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il caso sui media americani

Lo “schiaffo” di Leone XIV a Trump e Vance: sceglie Lampedusa mentre Washington celebra il 250° anniversario degli Stati Uniti

Il Papa rinuncia del Pontefice all’invito consegnato in Vaticano e sceglie la Sicilia. Negli Usa viene interpretato come un segnale di distanza dall’Amministrazione

23 Febbraio 2026, 08:01

20:50

Lo “schiaffo” di Leone XIV a Trump e Vance che divide l'America

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Il 4 luglio, mentre Donald Trump celebrerà il 250º anniversario degli Stati Uniti con jet F-35, fuochi d'artificio e eventi – anche un po’ kitch - a Washington, il primo Papa americano della storia sarà invece a Lampedusa, l’isola del Mediterraneo simbolo dell’accoglienza dei rifugiati.

E negli Usa la decisione di Papa Leone XIV non è passata per nulla inosservata, ma anzi è vissuta e ampiamente descritta come un vero e proprio schiaffo politico all’Amministrazione Trump e, in modo particolare, al vicepresidente J.D. Vance che nel maggio dell'anno scorso si era recato in Vaticano per consegnare personalmente un invito al Pontefice per il “Freedom 250”, l’evento organizzato dal presidente Trump per il compleanno della nazione. C’era chi pensava che Papa Prevost, nato e cresciuto a Chicago, mai avrebbe detto di no al “suo” vicepresidente cattolico. Invece, il Vaticano ha seccamente declinato l'invito, confermando discretamente che il Papa non ha alcuna intenzione di visitare gli Stati Uniti nel 2026. Oltreoceano, questa mossa è stata analizzata come un “rifiuto imbarazzante”, che dimostra come Papa Leone non sia disposto a lasciarsi usare come un mero strumento di propaganda per le celebrazioni dell'Amministrazione. Del resto Papa Leone avrebbe potuto programmare la sua visita a Lampedusa la settimana precedente o quella successiva al 4 luglio. Avere scelto quel giorno è letto, tra i commentatori americani, come un chiaro segnale di distanza.

In America parlano di un Vance in imbarazzo per il rimprovero del presidente che lo accusa di non aver saputo “gestire” il dossier-Pontefice. Addirittura c’è chi si aspetta una “rappresaglia” mediatica attraverso il social Truth o addirittura un attacco frontale al Papa durante l'imminente e attesissimo discorso sullo Stato dell'Unione.

La scelta di disertare la sfarzosa Washington per volare sull’isola italiana di Lampedusa — simbolo mondiale riconosciuto delle rotte migratorie e porta d'ingresso per chi fugge da Africa e Medio Oriente — è considerata negli Usa come una provocazione mirata, un gesto plateale contro la retorica trumpiana dei confini chiusi. Mentre Trump insomma celebra la cultura Maga, Papa Leone sceglie coloro che muoiono cercando la libertà, abbracciando quello che definisce un “obbligo morale”. Tutte sottigliezze che sui social americani e sulla stampa Usa - compreso il prestigioso Time – hanno rilevato senza fare sconti. Del resto, prima di salire al soglio pontificio, l’allora cardinale Robert Prevost aveva già rivendicato con orgoglio il suo status di “discendente di immigrati”, rendendo la questione estremamente personale fin dai suoi primi discorsi pubblici.

Ma questo sgarbo in occasione del Giorno dell'Indipendenza è solo l'ultimo capitolo di una frattura sempre più insanabile tra la Santa Sede e Washington. Nell'ultimo anno, il Papa ha duramente criticato la spietata repressione e le deportazioni di massa indiscriminate di Trump. A settembre si è spinto fino a mettere in dubbio l' integrità “pro-life” di chi avalla i trattamenti inumani contro gli immigrati. Il Pontefice ha inoltre agito concretamente contro i vertici ecclesiastici statunitensi troppo vicini al presidente, destituendo l'arcivescovo di New York Timothy Dolan, noto amico di Trump, per far posto al vescovo pro-migranti Ronald Hicks. A completare il quadro, la recente decisione vaticana di snobbare anche il “Board of Peace”, l'iniziativa diplomatica di Trump, preferendo affidarsi all'autorità dell'Onu per la gestione delle crisi internazionali.