gli scenari
Dazi, terra rare e litio: la nuova geopolitica delle materie prime che minaccia le catene produttive europee
Come una stretta sul grafite o una linea di montaggio di magneti in Estonia possono decidere il destino dell’industria europea nei prossimi anni
Dal nuovo stabilimento europeo di magneti permanenti a Narva, in Estonia, escono i primi blocchi NdFeB destinati a motori di auto elettriche e turbine eoliche. Pochi giorni dopo, a migliaia di chilometri di distanza, Pechino aggiorna le regole sul controllo delle esportazioni di terre rare e ribadisce il perimetro di un settore che domina da decenni. Due fotogrammi, una tensione: la corsa europea a ricostruire catene del valore critiche in casa propria mentre il commercio globale si ricalibra tra dazi, dipendenze strategiche e ricerca affannosa di alternative industriali.
La faglia Germania-Cina: numeri di una dipendenza che conta
Il 20 febbraio 2026, i dati ufficiali di Destatis hanno confermato ciò che nei corridoi di Berlino si sussurrava da mesi: nel 2025 la Cina è tornata primo partner commerciale della Germania con 251,8 miliardi di euro di interscambio, mentre gli Stati Uniti sono scesi a 240,5 miliardi. Le importazioni tedesche dalla Cina hanno toccato 170,6 miliardi di euro (in crescita dell’8,8% anno su anno), a fronte di esportazioni per 81,3 miliardi (in calo del 9,7%), ampliando il disavanzo tedesco verso Pechino a 89,3 miliardi. Un ribaltamento rispetto al 2024, quando Washington aveva strappato il primato a Pechino, e un messaggio chiaro: la manifattura europea resta agganciata a input asiatici strategici, proprio mentre il clima commerciale si fa più aspro per via dei dazi.
A rincarare la dose, un’analisi del 22 febbraio del Guardian sintetizza la svolta: 251 miliardi di euro di scambi Germania‑Cina nel 2025, contro 240 miliardi Germania‑USA, frenati anche dai nuovi dazi dell’amministrazione Trump. Nel 2025, le importazioni tedesche dalla Cina sono state più del doppio delle esportazioni verso Pechino (170,6 contro 81,3 miliardi). In questo contesto, il cancelliere Friedrich Merz prepara a fine febbraio la sua prima missione in Cina: sul tavolo non solo Ucraina e diritti umani, ma soprattutto come ridurre le vulnerabilità europee nelle materie prime critiche.
Il nodo dazi: l’Europa alza i ponti levatoi sulle auto elettriche
Nel 2024 l’Unione europea ha imposto dazi compensativi definitivi, fino a oltre il 35%, sulle auto elettriche di provenienza cinese al termine dell’indagine antisovvenzioni. La Commissione ha poi aperto, il 12 gennaio 2026, alla possibilità di “impegni di prezzo” per i produttori cinesi, segno che Bruxelles tenta una gestione chirurgica del dossier per evitare una guerra commerciale senza quartiere. Resta il dato politico‑industriale: l’Europa cerca di difendere il suo settore auto, ma continua a importare da filiere dominanti cinesi batterie, componenti e materiali.
Nel frattempo, Pechino ha giocato più volte la carta delle materie prime: dai controlli sulle esportazioni di gallio e germanio del 2023 alla stretta sulle licenze di grafite (fondamentale per gli anodi delle batterie Li‑ion) scattata il 1 dicembre 2023. Ogni misura è un promemoria: quando i “colli di bottiglia” sono a monte, i dazi a valle possono rallentare la concorrenza, ma non garantiscono approvvigionamenti.
Terre rare: il tallone d’Achille magnetico dell’industria europea
Le terre rare non sono “rare” in natura, ma estrarle e separarle in modo economicamente ed ecologicamente sostenibile è complesso. Oggi la Cina controlla quasi tutta la fase di raffinazione globale: stime indipendenti e analisi di agenzie internazionali parlano di una quota prossima al 90% della produzione raffinata mondiale. Per l’Europa, questo si traduce in vulnerabilità diretta su magneti permanenti e su segmenti chiave della difesa e dell’elettrificazione.
Un primo contrappeso è arrivato il 19 settembre 2025 con l’inaugurazione dello stabilimento di Neo Performance Materials a Narva: è il primo impianto su scala industriale in UE per magneti NdFeB, con capacità iniziale di circa 2.000 tonnellate l’anno e rampa verso 5.000. Secondo stime riportate dal Financial Times, l’UE importa oggi circa 22.000 tonnellate di magneti l’anno, con un affidamento sulla Cina stimato al 98%: l’impianto estone è quindi un inizio, non una svolta, ma segna la costruzione di anelli europei in una catena prima quasi interamente asiatica.
