Internazionale
Trump invia una seconda portaerei in Medio Oriente: tensione con Teheran tra minacce e negoziati sul nucleare
Negoziati nucleari in bilico, minacce reciproche, allarme AIEA e appelli alle proteste dall'esilio
Donald Trump invia una seconda portaerei in Medio Oriente per aumentare la pressione sull'Iran, già minacciato di conseguenze «traumatiche» se i negoziati in corso sul suo programma nucleare dovessero fallire. «Penso che i colloqui con l’Iran avranno successo. Altrimenti sarà una brutta giornata» per Teheran, ha rilanciato il commander-in-chief.
Secondo il New York Times, la Uss Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, ha già ricevuto l'ordine di salpare dal Mar dei Caraibi per raggiungere la Uss Abraham Lincoln, nella regione da più di due settimane, per essere pronte nel caso Washington decidesse di passare all'azione.
«Qualsiasi avventura contro l'Iran riceverà una risposta forte, decisa e proporzionata», ha a sua volta minacciato il regime degli ayatollah per voce di Ali Shamkhani, il rappresentante della Guida suprema Ali Khamenei presso il Consiglio di Difesa Nazionale. L'alto militare ed ex ministro della Difesa ha inoltre definito «elevata» la capacità militare della Repubblica islamica e ha avvertito che qualsiasi errore di calcolo da parte di altre parti avrà conseguenze «molto pesanti».
Sebbene Trump si sia dato «anche un mese» di tempo per negoziare, i colloqui appaiono tuttavia ancora in salita, tra il primo round della settimana scorsa in Oman e il secondo non ancora calendarizzato. Le posizioni infatti restano distanti: Teheran, pur avendo aperto a limitare l’arricchimento dell’uranio impoverito utile a fabbricare la bomba atomica, ha ribadito che il suo programma missilistico rientra nelle sue "linee rosse" e «non è soggetto a trattativa». Mentre gli Stati Uniti vorrebbero affrontare entrambe le questioni - nucleare e missili - nonché la fine del sostegno iraniano ai proxy nella regione, da Hezbollah agli Houthi, su cui preme anche Israele.
Si tratta di un «momento cruciale», ha detto il direttore generale dell'Aiea Rafael Grossi, partecipando alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica sta cercando di arrivare a un proprio accordo con l'Iran sulle ispezioni al programma nucleare dopo che Teheran le aveva impedito l'accesso ai siti bombardati dagli Usa nella guerra dei 12 giorni di giugno scorso. «L'intero panorama nucleare dell'Iran è cambiato radicalmente, forse non in termini di capacità, ma in termini di infrastrutture fisiche effettive, che sostanzialmente non ci sono più o sono gravemente danneggiate», ha spiegato Grossi.
Un’intesa è «possibile», anche se «terribilmente difficile», ha dichiarato, rivelando che gli ispettori erano tornati in Iran ma che avevano avuto accesso più o meno a tutto «tranne a ciò che era stato attaccato».
A Monaco è intervenuto anche Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià che vive in esilio negli Stati Uniti, tornato alla ribalta sull'onda delle ultime proteste contro il regime represe nel sangue. E dal palco ha incalzato il presidente americano: «Trump sa che la gente sta chiedendo aiuto. Ho parlato con prigionieri politici, con la gente, le persone stanno combattendo e morendo nelle strade. E chiedono al mondo di intervenire. Servono interventi umanitari, ne abbiamo bisogno», è stato il suo appello. Su X Pahlavi ha poi invitato i suoi «coraggiosi compatrioti in Iran» a tornare ad «alzare la voce» contro il regime, intonando canti e slogan dalle finestre delle loro case e dai tetti «nelle sere del 14 e 15 febbraio alle 20», mentre gli iraniani all’estero scenderanno in piazza sabato a Monaco, Toronto e Los Angeles. «Con i vostri raduni per onorare la memoria dei nostri eroi caduti, i vostri canti notturni e i vostri messaggi coraggiosi, avete dimostrato che la Repubblica islamica non è riuscita a spezzare la vostra volontà di riconquistare l’Iran - li ha incoraggiati -. Nemmeno attraverso la brutalità e l’omicidio».