23 febbraio 2026 - Aggiornato alle 21:44
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L'inchiesta di Milano

La divisa tradita: Cinturrino «pericoloso e potrebbe uccidere ancora», un collega: «Temevo mi sparasse»

Polizia sotto choc: agente arrestato per l'omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo, testimone oculare e presunta messinscena con colleghi indagati. Pisani: «Un delinquente»

23 Febbraio 2026, 18:46

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La divisa tradita: Cinturrino «pericoloso e potrebbe uccidere ancora», un collega: «Temevo mi sparasse»

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La polizia di tutta Italia è scossa da quello che è accaduto oggi. E man mano che sono pubblicati stralci del fermo di Carmelo Cinturrino il cuore è lacerato. Essere poliziotto è qualcosa di più di una divisa. È una missione. Uno stile di vita. E quindi se quello che emerge dalle indagini della procura di Milano sarà confermato da un processo, quello che è accaduto sarà ancora più grave. Perché ha tradito un'istituzione che quotidianamente è impegnata a difendere i cittadini. Ha il compito della sicurezza. Domani Cinturrino potrà difendersi dalle accuse mosse davanti al gip. Le manette sono scattate mentre era al lavoro al commissariato di via Mecenate. L'accusa è omicidio volontario: Abderrahim Mansouri sarebbe stato ucciso lo scorso 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo a Milano al termine di un controllo antispaccio. Gli avrebbe sparato mentre scappava. Nessuna legittima difesa, quindi. Cinturrino anzi avrebbe messo insieme una messinscena grottesca. Con l'aiuto di quattro colleghi finiti nel registro degli indagati per favoreggiamento. Un testimone oculare lo ha incastrato. E per il pm di Milano, inoltre, ci sarebbe il pericolo concreto che possa tornare a uccidere. A sparare. L’agente, difeso dall’avvocato Piero Porciani, domani si potrà difendere. E chiarire i vari aspetti emersi durante le indagini. Il gip poi dovrà decidere sull'applicazione della custodia cautelare in carcere avanzata dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola. Le indagini sono state condotte dalla Squadra Mobile. E in ufficio l'aria è tesissima: fa male, davvero male scoprire che un collega possa macchiarsi di condotte simili. «Abbiamo dimostrato di avere gli anticorpi di fronte a vicende di questo genere. Questo anche per i cittadini che è nostro compito tutelare», ha detto il questore di Milano, Bruno Megale.

La notizia che il consulente della difesa abbia deciso di rimettere il mandato fa capire che forse l'inchiesta ha fatto emergere ancor di più di quello che è andato in discovery oggi in conferenza stampa. Dario Redaelli, noto per i casi di Garlasco e Yara, ed esperto anche nel settore della balistica forense, ha affermato: «Non posso pensare di difendere una persona che ha preso in giro non solo il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per 40 anni». Il tecnico, che si era occupato anche del suicidio di Raul Gardini, ha aggiunto: «Mi dispiace molto per tutti i poliziotti che ogni giorno si impegnano per garantire la sicurezza degli italiani e che rappresentano al meglio la divisa che indossano»

Ma è il testimone oculare che ha assistito all’omicidio di Abderrahim Mansouri la prova chiave. L'uomo ha messo a verbale che il 28enne «non sarebbe stato armato e che avrebbe avuto in una mano un telefono e, nell’altra, una pietra». Mansouri, inoltre, «sarebbe stato attinto mentre stava per scappare» e, una volta colpito, «sarebbe caduto frontalmente». Testimonianza riscontrata da più elementi, come si legge nel decreto di fermo. Risulta anche che l’agente che era con lui quando ha sparato ha riferito che «nessuno dei due poliziotti ha intimato l’alt al Mansouri» né si è qualificato. Anche gli altri due agenti indagati, che sono arrivati poco dopo sulla scena del delitto, «non hanno visto alcuna pistola od oggetto nero compatibile con un’arma vicino al corpo» di Abderrahim Mansouri. Nel decreto di fermo a carico del poliziotto Carmelo Cinturrino vengono ricostruiti passaggi dei loro interrogatori del 19 febbraio. Quella pistola, poi risultata una replica a salve e che sarebbe stata nella borsa portata là da un altro collega, «è stata invece vista» dai due agenti «in un secondo momento, ovvero quando, dopo che era tornato proprio quel collega dal Commissariato Mecenate, Cinturrino - scrivono i pm - si era nuovamente avvicinato al corpo». Nel decreto di fermo c'è anche la foto di Mansouri a terra. Accanto alla mano, scrivono i pm, «è visibile la pietra» di cui ha riferito il teste oculare del delitto. «La posizione delle gambe ed il fango trovato sul viso del Mansouri - si legge ancora - danno ulteriore riscontro alla versione», ben differente da quella sostenuta dall’indagato ed, in un primo momento, dall’altro poliziotto che era poco dietro. Dissero che «la vittima sarebbe caduta nella stessa posizione in cui è stata immortalata, ovvero in posizione supina». In realtà, tutte le analisi tecniche e anche medico legali hanno accertato che Mansouri si stava girando quando è stato colpito dal proiettile sopra l’orecchio destro e quindi non era «pienamente frontale rispetto alla linea di tiro». Ed è poi «caduto prono al suolo», non supino, «urtando la superficie anteriore del volto e l’area zigomatica destra». Come riferito anche dal collega nell’interrogatorio, dunque, Cinturrino ha pure girato il corpo dopo l’omicidio. Dopo aver sparato, Carmelo Cinturrino, si è avvicinato ad Abderrahim Mansouri, «ha girato il corpo» e una volta accortosi che era «morto, non rantolava» ha ordinato al collega che era con lui di «andare in commissariato a prendere le valigetta degli atti». Una borsa da cui poi il poliziotto, ora fermato per omicidio volontario, «ha prelevato qualcosa (...) un oggetto nero» ed è di nuovo «tornato di corsa» verso il presunto pusher. «Solo in quell'occasione ho visto che nei pressi del corpo, vicino alla mano destra c'era una pistola», ha detto l'agente che era con Cinturrino il 26 gennaio al boschetto.

