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Immigrazione

La via italiana tra “blocco navale”, nuove regole UE e diritti da bilanciare: viaggio dentro il ddl del Governo

Palazzo Chigi vuole ridisegnare l’accesso, la permanenza e le espulsioni. Perché nei prossimi mesi il Parlamento dovrà misurarsi con scelte che toccano sicurezza, lavoro e integrazione

13 Febbraio 2026, 14:18

Ddl immigrazione: la rotta italiana tra “blocco navale”, nuove regole UE e diritti da bilanciare

Meno ambiguità, più strumenti: come il governo vuole ridisegnare l’accesso, la permanenza e le espulsioni. E perché nei prossimi mesi il Parlamento dovrà misurarsi con scelte che toccano sicurezza, lavoro e integrazione.

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Mercoledì il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che mette sul tavolo strumenti inediti — dall’“interdizione temporanea delle acque territoriali” fino a 180 giorni in casi di minaccia alla sicurezza, al giro di vite su protezione complementare e ricongiungimenti familiari — e dichiara apertamente l’intenzione di allineare l’ordinamento italiano al nuovo Patto UE su migrazione e asilo, che inizierà ad applicarsi dal 12 giugno 2026. La palla passa al Parlamento dove il confronto sarà serrato.

Il provvedimento si presenta come una riforma “organica” con due binari: norme operative dalla pubblicazione in Gazzetta e una delega al Governo, entro 6 mesi, per i decreti legislativi necessari ad attuare le direttive e i regolamenti europei del Patto. L’obiettivo dichiarato è “potenziare gli strumenti di contrasto all’immigrazione illegale” e “gestire con maggiore rigore i flussi”, mantenendo l’allineamento con il cantiere normativo europeo. Tra i titoli: misure di frontiera e gestione delle crisi, rafforzamento delle espulsioni, requisiti più stringenti per alcune forme di protezione e per i ricongiungimenti, sanzioni e controlli.

Il testo autorizza, in situazioni circostanziate, il divieto di attraversamento del limite delle acque territoriali per 30 giorni, prorogabili fino a 180 qualora sussistano “minacce gravi all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale” o “pressione migratoria eccezionale”. È la traduzione normativa di quel “blocco navale” più volte evocato, che il Governo qualifica come compatibile con il diritto UE e internazionale del mare, puntellandolo con i nuovi strumenti di gestione delle crisi previsti dal Patto. Resta decisivo il coordinamento operativo con Guardia Costiera, Marina Militare, Frontex e Stati terzi mediterranei.

L’“interdizione” deve convivere con gli obblighi di soccorso sanciti dalle convenzioni internazionali e con il principio di non-refoulement. Gli spazi di manovra li delinea il Regolamento UE sulle crisi e la forza maggiore, applicabile dal 1º luglio 2026: la finestra temporale fino a quella data sarà quindi coperta da norme nazionali e prassi operative esistenti, potenzialmente sottoposte al vaglio dei giudici.

Il ddl riscrive i criteri per la cosiddetta protezione complementare, introducendo quattro condizioni cumulative: soggiorno regolare di almeno 5 anniconoscenza “certificata” della lingua italianadisponibilità di un alloggio conforme ai requisiti igienico-sanitari; adeguata disponibilità economica (parametrata ai ricongiungimenti familiari).

La ratio è ridurre l’elasticità di un istituto usato come “ponte” in casi non coperti dalla protezione internazionale classica, allineando la platea dei beneficiari a requisiti di integrazione verificabili. Critici gli operatori del settore, che temono esclusioni di soggetti vulnerabili; favorevole il Viminale, che parla di “maggiore incisività” nelle espulsioni quando mancano i requisiti.

La stretta tocca anche i ricongiungimenti. La logica è simile: più controlli su reddito, alloggi e integrazione linguistica. L’orientamento governativo si muove nel solco tracciato a Bruxelles: il Patto rafforza screening e procedure accelerate ai confini, con un meccanismo di solidarietà tra Stati e la possibilità di definire “Paesi sicuri” per gestire più rapidamente domande manifestamente infondate. In Parlamento si discuterà se l’asticella fissata dal ddl rispetti proporzionalità e unità familiare, specie nei casi che coinvolgono minori.

Nel testo fa capolino il richiamo al “modello Albania”, cioè l’idea di appoggiarsi a Paesi terzi per il trattamento o la gestione logistica di parte delle procedure, una soluzione emersa nell’ultima stagione dei negoziati ma osteggiata da vari giuristi e ONG. Il punto resta sensibile: eventuali intese devono garantire standard di tutela equivalenti a quelli UE e superare i rilievi dei tribunali (italiani ed europei) che in passato hanno bloccato o limitato sperimentazioni analoghe.

Le nuove disposizioni prevedono il rafforzamento del quadro sanzionatorio: tra gli strumenti, la confisca delle navi in caso di violazione delle condizioni imposte dalle autorità, e multe che in alcuni scenari possono raggiungere i 50.000 euro. Nella visione dell’Esecutivo, l’obiettivo è colpire comportamenti ritenuti elusivi delle regole di coordinamento dei soccorsi e dell’assegnazione del porto sicuro. Le ONG replicano che simili misure criminalizzano il soccorso e rischiano di aumentare la mortalità in mare. Il confronto politico e giudiziario è destinato a proseguire.

Subito dopo la conversione in legge: scatteranno le norme “nazionali” previste nella prima parte del ddl (interdizioni temporanee, requisiti per protezione complementare e ricongiungimenti, rafforzamento delle espulsioni e quadro sanzionatorio).