tensioni nel medioriente
“Pronti da sabato”, Washington al bivio sull’Iran: Usa pronti ad un attacco su larga scala
Dalle sale della Situation Room ai ponti di comando nel Mediterraneo, l’amministrazione americana calibra ora per ora se e quando colpire Teheran
Dalle sale della Situation Room ai ponti di comando nel Mediterraneo, l’amministrazione americana calibra ora per ora se e quando colpire Teheran. Tra scenari di guerra “di settimane”, cautela politica e una finestra che si apre già da sabato.
Nel Mediterraneo orientale la portaerei Ford vira verso sud-est, i suoi F-35 sono già in decollo simulato, gli equipaggi ripassano le checklist. A Washington, nella Situation Room della Casa Bianca, le luci restano accese ben oltre la mezzanotte. È qui che, secondo alti funzionari, è stato detto al presidente Donald Trump che le forze armate saranno “pronte” per un’azione contro l’Iran a partire da sabato.
Il presidente, sottolineano le stesse fonti, non ha ancora preso una decisione finale: la Casa Bianca sta valutando i rischi di un’escalation, compresi quelli politici interni, e le implicazioni militari di un rinvio. L’opzione militare, riferiscono più testate, potrebbe essere coordinata con Israele e articolarsi in una campagna “di settimane”, non un singolo raid.
La finestra temporale indicata da più fonti — “da sabato in avanti” — non è un capriccio del calendario. È l’incrocio tra la disponibilità di piattaforme strategiche come la USS Gerald R. Ford e la USS Abraham Lincoln, con i rispettivi gruppi di scorta; il completamento di catene logistiche, rifornimenti in volo e posizionamento di aerei stealth e guerra elettronica in basi chiave di Giordania, Golfo e Mediterraneo; la necessità politica di ponderare costi e benefici di un’azione che inciderebbe su mercati energetici, alleanze e — non ultimo — opinione pubblica americana in un anno di scelte sensibili.
Nelle stesse ore in cui i comandi congiunti scrutano mappe e finestre meteo, emissari statunitensi e iraniani si sono parlati indirettamente a Ginevra e Muscat. Da Teheran, il presidente Masoud Pezeshkian e altri esponenti hanno ribadito la disponibilità a un confronto “focalizzato sul nucleare”, respingendo però il “linguaggio della forza”. È la cornice di una trattativa che oscilla tra spiragli e diffidenza, mentre l’Iran segnala di non voler rinunciare all’“arricchimento” come “base dell’industria nucleare”— concetto che resta al centro del braccio di ferro.
Dall’altra parte, la Casa Bianca ha riaffermato la linea della “massima pressione”: nuove misure economiche e cornici regolatorie — dagli ordini esecutivi alle “fact sheet” ufficiali — che inquadrano l’Iran come “minaccia insolita e straordinaria” alla sicurezza nazionale USA. Sono tasselli che, se presi insieme, compongono una strategia duale: negoziare dove conviene, dissuadere dove serve.
Se l’opzione militare prendesse corpo secondo i profili trapelati, sarebbe — dicono le fonti — un’azione “estesa”, con obiettivi molteplici e tempi non compressi in 24 ore. Si parla di operazioni aeree a “ondate”, precedute da soppressione delle difese aeree iraniane affidata a F-35 e EA-18G Growler, per poi colpire infrastrutture strategiche (impianti di missilistica, basi di lancio, nodi di comando e controllo). Il tutto in Coordinamento con Israele. La valutazione dice il Washington Post dipende anche da altri fattori: i missili iraniane e la capacità balistica che minaccia basi USA e il territorio israeliano.
Da Teheran arriva una doppia linea: disponibilità a un confronto sul nucleare, ma zero concessioni su sovranità e dissuasione. Figure di vertice militare — come il generale Abdolrahim Mousavi — hanno avvertito che un attacco innescherebbe un conflitto regionale: retorica, sì, ma anche segnale di posture reali (droni a lungo raggio, missili balistici a corto e medio raggio, infrastrutture asimmetriche in Iraq, Siria, Yemen e Libano).
In Israele, la prospettiva di un confronto USA-Iran “entro settimane” è considerata plausibile: valutazioni rimbalzate sulla stampa regionale, inclusa una recente lettura attribuita al capo di stato maggiore Eyal Zamir, segnalano aspettative di azione americana “entro due settimane-due mesi”.