In parallelo, Solvay ha riattivato ed espanso a La Rochelle (Francia) la capacità di separazione di terre rare per magneti: lo stabilimento — il maggiore fuori dalla Cina capace di separare l’intera famiglia — ha inaugurato nel 2025 una nuova linea dedicata ai materiali magnetici e punta a una capacità di circa 4.500 tonnellate l’anno entro il 2030. Anche qui, il significato è strategico: ricostruire competenze di processo in Europa, dall’ossido separato al materiale per magneti, con efficienze ambientali migliorate.
Ciononostante, i segnali dalla Cina restano determinanti: nel 2025 Pechino ha adottato “regole ad interim” per accorpare e stringere i controlli sull’intera filiera delle terre rare, dalla miniera all’export, confermando la centralizzazione di un settore ritenuto strategico. L’UE ha accolto con favore una sospensione di 12 mesi su alcune misure di controllo all’export, ma la finestra è temporanea e la dipendenza strutturale non si risolve in un anno.
Litio: l’oro bianco tra Ande, Rin e Allier
Se i magneti sono il “cuore” della trazione elettrica, il litio ne è il “sangue”. La buona notizia per l’Europa è che alcuni attori continentali cominciano a mettere piede nelle fasi a monte e a metà catena. La francese Eramet ha avviato a fine 2024 la produzione nel progetto Centenario‑Ratones in Argentina con tecnologia di estrazione diretta (DLE): obiettivo 24.000 t/anno di carbonato di litio a regime, con rampa nel 2025 e prime spedizioni nel 2025. È la prima azienda europea a produrre litio su scala industriale: un tassello prezioso per garantire feedstock a impianti di cathode active materials e celle in Europa.
Sul continente, il progetto Keliber in Finlandia — controllato da Sibanye‑Stillwater con Finnish Minerals Group — è entrato nel 2026 in fase di avvio scaglionato: miniera e concentratore in commissioning entro il Q1 2026, con la decisione sulla rampa della raffineria di idrossido legata alle condizioni di mercato. A regime, il piano resta produrre circa 15.000 t/anno di idrossido di litio. È uno dei candidati di punta per un litio “EU‑made” a partire dalla roccia dura nordica.
In Portogallo, il progetto Barroso di Savannah Resources ha superato un DIA positivo nel 2023 ma procede tra ricorsi, sospensioni temporanee e un crescente conflitto sociale in Covas do Barroso; dopo stop e ripartenze nel febbraio 2025, l’orizzonte di avvio è slittato oltre il 2027‑2028. È un caso‑scuola: senza consenso locale e percorrenze autorizzative chiare, la sovranità mineraria resta un obiettivo sulla carta.
La Francia punta sul progetto EMILI di Imerys nell’Allier: 34.000 t/anno di idrossido di litio con avvio previsto a fine 2028, oltre 1.000 posti tra diretti e indiretti. Anche qui il dibattito pubblico è acceso, ma il progetto rimane tra i pilastri del percorso francese verso una catena batterie competitiva.
L’arma dei trattati: dal CRMA alle partnership “Global Gateway”
La bussola di Bruxelles è il Critical Raw Materials Act (CRMA), entrato in vigore il 23 maggio 2024. Tre i benchmark chiave entro il 2030 per le materie prime “strategiche”: almeno il 10% del fabbisogno da estrazione in UE, il 40% da lavorazione/raffinazione e il 25% da riciclo; in più, non oltre il 65% di dipendenza da un singolo Paese terzo per ciascuno stadio. Nel 2025 la Commissione ha iniziato a selezionare i primi “progetti strategici” lungo la filiera e ad attivare la Critical Raw Materials Board per stress test, coordinamento scorte e possibili piattaforme di acquisto congiunto. Sono passi amministrativi, ma necessari per trasformare politiche in cantieri.
La seconda gamba è esterna: l’UE ha chiuso e aggiornato partnership strategiche per le materie prime con Kazakhstan (2022) e Namibia (2022–2025 roadmap), e ha modernizzato l’accordo commerciale con il Cile — che garantisce all’UE accesso non discriminatorio al litio (oggi circa l’80% delle importazioni UE dal Cile) e impegni ambientali stringenti. L’obiettivo è diversificare: più rotte, più partner, più standard comuni.