la rivelazione
“Altro che suicidio, quelle fratture dicono strangolamento”, la teoria del dottor Michael Baden sul caso Epstein: tutto quello che non torna sul quella notte
L’anatomia di una morte che ancora divide: il patologo che osservò l’autopsia parla di strangolamento, mentre la medicina legale di New York ribadisce il suicidio per impiccagione. Tra referti, tre fratture cervicali, telecamere in tilt e turni falsificati: i fatti che contano
L’anatomia di una morte che ancora divide: il patologo che osservò l’autopsia parla di strangolamento, mentre la medicina legale di New York ribadisce il suicidio per impiccagione. Tra referti, tre fratture cervicali, telecamere in tilt e turni falsificati: i fatti che contano.
Nel corridoio della Special Housing Unit del Metropolitan Correctional Center di Manhattan, la notte tra il 9 e il 10 agosto 2019, le luci rosse delle telecamere erano accese ma, a causa di un guasto, non registravano. Nella cella in fondo al corridoio, Jeffrey Epstein, 66 anni, attendeva processo per traffico sessuale. Poche ore dopo, alle circa 6:30 del 10 agosto 2019, venne trovato senza vita. Da allora, un dettaglio clinico ha alimentato un dibattito interminabile: tre fratture nel collo. Per il celebre patologo forense Michael Baden, quelle lesioni “sono molto più compatibili con uno strangolamento che con un’impiccagione”. Per l’Ufficio del Medico Legale di New York City, che ha firmato il referto ufficiale, la causa resta invece “suicidio per impiccagione”. Due letture inconciliabili della stessa anatomia.
Il dottor Michael Baden, già Chief Medical Examiner di New York City alla fine degli anni ’70 e per decenni consulente in casi di grande risonanza, fu incaricato dal fratello di Epstein, Mark Epstein, di presenziare all’autopsia. In successive interviste, Baden ha ribadito che il quadro autoptico — in particolare le “tre fratture” alla cartilagine tiroidea (a sinistra e a destra) e all’osso ioide (a sinistra) — “risulta estremamente inusuale” nei suicidi per impiccagione e “molto più frequente negli omicidi per strangolamento” secondo la sua esperienza professionale. Ha aggiunto che il “solco” sul collo non corrisponderebbe perfettamente al tessuto del laccio ricavato dal lenzuolo trovato in cella. Questi rilievi, divulgati in particolare in un’intervista televisiva, hanno dato linfa a chi contesta la versione ufficiale.
Il 16 agosto 2019, dopo l’autopsia, l’Office of Chief Medical Examiner di New York City ha stabilito: causa della morte, “impiccagione”; modalità, “suicidio”. La decisione — firmata dalla Chief Medical Examiner di allora, Barbara Sampson — ha confermato le prime indicazioni fornite dalle autorità. Nei giorni e nelle settimane seguenti, mentre il caso entrava nel tritacarne della discussione pubblica, l’ufficio medico ha difeso il proprio operato, ricordando che nessun singolo reperto (come una frattura dell’ioide) può essere interpretato “nel vuoto”, ma va inserito nel contesto complessivo di tutte le evidenze medico-legali e investigative.
Quando, il 30 ottobre 2019, le dichiarazioni di Baden hanno acceso di nuovo i riflettori, l’ufficio del medico legale ha ribadito la propria posizione: “La causa è impiccagione, la modalità è suicidio. Non c’è motivo per una seconda indagine medica da parte del nostro ufficio”.
Il nodo del contendere è anatomico. Tre fratture cervicali (due alla cartilagine tiroidea, una all’osso ioide) sono per Baden un marcatore che “in cinquant’anni” avrebbe riscontrato raramente nelle impiccagioni suicide.
Se l’anatomia non basta a sciogliere il dubbio, il contesto operativo della notte della morte di Epstein non ha certo aiutato la fiducia pubblica. Nel giugno 2023, l’Office of the Inspector General (OIG) del Dipartimento di Giustizia ha pubblicato un rapporto devastante sulla custodia, cura e sorveglianza di Epstein al MCC New York: il personale del Bureau of Prisons ha lasciato Epstein “non osservato per ore”, con un eccesso di lenzuola e indumenti in cella, nonostante i protocolli imponessero controlli e perquisizioni regolari.
