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il caso

Chi è Carmelo Cinturrino, il poliziotto accusato di avere ucciso un pusher (dopo avergli chiesto il pizzo e la droga): dentro l’inchiesta che scuote Milano

Tra testimonianze che parlano di richiesta di soldi, un buco di oltre venti minuti nei soccorsi e il giallo di una pistola a salve comparsa dopo: cosa sappiamo, cosa resta da chiarire

21 Febbraio 2026, 18:59

Rogoredo, ombre su un agente: richieste di denaro e droga al pusher ucciso. Dentro l’inchiesta che scuote Milano

Tra testimonianze che parlano di “pizzo”, un buco di oltre venti minuti nei soccorsi e il giallo di una pistola a salve comparsa dopo: cosa sappiamo, cosa resta da chiarire

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La scena si consuma in pochi secondi, nella penombra del boschetto di Rogoredo, regno dei pusher, accanto ai binari. È il tardo pomeriggio di 26 gennaio 2026: un colpo secco e il corpo di Abderrahim Mansouri a terra. In quelle stesse ore, gli investigatori iniziano a comporre un mosaico che oggi racconta una storia ben più complessa di uno scontro frontale in un’area di spaccio. Sullo sfondo, il nome di un poliziotto, Carmelo Cinturrino, assistente capo del commissariato Mecenate, che non è più soltanto l’uomo che ha sparato: le testimonianze raccolte parlano di richieste quotidiane di denaro e droga al ventottenne marocchino, un presunto “pizzo” da pagare per poter continuare a spacciare.

E poi c’è quel vuoto temporale: oltre 20 minuti prima che qualcuno chiami il 118, mentre il ragazzo agonizza a terra. Un’inchiesta che avanza tra atti e verbali, e che rischia di ridisegnare equilibri e consuetudini operative nella lotta allo spaccio nel quadrante sud-est di Milano.

Il cosiddetto “boschetto” di Rogoredo è da anni sinonimo di consumo e microtraffico: un’area dove si incrociano presidi di polizia, operazioni antispaccio, interventi sanitari e il costante tentativo delle istituzioni cittadine di sottrarre terreno al degrado. Nelle ultime stagioni, il commissariato Mecenate si è ritagliato un ruolo operativo di primo piano, con decine di arresti rivendicati in verbale dallo stesso Cinturrino, il più “anziano” della squadra investigativa per esperienza sul campo. È su questo terreno, conosciuto palmo a palmo dagli agenti e dai pusher, che si innesta la vicenda Mansouri.

Secondo gli atti finora noti, il 26 gennaio 2026, poco dopo le 17.30, durante un controllo antispaccio, Carmelo Cinturrino esplode un colpo dalla pistola d’ordinanza. Il proiettile colpisce Mansouri alla testa. I primi esiti autoptici e tecnici collocano la distanza di tiro a “ben superiore a 25 metri” con traiettoria frontale e un solo colpo partito. Dati che, al netto di ulteriori accertamenti, contribuiranno a chiarire dinamica, visuale e tempi di reazione. 

Inizialmente, l’assistente capo riferisce di aver sparato in legittima difesa, perché il ventottenne gli avrebbe puntato contro un’arma; vicino al corpo, infatti, viene trovata una replica di Beretta 92 con tappo rosso. Ma qui si apre il primo, enorme, varco investigativo: quella pistola a salve, secondo l’ipotesi oggi più accreditata, sarebbe stata collocata successivamente. 

Le tessere che più hanno scosso l’opinione pubblica arrivano in queste ore dalle testimonianze di conoscenti della vittima, ora al vaglio della Procura: Cinturrino avrebbe preteso ogni giorno da Mansouri 200 euro e 5 grammi di cocaina. Una cifra e un “format” che, se confermati, somigliano a un prelievo sistematico da racket, un costo fisso imposto dallo stesso agente a chi operava nella zona. Il ventottenne, sempre secondo i racconti raccolti, avrebbe rifiutato quelle presunte richieste e, da allora, avrebbe confidato di aver paura del poliziotto. Sono elementi delicatissimi, che la Squadra Mobile e i pm stanno setacciando con prudenza: non sono ancora verità giudiziarie, ma non sono più semplici voci.