L’agente ora in carcere, si sarebbe attivato «più volte per raccomandare che la versione della legittima difesa venisse sostenuta senza esitazioni». E che loro avevano il «timore» che potesse «aggredirli e far loro del male». Il collega che era più vicino a lui quando ha sparato ha raccontato addirittura che, mentre andava verso la macchina quel pomeriggio del 26 gennaio, ha pensato che lui potesse «sparargli». «Ho avuto questo pensiero - ha detto l’agente interrogato - Cinturrino è una persona pericolosa. È una persona che incute timore, è rude». Il procuratore di Milano Marcello Viola e il pm Giovanni Tarzia, nella richiesta di custodia cautelare in carcere, lo descrivono come una «persona aggressiva e violenta», che era solita «percuotere le persone che frequentavano il bosco di Rogoredo anche avvalendosi di un martello». «Ci sono forti rischi di reiterazione del reato, ossia che possa uccidere ancora, e di inquinamento probatorio, oltre che il pericolo di fuga, perché ha anche una disponibilità di alloggi», aggiungono i pm. Resta da ricostruire il movente, ma è venuto fuori che nell’ultimo periodo l'agente avrebbe preso di mira il presunto pusher. «Ce l’aveva con lui».

A carico di Carmelo Cinturrino, aggiungono i pm, ci sono forti rischi di reiterazione del reato, ossia che possa uccidere ancora, e di inquinamento probatorio, oltre che il pericolo di fuga, perché ha anche una disponibilità di alloggi.

Non c'è mai stato alcun «personale plauso» da parte dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli all'assistente capo Carmelo Cinturrino, accusato dell'omicidio di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo lo scorso 26 gennaio e fermato questa mattina dai suoi stessi colleghi della Squadra mobile di Milano. A sottolinearlo è lo stesso Gabrielli facendo riferimento ad un riconoscimento ottenuto dal poliziotto nel 2017. La circostanza sarebbe emersa la sera stessa dell'omicidio, quando Cinturrino e gli altri poliziotti sono stati sentiti dal pm Giovanni Tarzia. In quell'occasione l'assistente capo avrebbe ricordato i diversi arresti fatti in quel boschetto, una zona che lui conosceva bene e che, proprio per questa conoscenza, faceva di lui uno dei più esperti della squadra.

«La velata, e non troppo, suggestione che questo signore, allo stato degli atti non so come altro qualificarlo, abbia avuto il mio 'personale' plauso, è semplicemente destituita di fondamento, seppur faccia 'colore'», dice l'ex capo della Polizia, ricordando che «se si sapesse come funziona il sistema delle ricompense in polizia si derubricherebbe lo scalpore a ben altro stupore». Le segnalazioni per attività di polizia giudiziaria, spiega infatti Gabrielli, «vengono fatte dagli uffici di appartenenza, deduco dal contesto la Questura di Milano, secondo un regolamento che prevede come e quando si possono richiedere». Proposte che, «a seconda del tipo di ricompensa, vengono vagliate da apposite Commissioni, la più importante presieduta dal vice capo vicario». Dunque, «il fatto che compaia il nome del capo della Polizia, nel caso specifico il mio, - conclude Gabrielli - è dato dalla circostanza che gli attestati sono a firma prestampata del capo della Polizia di turno».

«L'immagine sana è quella dei colleghi investigatori della questura di Milano e questo è molto importante, perché noi abbiamo necessità di essere punto di riferimento per la nostra collettività e il cittadino deve avere quotidianamente fiducia nel nostro operato». Non vedo il testo da riformattare. Per favore incollalo qui. in merito al fermo dell’assistente capo Carmelo Cinturrino per la vicenda di Rogoredo. «Penso che aver dimostrato come la Polizia di Stato ha operato l’arresto di un ex appartenente alla Polizia di Stato, anzi lo definirei un delinquente - ha concluso - penso che questa sia l’immagine sana del nostro modo di operare»