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La decisione

L'inedito fronte 6-3 che mette sotto scacco la Casa Bianca, ecco chi sono i tre giudici "traditori"

Le toghe conservatrici si uniscono ai liberal e cambiano il corso della politica commerciale Usa

20 Febbraio 2026, 22:21

Tariffe, scacco alla Casa Bianca: la Corte Suprema stronca i dazi di Trump con un inedito fronte 6-3

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Sono le 10 del mattino a Washington, quando l’alert delle agenzie arriva con un titolo che fa sobbalzare i desk: la Corte Suprema ha appena stabilito, con 6 voti favorevoli e 3 contrari, che l’ex presidente Donald Trump ha violato la legge imponendo dazi globali senza l’approvazione del Congresso. In pochi minuti, broker e avvocati commercialisti aggiornano fogli di calcolo: la sentenza non è un tecnicismo. È un messaggio fragoroso sulla separazione dei poteri in economia e sulla portata, spesso abusata, delle “emergenze” invocate dall’Esecutivo. A determinare l’esito, un’inedita maggioranza: i tre giudici liberal e tre conservatori — la presidente della Corte, John Roberts, e i trumpiani di nomina presidenziale Amy Coney Barrett e Neil M. Gorsuch — che, insieme, hanno bocciato l’architettura tariffaria costruita nella seconda presidenza Trump sulla base della International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977. Il voto è stato reso pubblico il 20 febbraio 2026.

Chi ha “tradito” chi: il significato politico dell’asse Barrett–Gorsuch–Roberts

Al netto delle etichette, la fotografia è politicamente eloquente. I tre conservatori Amy Coney Barrett, Neil M. Gorsuch e John Roberts hanno votato con le tre toghe liberal, formando la maggioranza di 6–3 che ha fatto cadere il cuore della politica dei dazi trumpiani. Una scelta contro-intuitiva solo per chi riduce la Corte a un derby ideologico: Barrett e Gorsuch si richiamano qui ai principi di metodo — testualismo, separazione dei poteri, cautela nell’ampliare per via interpretativa le deleghe — già espressi in altri casi; Roberts, da par suo, torna a presidiare l’architettura costituzionale che affida al Congresso l’imposizione fiscale e al presidente l’esecuzione delle leggi. Dall’altro lato, il fronte contrario è composto dai conservatori Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh: in dissenso, in particolare, Kavanaugh sostiene che la storia e la prassi consentano di leggere la IEEPA come fonte sufficiente per l’uso dei dazi, e avverte di un futuro “caos” nel rimborsare le somme già incassate dal Tesoro.

Quali dazi cadono e quali restano

Secondo le ricostruzioni convergenti delle principali testate americane, decadono le tariffe fondate sulla IEEPA introdotte nel 2025 e 2026: i cosiddetti dazi “globali e reciproci” — con aliquote fino al 50% — e i pacchetti d’emergenza verso partner come Canada, Messico, Cina, Brasile e India. Restano invece in piedi, perché poggiano su basi legali differenti, le misure varate (o mantenute) ai sensi della Sezione 232 del 1962 su acciaio e alluminio e alcune partite di auto e arredi; così come restano disponibili, entro confini rigorosi, i poteri della Sezione 122 del 1974, che consentono al presidente di imporre un dazio globale fino al 15% e per un massimo di 150 giorni, salvo proroghe con intervento del Congresso.

L’impatto contabile non è banale: la Washington Post stima che le tariffe colpite avessero generato circa 134 miliardi di dollari e rimanda alla giustizia di merito per stabilire modalità e portata di eventuali rimborsi agli importatori. Kavanaugh, nel dissenso, parla di un possibile “mess” amministrativo, e diversi analisti invitano alla prudenza: tra interessi da riconoscere, compensazioni e contenziosi pendenti alla Court of International Trade, la normalizzazione potrebbe richiedere mesi.

La reazione politica: attacchi alla Corte e nuovi piani tariffari

Nel giro di poche ore, Trump ha reagito con durezza, bollando la maggioranza come “una disgrazia” e accusando i giudici conservatori a lui vicini — Barrett e Gorsuch — di aver “tradito” il Paese. Parallelamente ha annunciato l’intenzione di tornare alla carica con un dazio globale del 10% ancorato, questa volta, a strumenti diversi dalla IEEPA, in primis la già citata Sezione 122 del Trade Act del 1974. La mossa gli lascerebbe un margine temporaneo, ma lo costringerebbe a misurarsi subito con il Congresso per eventuali estensioni. Nel frattempo, esponenti democratici come la deputata Grace Meng, presidente del Congressional Asian Pacific American Caucus (CAPAC), hanno salutato la sentenza come la fine di una “regime tariffario illegale” che avrebbe colpito milioni di piccole imprese di comunità import‑reliant.

Dentro il Palazzo: come si è formata la maggioranza

La lettura delle opinioni separate aiuta a capire la geometria sottilissima della coalizione di 6 giudici.

  1. L’“opinione della Corte” (parti I, II‑A‑1 e II‑B) di Roberts si concentra su testo e contesto della IEEPA: “regolare l’importazione” non equivale ad autorizzare “tasse e dazi”. Qui confluiscono i voti di Sotomayor, Kagan, Gorsuch, Barrett e Jackson.
  2. Le parti II‑A‑2 e III — dove si applica la major questions doctrine e si esclude un’“eccezione emergenziale” — ottengono l’adesione di Gorsuch e Barrett, ma non delle tre liberal: sono quindi una pluralità, non la ratio decidendi necessaria, benché influente per il futuro.
  3. Le tre giudici liberal esprimono consensi separati: Kagan (con Sotomayor e Jackson) dice che bastano “gli ordinari strumenti d’interpretazione”; Jackson richiama con forza la storia legislativa della IEEPA, a conferma delle intenzioni del Congresso nel 1977. Gorsuch firma una corposa concorrenza in difesa della non‑delegation doctrine e del perimetro delle grandi decisioni economiche.
  4. In dissenso, Thomas insiste su prassi storiche favorevoli a un ampio raggio dell’Esecutivo; Kavanaugh (con Thomas e Alito) contesta frontalmente la lettura della maggioranza, invocando precedenti e testi che, a suo dire, includerebbero i dazi tra gli strumenti tradizionali per “regolare” le importazioni in emergenza.

Un precedente che parla al futuro

La portata della decisione va oltre il commercio internazionale. Il richiamo alla major questions doctrine — anche nella forma “solo” plurale — e l’insistenza sulla tassazione come linea rossa congressuale inviano un messaggio a tutte le amministrazioni: nelle aree di “grande impatto economico”, lo spazio per l’ingegneria regolatoria via decreti e proclamazioni è stretto. Che si parli di energia, clima, sanità o tecnologia, il perimetro del presidente è quello definito dal testo e dal contesto delle leggi scritte dal Congresso; e laddove la legge tace, non è un vuoto da colmare a colpi di “emergenza”.

Nella sua concorrenza, Barrett suggerisce che il risultato si sarebbe potuto raggiungere anche senza ricorrere esplicitamente alla dottrina delle “questioni maggiori”, segno che — al netto dei dibattiti metodologici interni alla Corte — il punto di equilibrio qui trovato potrebbe reggere nel tempo: se vuoi imporre un’imposta, torna dal legislatore.