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Cuore a destra, fegato a sinistra: il “trapianto a specchio” che riscrive la chirurgia dei trapianti alle Molinette

Un 32enne con organi invertiti salvato a Torino con un cuore‑fegato impiantati “in blocco”: un’operazione record

14 Febbraio 2026, 13:32

Cuore a destra, fegato a sinistra: il “trapianto a specchio” che riscrive la chirurgia dei trapianti alle Molinette

Un 32enne con organi invertiti salvato a Torino con un cuore‑fegato impiantati “in blocco”: un’operazione record che apre una nuova via per i casi estremi di cardiopatie congenite e malattia di fegato

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Il cuore batte a destra, il fegato pulsa a sinistra. In sala operatoria, la bussola dell’anatomia impazzisce: le connessioni vascolari non sono dove dovrebbero essere, i riferimenti che ogni chirurgo impara a memorizzare risultano ribaltati come in una fotografia allo specchio. È dentro questo paradosso anatomico che un’équipe delle Molinette ha realizzato un intervento che fino a ieri sembrava impraticabile: impiantare un blocco unico cuore‑fegato mantenendo la loro continuità anatomica in un paziente con situs viscerum inversus, salvandogli la vita dopo 17 ore di chirurgia. Accade a Torino e rappresenta – secondo l’Azienda ospedaliera – un’operazione “senza precedenti a livello mondiale”.

Un caso clinico “a specchio”: perché questo trapianto è diverso da tutti gli altri

Il paziente è un uomo di 32 anni, originario della Campania, con alle spalle gravi cardiopatie congenite e ben tre interventi a cuore aperto eseguiti tra l’infanzia e l’adolescenza. Con il tempo, l’instabilità emodinamica ha logorato il fegato fino alla cirrosi, complicata, nell’ultimo anno, dall’emergere di un carcinoma epatico. Di fronte alla ricomparsa di un nuovo nodulo, l’unica chance era un trapianto combinato. Ma l’ostacolo era enorme: il suo situs viscerum inversus — gli organi principali disposti esattamente “a specchio” rispetto alla norma — rendeva eccezionalmente complesso il collegamento di organi prelevati da un donatore con anatomia standard.

Il situs inversus interessa all’incirca tra 1 su 10.000 e 2 su 10.000 nati vivi secondo diversi registri e revisioni cliniche; spesso non dà sintomi, ma può associarsi a cardiopatie congenite o a condizioni come la discinesia ciliare primaria e la cosiddetta sindrome di Kartagener. Questo significa che l’anomalia non è soltanto una curiosità anatomica: quando si pianifica un trapianto maggiore, la “geografia” invertita modifica radicalmente accessi, traiettorie, suture e perfusioni.

La strategia: impiantare il “cuore‑fegato” come un unico organo

Invece di eseguire due trapianti sequenziali, l’équipe ha scelto un approccio “in blocco”: mantenere la continuità anatomica tra cuore e fegato del donatore e impiantarli come un’unica unità funzionale. Questo schema, già sperimentato in casi selezionati di trapianto combinato, riduce i tempi di ischemia e, in taluni contesti, facilita le anastomosi grazie alla preservazione dei rapporti vascolari originari. Nel paziente con anatomia a specchio, la soluzione ha permesso di adattare più agevolmente le connessioni in un “torace‑addome” con geometria ribaltata, costruendo ponti vascolari e innesti con segmenti del donatore.

Sul piano delle evidenze, il trapianto combinato cuore‑fegato è una procedura rara ma crescente, con sopravvivenze a 1 e 5 anni che gli studi più ampi collocano rispettivamente attorno a 85–87% e 71–84%, e tassi di rigetto in genere inferiori al trapianto cardiaco isolato in selezionati gruppi (in particolare nei pazienti con circolazione tipo Fontan). La letteratura recente conferma che, in mani esperte, l’approccio “en bloc” può essere efficace e sicuro per pazienti con cuore e fegato terminali.

L’équipe e l’organizzazione: quando il sistema fa la differenza

Il caso è stato preparato a Torino dopo la segnalazione dei colleghi campani. In corsia e in sala operatoria hanno lavorato in sincrono cardiochirurghi, epatochirurghi, anestesisti‑rianimatori, cardiologi ed epatologi. Tra i nomi indicati dalle cronache e dalle comunicazioni ufficiali figurano, tra gli altri, i cardiochirurghi Carlo Pace Napoleone, Mauro Rinaldi, Massimo Boffini e Antonino Loforte, il cardiologo Giuseppe Annoni, l’epatologa Silvia Martini e il chirurgo epatico Renato Romagnoli (Coordinatore regionale Trapianti). La macchina organizzativa del Coordinamento Donazione e Prelievi del Piemonte, in raccordo con il Centro Regionale Trapianti e il Centro Nazionale Trapianti, ha garantito la reperibilità del donatore e la logistica del prelievo del blocco cuore‑fegato.

L’intervento è durato 17 ore: più di 12 ore di chirurgia effettiva, con doppia equipe impegnata a rimuovere gli organi malati e a eseguire le complesse anastomosi vascolari necessarie per far coincidere mondo reale e “immagine riflessa”. Al termine della riperfusione, il blocco cuore‑fegato ha ripreso a funzionare regolarmente. Il paziente è stato quindi trasferito in area semintensiva chirurgica per un decorso che, per casi di questa complessità, richiede sorveglianza ravvicinata, modulazione dell’immunosoppressione e prevenzione delle complicanze infettive e vascolari. Al momento delle comunicazioni ufficiali, il recupero procedeva in modo favorevole.