27 febbraio 2026 - Aggiornato alle 09:23
×

VENTI DI GUERRA

La corsa degli F‑35 verso il Medio Oriente e la mossa delle superportaerei USA: imminente l'attacco all'Iran?

Caccia in volo in “celle da tre”, aerocisterne in scia, e la USS Gerald R. Ford che lascia i Caraibi per raggiungere la USS Abraham Lincoln

16 Febbraio 2026, 20:30

Diciotto ombre nella notte: la corsa degli F‑35 verso il Medio Oriente e la mossa delle superportaerei USA

Una proiezione di potenza che cambia il ritmo della crisi con l’Iran: caccia di quinta generazione in volo in “celle da tre”, aerocisterne in scia, e la USS Gerald R. Ford che lascia i Caraibi per raggiungere la USS Abraham Lincoln. Tutto a guida esclusivamente statunitense.

Seguici su

Un lampo sul Mare del Nord, poi solo scie sottili e radio che bisbigliano nominativi in codice: “Tabor 41… Gold 81… push”. È la fotografia, nitida e inquieta, di un trasferimento operativo che in poche ore ha spostato il baricentro della crisi con l’Iran. Una formazione di F‑35A ha lasciato il Regno Unito diretta nel Medio Oriente, sostenuta da aerocisterne decollate da RAF Mildenhall e organizzata in “celle da tre”. In parallelo, alla componente aerea si è aggiunta una pressione navale senza precedenti dall’inizio del 2026: la USS Gerald R. Ford ha ricevuto l’ordine di salpare per raggiungere la USS Abraham Lincoln nella regione, raddoppiando la presenza di gruppi da battaglia di portaerei. Una scelta che parla la lingua della deterrenza, del calcolo strategico, ma anche delle incognite di una trattativa diplomatica in bilico.

Un’operazione tutta americana, non della NATO

C’è un punto politico da fissare immediatamente: la proiezione di potenza in atto è un’operazione esclusivamente degli Stati Uniti, non una missione dell’Alleanza Atlantica. Lo confermano le fonti ufficiali e qualificate che ricostruiscono le decisioni prese a Washington tra il 12 e il 15 febbraio 2026, culminate con l’ordine di movimento alla superportaerei Ford per congiungersi con la Lincoln già in teatro operativo sotto il comando di CENTCOM. La scelta di mantenere un perimetro strettamente nazionale – pur con il supporto logistico reso possibile da basi britanniche – riflette la volontà di Washington di calibrare autonomamente tempi, segnali e soglie di rischio nella crisi con Teheran.

Dalle onde corte ai tracciati radar: come si muove una formazione di F‑35

La trama tattica del trasferimento racconta molto delle intenzioni. Nel cuore della mattina dell’11 febbraio, almeno tre KC‑135R con i callsign “Gold 81/82/83” sono decollati da RAF Mildenhall per fornire rifornimento in volo a una formazione di sei F‑35A identificati con i callsign “Tabor 41‑46”. I velivoli – appartenenti alla Vermont Air National Guard (158th Fighter Wing, 134th Fighter Squadron) – hanno percorso la tratta in tre celle di due caccia ciascuna, ognuna “agganciata” alla propria aerocisterna fino alla destinazione prevista, la base giordana di Muwaffaq Salti. La pianificazione a “pacchetti” riduce la vulnerabilità del convoglio, ottimizza i consumi e mantiene margini di sicurezza in caso di imprevisti tecnici o meteo.

Non si è trattato di un episodio isolato. In parallelo, un secondo gruppo di sei F‑35A ha seguito una rotta più meridionale, con scali in Spagna tra Rota e Morón, dopo un ritardo legato a un inconveniente in decollo di un KC‑46A (pneumatici esplosi per surriscaldamento in frenata) che ha momentaneamente bloccato la pista. In totale, secondo le ricostruzioni convergenti, sono dodici i jet di quinta generazione in trasferimento dal dispositivo statunitense impiegato nei mesi scorsi nei Caraibi verso l’area di responsabilità CENTCOM.

E i “diciotto” F‑35A citati da fonti italiane?

Alcune ricostruzioni di stampa in Italia hanno riferito di “diciotto F‑35A” collegati al 495th Fighter Squadron in partenza dal Regno Unito. Al momento in cui scriviamo, le evidenze open source e le fonti specialistiche con tracciamenti e fotografie indicano con chiarezza almeno 12 F‑35A in trasferimento, in gran parte afferenti alla Vermont Air National Guard, con elementi d’appoggio alleati dalle basi di RAF Lakenheath e RAF Mildenhall. È plausibile – ma non ancora verificato con fonti indipendenti – che ulteriori cellule di F‑35A dei reparti basati a Lakenheath (493rd e 495th Fighter Squadron della 48th Fighter Wing) possano integrare o avvicendare il dispositivo, considerato che entrambi gli squadroni hanno raggiunto la piena capacità operativa tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Finché però non vi saranno note ufficiali o riscontri documentati, è corretto mantenere una formulazione prudente: “almeno dodici” F‑35A già osservati in transito verso il Medio Oriente, con la possibilità di un ampliamento fino a diciotto..

La pedina decisiva: due superportaerei nello stesso scacchiere

Se la componente aerea terrestre offre l’agilità, la coppia di portaerei configura la massa critica. La USS Abraham Lincoln ha lasciato a metà gennaio 2026 l’area indo‑pacifica per portarsi sotto CENTCOM; la USS Gerald R. Ford– la più grande portaerei del mondo – ha ricevuto l’ordine il 13 febbraio 2026 di lasciare i Caraibi (dove era impegnata in operazioni sotto SOUTHCOM) per congiungersi nel Medio Oriente. La decisione, che prolunga ulteriormente una missione già oltre gli standard pianificati, è stata oggetto di discussione interna alla US Navy per le ricadute su manutenzione e “tension fatigue” degli equipaggi, ma alla fine ha prevalso l’opzione strategica: mettere in mare due Carrier Strike Group nella regione, una postura che negli ultimi anni gli USA hanno riservato solo a fasi di massima allerta.

Con due gruppi da battaglia, Washington ottiene simultaneamente tre effetti: aumenta la copertura aerea continua su più settori (Golfo, Arabian Sea, Levant),  amplia la gamma di opzioni – dalla no‑fly zone locale alle operazioni SEAD/DEAD contro difese aeree avversarie – grazie a una Carrier Air Wing che può superare le 80‑90 macchine tra F/A‑18E/F, EA‑18G, E‑2D, MH‑60 e, in quota crescente, F‑35Cinvia a Teheran un segnale politico-militare di “immediate readiness” senza varcare automaticamente la soglia dell’escalation.

La cornice strategica: deterrenza, diplomazia e margini di manovra

La mossa americana si inserisce in una finestra negoziale ancora aperta, ma fragile. Mentre prosegue il confronto indiretto con l’Iran su dossier nucleare e missilistico, Washington calibra la pressione militare per rafforzare la propria posizione al tavolo. I movimenti osservati  non sono un semplice “trasloco” di assetti, ma una messa in scena consapevole di capacità. Dicono che gli Stati Uniti vogliono rimanere dentro la finestra negoziale con Teheran, ma pronti – davvero pronti – a varcare, se necessario, la soglia successiva. E, per farsi capire, hanno scelto la grammatica più efficace: numeri, tempi, geometrie di volo e l’ombra lunga di due portaerei nello stesso mare.