MILANO
«È un pazzo, si è fiondato sul corpo»: nei verbali dei colleghi il ritratto choc di Cinturrino
Gli agenti indagati per favoreggiamento dipingono l'assistente capo come violento e corrotto: chiedeva pizzo a spacciatori e tossici, picchiava con un martello anche un disabile. E sapeva l'orario in cui Mansouri compariva nel bosco
«È un pazzo, non sta bene, si è fiondato subito sul corpo di Zack e lo ha girato». Sono le parole che l'agente più vicino a Carmelo Cinturrino, nel momento in cui ha sparato e ucciso Abderrahim Mansouri il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo, avrebbe detto ai colleghi subito dopo la sparatoria. Parole messe a verbale, che emergono ora dagli atti dell'inchiesta coordinata dal procuratore Marcello Viola e che restituiscono un ritratto devastante dell'assistente capo 41enne, in carcere a San Vittore con l'accusa di omicidio volontario.
I quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso — difesi dagli avvocati Massimo Pellicciotta, Antonio Buondonno e Matteo Cherubini — sono stati interrogati il 19 febbraio scorso dal pm Giovanni Tarzia e dagli investigatori della Squadra mobile. Dai verbali emerge un quadro che va ben oltre la singola sparatoria: quello di un poliziotto violento, corrotto, temuto dai colleghi e ossessionato dal pusher marocchino conosciuto come Zack.
«Non mi ispirava fiducia, ho sempre chiesto di non lavorare con lui»
Nessuno dei colleghi sentiti dagli inquirenti sembra essere rimasto sorpreso dal comportamento di Cinturrino, soprannominato nel commissariato Mecenate «paladino» o «fenomeno», ma anche molto chiacchierato. «Si parlava spesso in commissariato del fatto che fosse una persona poco raccomandabile», ha messo a verbale uno degli agenti. «Io ho sempre cercato di limitare al minimo i rapporti con lui». Un altro ha dichiarato di aver chiesto esplicitamente di non essere messo in pattuglia con lui: «Non mi ispirava fiducia. Io ho sempre fatto presente all'ispettore di non metterci insieme, e dopo un po' anche lui si è reso conto che Carmelo aveva atteggiamenti non belli. Era aggressivo, allungava le mani».
Il martello trovato in possesso di Cinturrino — elemento già emerso nelle ore successive all'arresto — ritorna con forza nei verbali. «Io ho visto che si portava un martello e una volta lo ha usato per picchiare i tossici», ha dichiarato un collega. Lo usava «quando i tossici non gli dicevano dove erano i soldi e dove era la sostanza». A farne le spese in modo sistematico era anche un disabile frequentatore del boschetto: «Con lui era diventato un accanimento. Diverse volte Cinturrino lo ha indagato, ma spesso si sfogava con lui. Gli alzava le mani, è capitato anche che ha usato il martello con lui. Gli chiedeva soldi e droga». Il martello, precisano i colleghi, veniva tenuto nascosto: «Lo teneva sotto la manica in modo che non si vedesse».
Un altro agente ha confermato il medesimo schema: «Urla, schiaffi, qualche colpo con un pezzo di legno. Spesso ce lo riferivano i tossici, io lo avrò visto cinque o sei volte colpire qualcuno. Io lo redarguivo perché a me non piaceva per niente questo atteggiamento».
Il pizzo nel bosco: droga e soldi in cambio della libertà
Il sistema che Cinturrino avrebbe instaurato nel boschetto di Rogoredo era, secondo i colleghi, quello di un vero e proprio racket. «Sì, l'ho visto chiedere soldi e droga», ha risposto secco uno degli agenti al pm. I frequentatori del bosco, spacciatori e tossicodipendenti, avrebbero imparato rapidamente le regole del gioco: «Mi hanno detto che con 'Lucà — soprannome di Carmelo — facevano così: davano la sostanza e lui non li arrestava». Un frequentatore del bosco avrebbe confidato a un agente, lasciandolo «basito»: «Se io do tutto di solito mi lasciano stare, intendendo la busta con tutto, monete, soldi, sostanza».
I dubbi tra i colleghi erano cresciuti nel tempo anche per un'altra ragione: «Noi eravamo al bosco e spesso non riuscivamo a trovare nulla, mentre lui aveva sempre qualcosa. Quindi ci sono venuti dei dubbi e cercavamo di stare distaccati». Uno degli agenti ha anche ricordato un episodio concreto: «Una volta durante un controllo di un tossico gli abbiamo trovato una banconota da 20 euro. Io l'ho data a Carmelo», ma quei soldi «non gli sono mai stati restituiti e non abbiamo fatto nessun verbale di sequestro». Che i soldi potessero finire nelle tasche di Cinturrino è il sospetto che serpeggia in più di un verbale, anche se nessuno afferma di averlo visto con certezza. Nei giorni precedenti all'omicidio, inoltre, un agente ha raccontato di averlo visto tornare dal bosco e distribuire cocaina ai tossicodipendenti come forma di «gratifica».
L'ossessione per Zack e quella sera del 26 gennaio
Sul rapporto tra Cinturrino e Mansouri, i verbali sono inequivocabili. L'assistente capo «voleva prendere» Zack, conosceva «l'orario» in cui di solito compariva nel bosco — «alle 17, 17.30, ogni tanto si coordinava con l'ispettore e si cercava di prendere Zack» — e quella sera del 26 gennaio era arrivato nel boschetto di sua iniziativa, mentre i colleghi erano già impegnati in un altro arresto. «Non so chi l'ha chiamato», ha spiegato uno degli agenti.
Dopo aver sparato, Cinturrino avrebbe detto ai colleghi che era «successo un casino» e che «aveva sparato in testa a Zack». Ha detto di aver chiamato i soccorsi, ma non era vero. I due agenti arrivati subito dopo sulla scena hanno confermato di aver capito immediatamente, «insospettiti», che «la pistola l'aveva messa lui» vicino al corpo di Mansouri. «Ci portiamo addosso un peso», ha ammesso uno di loro.
Il telefono sequestrato e le indagini difensive
Nei verbali emerge anche un dettaglio su cui i legali dei familiari di Mansouri, gli avvocati Piazza e Romagnoli, stanno conducendo indagini difensive: nei mesi scorsi il commissariato Mecenate aveva sequestrato un telefono alla vittima. «Il telefono era praticamente nuovo», si legge negli atti. La Procura ha chiesto di effettuare comparazioni con una fattura presentata, dopodiché il dispositivo è stato dissequestrato. Un passaggio ancora da chiarire, in un'inchiesta che si fa ogni giorno più complessa.