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Caso Mandelson-Epstein: l’ambasciatore rilasciato su cauzione e l'ombra lunga sulle istituzioni britanniche

L'ex diplomatico è stato arrestato nell'ambito un’indagine su “misconduct in public office”. C'è un filo diretto che porta ai suoi rapporti con Jeffrey Epstein

24 Febbraio 2026, 09:46

Caso Epstein, arrestato a Londra l'ex ministro britannico Peter Mandelson

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All’uscita della villetta in Camden, a Londra, le divise si confondono con il buio di fine pomeriggio. Un’auto senza contrassegni, portiera posteriore aperta, e un uomo di 72 anni che sale senza manette. È l’istantanea dell’arresto di Peter Mandelson, ex ministro laburista, figura-chiave della stagione del New Labour e, più di recente, ex ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti.

Il sospetto messo nero su bianco dagli investigatori della Metropolitan Police è pesante: presunta “misconduct in public office” — abuso di funzione pubblica — in un fascicolo che incrocia i presunti rapporti con il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein. Dopo alcune ore di interrogatorio, nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2026, Mandelson è stato rilasciato su cauzione. Le indagini proseguono nel massimo riserbo.

L’arresto e la rimessione in libertà: i fatti confermati

Nella giornata di lunedì 23 febbraio 2026, gli agenti della Metropolitan Police hanno eseguito l’arresto di un uomo di 72 anni — identificato dalla stampa come Peter Mandelson — presso un indirizzo a Camden. Contestualmente, erano già stati eseguiti mandati di perquisizione in due abitazioni riconducibili all’indagato, a Camden e nella contea di Wiltshire.

Nella notte, la polizia lo ha rimesso in libertà su cauzione, specificando che non sarebbero state diffuse ulteriori informazioni per non pregiudicare l’inchiesta. La notizia è stata riportata anche in Italia dall’agenzia Adnkronos e ripresa da testate locali.

Mandelson, tramite i suoi legali, ha fatto sapere di respingere ogni addebito. Al momento, è importante sottolinearlo, non gli viene contestato alcun reato di natura sessuale: il cuore dell’indagine riguarda presunte comunicazioni o condotte poste in essere quando ricopriva incarichi pubblici, potenzialmente idonee a configurare una violazione dell’interesse pubblico.

Che cos’è la “misconduct in public office” e perché è un’accusa così grave

La misconduct in public office è un reato di common law che, secondo l’indirizzo della Crown Prosecution Service (CPS), richiede la prova di una condotta di un pubblico ufficiale che, per dolo o grave colpa cosciente, si traduca in un abuso della fiducia pubblica a un livello di serietà elevatissimo. È un reato giudicabile solo dinanzi alla Corte (on indictment) e può, nei casi più gravi, comportare pene molto severe. La guida CPS elenca esempi tipici: dall’accesso improprio a banche dati riservate, alla trasmissione indebita di informazioni sensibili, fino a omissioni di intervento quando imposto dal ruolo. In tutti i casi, la condotta deve essere legata all’“acting as such”, cioè all’esercizio effettivo dei poteri/compiti dell’ufficio, e superare una soglia di gravità che offende la fiducia riposta nell’istituzione.

In concreto, nel caso Mandelson, l’ipotesi investigativa — al momento solo ipotizzata — fa riferimento a presunte condivisioni di informazioni governative sensibili con Jeffrey Epstein nel periodo in cui Mandelson ricopriva ruoli di governo. Va ribadito che questa è una pista investigativa e che la presunzione di innocenza resta intatta sino a eventuale rinvio a giudizio e sentenza.

I legami con Jeffrey Epstein: ciò che emerge dai documenti e ciò che contesta la difesa

Negli ultimi mesi, il rilascio di nuovi “Epstein files” da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha alimentato una catena di rivelazioni su presunti contatti, email e movimentazioni finanziarie che coinvolgerebbero anche Peter Mandelson. Alcune testate anglosassoni hanno riferito di scambi di messaggi nel 2009 — periodo in cui Mandelson era Business Secretary — interpretati come condivisione di note interne e briefing potenzialmente market‑sensitive; altre fonti citano trasferimenti di denaro per circa 75.000 dollari nel primo decennio degli anni 2000, circostanze che l’ex ministro afferma di non ricordare e di voler vedere verificate in modo indipendente.

