1. Principio. Che idea di giurisdizione vogliamo? Più separazione tra chi accusa e chi giudica, o più continuità nella cultura della giurisdizione?
  2. Garanzie. Il nuovo equilibrio tra CSM e Alta Corte disciplinare rafforza o indebolisce l’autonomia della magistratura?
  3. Efficienza. La riforma, da sola, può incidere su tempi e qualità dei processi, o servono investimenti su organici, uffici, digitale?
  4. Pesi e contrappesi. Il sistema di sorteggio e nomina dei membri laici garantisce indipendenza dagli interessi politici, o apre varchi di influenza?

Nel mezzo, lo snodo dell’affluenza: se davvero, come suggeriscono gli ultimi rilievi, la partecipazione potrà orientare l’esito, allora la qualità del dibattito pubblico – sobrio, informato, rigoroso – sarà parte integrante del voto. È ciò che le parole di Gratteri hanno reso più evidente: la giustizia non è solo un titolo di riforma, è un bene comune che vive anche di linguaggio.