l'inchiesta
Garlasco, tra silenzio degli inquirenti e rumore mediatico: perché il caso Ghizzoni accende la difesa Stasi
Mentre la Procura di Pavia serra le fila e parla poco, in tv si accende lo scontro: e il curriculum del consulente della difesa, Oscar Ghizzoni, finisce nel mirino
Mentre la Procura di Pavia serra le fila e parla poco, in tv si accende lo scontro: il curriculum del consulente della difesa, Oscar Ghizzoni, finisce nel mirino, ma gli avvocati di Alberto Stasi e i consulenti replicano chiedendo rispetto e scuse pubbliche
Il curriculum di Oscar Ghizzoni, consulente della difesa Stasi, diventa bersaglio di ironie e dubbi. Dopo mesi di dibattito acceso sui media, il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, ha messo nero su bianco un principio di sobrietà: basta attribuire alla Procura valutazioni e stati d’animo, gli uffici inquirenti — ha chiarito — si esprimeranno “solo al termine delle attività” e soltanto con comunicazioni ufficiali. Una puntualizzazione che fotografa il momento: da marzo 2025 l’ufficio guidato da Napoleone ha chiesto un incidente probatorio su reperti mai analizzati o da riesaminare, mantenendo poi un profilo bassissimo e limitando gli aggiornamenti a pochi passaggi formali. Il richiamo, arrivato il 19 luglio 2025, è stato esplicito anche verso “consulenti, esperti e opinionisti”, con l’invito ad attendere la chiusura degli accertamenti. In precedenza, le comunicazioni ufficiali avevano riguardato due snodi: la richiesta dell’incidente probatorio sui profili di Dna e l’attribuzione, da parte dei consulenti dell’accusa, della cosiddetta “impronta 33” ad Andrea Sempio, oggi unico indagato nel nuovo filone. Da allora, solo atti e silenzio. Un silenzio che pesa, ma che è coerente con la linea di riserbo dichiarata dall’ufficio inquirente.
Sul piano tecnico, la stagione 2025 ha segnato passaggi importanti. Il 16 maggio 2025 in Tribunale a Pavia è stato conferito l’incarico ai periti dell’incidente probatorio per valutare se il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi sia effettivamente utilizzabile e comparabile. A lavorare sugli accertamenti sono stati indicati specialisti della Polizia Scientifica di Milano con il compito di sciogliere un interrogativo chiave: quel profilo è abbastanza integro e attribuibile per un confronto? Una risposta positiva aprirebbe la strada a comparazioni mirate con profili specifici, a partire da quello dell’indagato.
Nel corso dell’autunno, la gip Daniela Garlaschelli ha concesso una proroga di circa 70 giorni per completare l’incidente probatorio, fissando una nuova tappa a dicembre 2025. Nel perimetro dell’incidente probatorio, tuttavia, è rimasta esclusa la discussa “impronta 33”, che pure era finita al centro del confronto pubblico. Rimangono al centro gli esami genetici, compresi quelli relativi a un profilo maschile indicato come “Ignoto 3”, isolato in sede di autopsia su un tampone orale della vittima: un dato che ha acceso interpretazioni opposte — possibile traccia del killer per alcuni, contaminazione di laboratorio per altri — e che la perita ha indirizzato con richieste di chiarimenti sulle modalità del prelievo eseguito all’epoca. Il quadro, a oggi, resta aperto e tecnicamente complesso.
Qualunque aggiornamento investigativo deve fare i conti con un dato giudiziario che pesa: la condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, confermata dalla Corte di Cassazione il 12 dicembre 2015. È un punto fermo della storia processuale, che le nuove indagini potrebbero però rimettere in prospettiva se gli esiti tecnici e la successiva valutazione giudiziaria aprissero scenari diversi. È su questo crinale — tra decisione passata in giudicato e nuove verifiche — che si muovono le parti, ciascuna con la propria lettura, in un equilibrio delicato che sconsiglia semplificazioni.
Nel frattempo, la conversazione pubblica corre veloce in tv. La puntata di Quarto Grado del 13 febbraio 2026 ha alimentato lo scontro, anche con sopralluoghi e confronti in diretta che hanno rianimato i temi classici del caso: la gestione del pc di Chiara, le incongruenze delle versioni, la dinamica di apertura della porta, fino al nodo — sempre controverso — delle calzature del presunto aggressore. Nel dibattito, il conduttore Gianluigi Nuzzi ha incalzato gli ospiti, mentre la criminologa Roberta Bruzzone ha proposto letture critiche del racconto di Stasi e valutazioni sulla scena del crimine. Ma è stato un altro passaggio ad accendere la miccia: l’analisi, per toni e taglio, del curriculum del consulente della difesa Oscar Ghizzoni, presentato in puntata con una sintesi che ha dato spazio a elementi biografici non pertinenti al merito delle sue competenze tecniche. La stessa trasmissione, che da mesi dedica segmenti ricorrenti al delitto, resta una fonte di stimolo e, al tempo stesso, un catalizzatore di tensioni: una “cassa di risonanza” che il pubblico segue con attenzione, ma che — come ricorda la Procura — non può sostituire gli atti.
Dopo la puntata, la reazione del fronte Stasi è stata immediata. L’attenzione mediatica rivolta a Oscar Ghizzoni — chimico forense con un percorso che include incarichi in casi di grande risonanza — è stata bollata come una delegittimazione personale. Il consulente Pasquale Linarello, a sua volta figura di primo piano nelle scienze forensi, ha definito l’attacco “l’ennesimo tentativo di screditare un professionista che ha fatto delle scienze forensi la propria vita”, ricordando come, agli inizi, non sia raro che giovani specialisti affianchino attività diverse prima di costruire un curriculum consolidato.
Sulla stessa linea l’avvocata Giada Bocellari, storica difensora di Stasi, che ha parlato di “provocazioni” e ha chiesto “scuse pubbliche” per il trattamento riservato al consulente in trasmissione: il contraddittorio, ha spiegato, è legittimo e necessario, ma non può scadere nell’attacco personale né nella caricatura delle competenze. La convinzione della difesa è che il contraddittorio tecnico — sui reperti, sulle perizie, sulle metodologie — debba restare al centro, mentre la “gogna” mediatica finirebbe soltanto per confondere i piani. Posizione chiara, ribadita anche in altre occasioni, quando la legale ha difeso la necessità di non sovrapporre esiti processuali passati e nuovi accertamenti: ogni fase ha i propri standard di prova e i propri limiti tecnici.