Secondo ricostruzioni giornalistiche, il rapporto personale tra Mandelson ed Epstein sarebbe proseguito anche dopo la condanna del 2008 del finanziere per reati sessuali. Queste frequentazioni, a prescindere dal profilo penale, hanno già avuto un costo politico per l’ex ministro.

Sui presunti bonifici e sulle email citate dalla stampa, la posizione pubblica di Mandelson è di netta smentita quanto a qualsiasi condotta illecita e di richiesta di accertamenti sulla piena autenticità dei documenti.

In questa fase, molte delle informazioni provengono da fascicoli investigativi o file divulgati parzialmente: la verifica giudiziaria sarà decisiva per distinguere fatti accertati da materiale grezzo e per pesare il reale valore probatorio delle corrispondenze. È opportuno, dunque, evitare scorciatoie e mantenere un linguaggio prudente.

Un profilo pubblico ingombrante: dall’Europa alla diplomazia a Washington

La traiettoria pubblica di Peter Mandelson è di quelle che lasciano segni: più volte ministro nei governi laburisti, Commissario europeo al Commercio dal 2004 al 2008, poi Business Secretary tra il 2008 e il 2010. Figura intellettuale del New Labour, negli anni post-governativi ha co‑fondato la società di consulenza Global Counsel. Nel dicembre 2024, il governo guidato da Keir Starmer lo ha nominato ambasciatore nel Regno Unito negli Stati Uniti, incarico assunto nel febbraio 2025 e interrottosi nel settembre 2025 proprio per l’emergere — allora sul piano politico e reputazionale — dei suoi rapporti con Epstein.

Le ripercussioni non si sono fermate alla cornice istituzionale: sotto la pressione del caso, Mandelson si è dimesso dalla Camera dei Lords nelle scorse settimane e ha disinvestito le residue quote nella sua società di consulenza. Nel frattempo, Global Counsel è finita in amministrazione straordinaria dopo l’esodo dei clienti, con decine di posti di lavoro in bilico: una cartina al tornasole del danno reputazionale che il caso sta producendo nel mondo della public affairs britannica.

L’effetto a catena sulla politica britannica

L’arresto di Mandelson è arrivato a pochi giorni da quello di Andrew Mountbatten‑Windsor (già noto come principe Andrew) nell’ambito di un fascicolo speculare per misconduct in public office e, più in generale, si inserisce in un momento di forte pressione per il governo Starmer, che ora deve rispondere a domande politiche sulla nomina a Washington nonostante i rapporti pregressi dell’interessato con Epstein. Secondo fonti di stampa, Downing Street ha accettato di trasmettere alla commissione d’intelligence parte della documentazione di “vetting” sull’ex ambasciatore, compatibilmente con i limiti imposti dall’inchiesta penale in corso.

Sullo sfondo, un tema più strutturale: la tenuta delle procedure di controllo e l’efficacia dei meccanismi di prevenzione dei conflitti di interesse per chi ricopre incarichi sensibili. Il caso, al netto degli esiti giudiziari, rischia di diventare un precedente per ridefinire — in senso più stringente — i parametri di trasparenza e verifica nelle nomine strategiche.

Cosa dice finora la polizia e cosa può accadere adesso

La comunicazione ufficiale della Metropolitan Police è asciutta: arresto, perquisizioni in due indirizzi, traduzione in centrale e, infine, rilascio su cauzione con indagini in corso. Non vengono forniti dettagli su capo di imputazione specifico, periodo esatto delle condotte ipotizzate o natura dei documenti/informazioni che sarebbero stati divulgati. È coerente con la prassi britannica: la polizia non fa nomi fino a eventuale imputazione formale, e tutela la “integrità dell’indagine” evitando anticipazioni che possano contaminarla.