la tragedia
Courmayeur, la valanga che non ha lasciato scampo: tre freerider morti nel canale dei Vesses
Una discesa tra neve ventata e strati fragili si trasforma in tragedia sul versante italiano del Monte Bianco: soccorsi in forze, ricerche febbrili, un ultimo filo di speranza spezzato all’alba
Una discesa tra neve ventata e strati fragili si trasforma in tragedia sul versante italiano del Monte Bianco: soccorsi in forze, ricerche febbrili, un ultimo filo di speranza spezzato all’alba
Nel giro di pochi secondi il canale dei Vesses, sopra Courmayeur, diventa una colata bianca che trascina a valle tre amici partiti da Chamonix per una giornata di fuoripista. I primi a capire che qualcosa non va non sono i compagni di gita, ma altri freerider più in alto: sentono il “soffio” della valanga, vedono il gruppo scomparire nel canalone e danno l’allarme. Da quel momento, tra elicotteri, unità cinofile, sonde e pale, comincia una corsa contro il tempo. Una corsa che, purtroppo, non si chiude con un salvataggio.
Secondo le ricostruzioni del soccorso alpino, la valanga si è staccata nella tarda mattinata di domenica 15 febbraio 2026 nel settore dei Vesses, in Val Veny, territorio di Courmayeur. È un’area classica del freeride sotto il massiccio del Monte Bianco, molto frequentata quando l’innevamento è generoso e il meteo concede qualche finestra. Quel giorno, però, la montagna aveva una voce diversa: oltre ai pendii ripidi del canale, la neve presentava accumuli da vento su strati deboli preesistenti, condizioni che aumentano a dismisura la probabilità di distacchi anche al passaggio di un singolo sciatore. Le tre persone coinvolte — tutte di nazionalità francese e residenti nell’area di Chamonix — sono state travolte e sepolte in profondità per oltre un metro e mezzo, nonostante fossero equipaggiate con ARTVA (apparecchio di ricerca in valanga).
Nella notte e poi nelle prime ore di lunedì 16 febbraio 2026, arriva la notizia che spegne ogni speranza: anche il terzo freerider, un 35enne di Chamonix, non sopravvive. Il quadro delle vittime diventa così definitivo: tre uomini, di 31, 30 e 35 anni
Il canale dei Vesses è un classico di alta Val Veny, accessibile nelle giornate buone e molto amato per pendenze, esposizione e qualità della neve quando il vento non scompiglia il manto. Ma la stessa morfologia che lo rende appagante contribuisce a concentrare gli accumuli e le tensioni del manto nevoso: con vento forte e neve fresca, si formano lastroni da vento che poggiano su strati deboli persistenti. È la ricetta tipica delle grandi valanghe di lastroni: un pendio ripido, una lastra compatta ma male ancorata, un “innesco” anche minimo. Esattamente il quadro di cui avvertivano, tra 15 e 16 febbraio, i bollettini valanghe: il documento AINEVA pubblicato nel pomeriggio di domenica indicava per la Valle d’Aosta un grado di pericolo compreso tra “Marcato (3)” e “Forte (4)” a seconda delle zone e delle quote, con enfasi su valanghe anche “di grandi dimensioni”, distacchi possibili al passaggio di un singolo sciatore e stratigrafia “sfavorevole” del manto.
Il contesto meteorologico regionale confermava inoltre venti molto forti in quota, innevamento variabile e allerta gialla per valanghe in Valle d’Aosta. Un insieme di fattori che rendevano le escursioni e discese fuori pista insidiose, anche per praticanti esperti e correttamente equipaggiati.
La Guardia di Finanza — reparto Soccorso Alpino di Entrèves — ha assunto gli accertamenti. Oltre alla ricostruzione esatta della dinamica e alle relazioni nivologiche di contesto, i militari stanno completando l’identificazione formale delle vittime. Le prime ore hanno visto anche verifiche su skipass e dotazioni personali, con l’obiettivo di risalire a itinerario, orari, compagni e possibili altri testimoni oculari.