Dopo le 22:40 del 9 agosto 2019, nella SHU non sono stati eseguiti i giri ogni 30 minuti e non sono stati condotti i conteggi previsti dopo le 16:00, come invece attestavano — falsamente — i moduli compilati. Due dipendenti sono stati incriminati per aver falsificato i registri; le accuse sono state poi archiviate a fronte del rispetto di accordi di differimento del procedimento e di servizi alla comunità. Le telecamere della SHU trasmettevano in diretta, ma per “malfunzionamenti” la maggior parte non registrava da fine luglio 2019 fino al 10 agosto, riducendo drasticamente il materiale video disponibile su ingressi e movimenti nel piano in cui si trovava la cella di Epstein.
Il rapporto OIG è esplicito su un punto: non ha trovato alcuna evidenza che contraddica la determinazione dell’FBI per cui non vi sarebbe stata criminalità di terzi nella morte di Epstein. In altre parole: gravissime falle gestionali e di sicurezza, sì; ma nessuna prova di un omicidio.
Epstein era stato arrestato a luglio 2019 con accuse federali di traffico sessuale e cospirazione; era detenuto senza cauzione nella SHU del MCC New York. Pochi giorni prima della morte, aveva avuto un precedente episodio in cella (23 luglio 2019) che aveva portato a un periodo di suicide watch e a raccomandazioni perché fosse tenuto con un compagno di cella. La notte del 9 agosto, quel compagno venne trasferito e Epstein rimase solo, in violazione di quell’indicazione.
I due agenti di custodia in servizio nella SHU — Tova Noel e Michael Thomas — non effettuarono i giri previsti, si addormentarono e poi falsificarono i registri. Nel maggio 2021 un giudice ha approvato per loro un accordo: 100 ore di servizio alla comunità, sei mesi di supervisione e cooperazione con l’indagine interna; a fine dicembre 2021 le accuse sono state ritirate dopo il rispetto delle condizioni.
Un altro punto sollevato da Baden riguarda la compatibilità tra il laccio — ricavato secondo gli atti da un lenzuolo della cella — e l’impronta sul collo di Epstein. Per il patologo, la forma del solco e le caratteristiche dei tessuti non coincidono perfettamente con quanto ci si aspetterebbe dal tessuto del lenzuolo recuperato. Gli inquirenti ufficiali non hanno condiviso questa valutazione, e la Chief Medical Examiner ha difeso la coerenza dei riscontri di autopsia con la conclusione per impiccagione. Anche in questo caso, le fonti ufficiali ribadiscono che la valutazione deve essere olistico-sistemica: posizione del corpo, tipo di sospensione, altezza del punto di ancoraggio, meccanica del peso, caratteristiche del legaccio.
Le fratture dell’ioide e della cartilagine tiroidea sono effettivamente più frequenti nello strangolamento manuale, dove le mani dell’aggressore imprimono una pressione diretta e multidirezionale sulle strutture del collo. Nell’impiccagione, la forza è invece legata al peso del corpo e alla direzione del legaccio, variabili che dipendono dalla posizione del nodo, dalla completezza o incompletezza della sospensione e dal materiale utilizzato. In soggetti oltre i 40-50 anni, con cartilagini più ossificate, le fratture diventano più probabili anche nei suicidi per impiccagione. Questo spiega perché, in alcune casistiche, la percentuale di fratture nei suicidi per impiccagione salga sensibilmente, soprattutto con nodi laterali o posteriori.
Nel caso Epstein, il dato delle “tre fratture” è quindi significativo ma non “decisivo” in senso univoco: può orientare, non può decretare da solo. Per i sostenitori della tesi omicidiaria, resta un indizio “pesante”; per chi ritiene valida la conclusione ufficiale, è un reperto spiegabile — seppur non comune — con le variabili note delle impiccagioni in età avanzata.
La morte di Epstein è rimasta al centro per ragioni che vanno oltre l’anatomia: le sue relazioni con figure potenti, la promessa (mai mantenuta) di un processo che avrebbe potuto svelare nuove complicità, e soprattutto la catena di inadempienze documentate nel carcere federale hanno alimentato sospetti e teorie. Proprio per questo pesa il passaggio, nel rapporto OIG, in cui si afferma che non sono emersi elementi che smentiscano la conclusione dell’FBI: nessuna prova di intervento criminale di terzi. Resta invece una certificazione di negligenze gravi e sistemiche all’interno del Bureau of Prisons.