Stando agli atti e agli interrogatori, l’allerta al 118 non sarebbe partita subito. Nonostante Cinturrino abbia detto ai colleghi di aver già contattato il servizio di emergenza, le verifiche indicano un ritardo superiore ai 20 minuti (in alcune ricostruzioni si parla di circa 23 minuti). Nel frattempo, Mansouri era a terra, ferito mortalmente. La Procura di Milano ha iscritto quattro poliziotti nel registro degli indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso: negli interrogatori più recenti, gli agenti avrebbero spiegato che fu Cinturrino a “gestire tutto”, confermando e, in parte, aggravando i dubbi sulla gestione di quelle fasi.

Un ulteriore tassello riguarda il movimento anomalo registrato tra la scena dello sparo e il commissariato Mecenate. Secondo quanto trapelato, uno dei colleghi, presente in zona, si sarebbe recato in ufficio e sarebbe tornato con una borsa; non è chiaro cosa contenesse. L’ipotesi investigativa – tutta da provare nei dettagli – è che proprio in quella sequenza si collochi la comparsa della replica a salve accanto al corpo. Una “messinscena” di cui i magistrati cercano riscontri attraverso telecamere, tracciati, reperti e analisi genetiche sull’arma rinvenuta.

Per capire la portata del caso, bisogna guardare al profilo professionale di Carmelo Cinturrino. Ha 42 anni è in forza al commissariato Mecenate, reputato tra i più esperti della squadra operativa, soprannominato “Luca” in alcuni ambienti. Nella sua traiettoria di servizio compaiono quaranta arresti nel solo 2025 nell’area di Rogoredo e riconoscimenti ufficiali – tra cui una menzione dell’allora Capo della Polizia, Franco Gabrielli, nel 2017. Un curriculum che racconta la pressione costante esercitata sul quadrante caldo dello spaccio, ma che secondo testimonianze interne avrebbe talvolta sconfinato in un metodo operativo “disinvolto”, capace di condizionare i colleghi più giovani. 

La difesa dell’assistente capo resta ferma: “Ho sparato perché avevo paura”, avrebbe ripetuto al suo legale, l’avvocato Piero Porcian, nelle ore successive agli interrogatori dei colleghi. Paura di un’arma che – sostiene da subito – Mansouri avrebbe puntato contro di lui. Una linea che fa leva sul principio di legittima difesa in un contesto operativo ad altissima tensione. Ma è proprio su quell’arma che si concentrano i punti critici dell’inchiesta: i tempi, i movimenti, i reperti, la coerenza con la scena. Il fratello della vittima avrebbe riferito che Mansouri temeva “il poliziotto di Mecenate”, convinto che “gliela avesse giurata”. Un linguaggio da “regolamento di conti” che, sebbene pesantissimo sul piano emotivo, va separato con cura dalle prove: gli inquirenti mantengono il faro sui fatti verificabili. Tuttavia, quando più testimoni convergono nello stesso schema narrativo – la richiesta quotidiana di denaro e stupefacenti –, la coerenza del quadro si fa rilevante.

L’iscrizione nel registro per omicidio volontario di Carmelo Cinturrino è un passaggio già noto. Nelle ultime ore, tuttavia, l’impianto si è consolidato grazie agli interrogatori dei quattro colleghi, ora indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Le loro versioni – pur nella prudenza che compete a dichiarazioni a caldo – hanno contribuito a “cristallizzare” il ritardo nella chiamata al 118 e la centralità di Cinturrino nella “gestione” immediatamente successiva allo sparo.

Sul caso è intervenuto anche il Viminale. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha sottolineato l’esigenza di fare chiarezzasenza sconti a nessuno”, rimarcando l’impegno della Polizia di Stato a indagare anche su se stessa quando necessario.