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il caso

Ma davvero Francia e Regno Unito vogliono dare all'Ucraina l'atomica? Perché le accuse russe sembrano una boutade

La "rivelazione" del Servizio di intelligence estero russo (SVR). Ma fonti diplomatiche occidentali e verifiche indipendenti concordano: si tratta di una manovra di distrazione, studiata per occupare l’agenda nel giorno dell’anniversario del conflitto.

24 Febbraio 2026, 18:49

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Ma davvero Francia e Regno Unito vogliono dare all'Ucraina l'atomica? Perché le accuse russe sembrano una boutade

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Nel quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, quando l’attenzione internazionale è ai massimi, dai palazzi del potere di Mosca trapela un’accusa destinata a rimettere in discussione le regole della deterrenza: il Servizio di intelligence estero russo (SVR) sostiene che Regno Unito e Francia siano «pronte a fornire a Kiev una bomba nucleare o una bomba sporca».

Secondo la narrazione moscovita, l’obiettivo occidentale sarebbe quello di garantire all’Ucraina «condizioni più favorevoli» in vista di futuri, ipotetici negoziati. Eppure, alla prova dei fatti, dei documenti internazionali e dei precedenti storici, l’allarme appare più un’operazione psicologica che una prospettiva militare concreta.

Fonti mediatiche russe riferiscono che Parigi e Londra starebbero «lavorando attivamente» a un trasferimento segreto di tecnologie e componenti atomici, arrivando a ipotizzare la cessione della testata francese TN75, impiegata sui missili balistici sottomarini M51.1. La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, evoca un «trasferimento coperto» e un’«operazione di mimetizzazione» per far apparire l’ordigno come produzione nazionale ucraina. Nel frattempo, il Cremlino sollecita indagini parlamentari in Europa, mentre l’ex presidente Dmitry Medvedev minaccia ritorsioni “proporzionate” contro eventuali Paesi fornitori, fino all’impiego di armi nucleari non strategiche. Resta però un dato ineludibile: l’assoluta mancanza di riscontri pubblici — nessun documento, nessuna immagine, nessuna intercettazione.

L’ipotesi avanzata da Mosca collide con un ostacolo normativo insuperabile. Il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) del 1968, pilastro dell’ordine nucleare internazionale, vieta in modo perentorio alle potenze atomiche di trasferire armi, ordigni o il controllo su di essi a Stati non dotati di armi nucleari. Una violazione di tale portata travolgerebbe decenni di prassi diplomatica, esponendo Londra e Parigi a una crisi senza precedenti e compromettendo la loro credibilità di alleati. Mosca tenta inoltre di forzare l’interpretazione della «Northwood Declaration» del 10 luglio 2025, un’intesa volta a rafforzare la deterrenza europea. La documentazione ufficiale, tuttavia, afferma l’esatto contrario rispetto alla lettura dell’SVR: la cooperazione franco‑britannica riguarda il coordinamento strategico e operativo, preserva l’assoluta autonomia degli arsenali e ribadisce il pieno rispetto dell’NPT. A Londra, il governo ha confermato in sede istituzionale che l’autorità d’impiego dell’arsenale resta esclusivamente nelle mani del Primo ministro.

Non è la prima volta che l’intelligence russa agita questo spettro. Nell’autunno del 2022, Mosca accusò Kiev di preparare una «bomba sporca», cioè un ordigno convenzionale caricato con materiale radioattivo. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) inviò ispettori in tre siti ucraini indicati dalla Russia: gli accertamenti diedero esito negativo, senza rinvenire attività o materiali nucleari non dichiarati. L’Aiea mantiene tuttora una presenza continua e vigile negli impianti del Paese. A complicare il quadro, la confusione — alimentata ad arte dai portavoce russi — sull’invio britannico di uranio impoverito, che costituisce munizionamento convenzionale privo di capacità esplosiva nucleare.

La prospettiva storica rende il contesto ancor più eloquente. Con il Memorandum di Budapest del 1994, Kiev rinunciò volontariamente al terzo arsenale nucleare del pianeta, eredità dell’Urss, in cambio di precise garanzie di sicurezza, fornite anche da Mosca. Che tale scelta non abbia messo l’Ucraina al riparo dalla guerra del 2022 è un nervo scoperto, ma non si è mai tradotta nell’avvio di un nuovo programma atomico nazionale.

Perché, allora, rilanciare un’accusa tanto dirompente proprio oggi? Fonti diplomatiche occidentali e verifiche indipendenti concordano: si tratta di una manovra di distrazione, studiata per occupare l’agenda nel giorno dell’anniversario del conflitto. L’intento è monopolizzare lo spazio informativo, mettere in ombra i dossier più spinosi per la Russia — dalle perdite militari allo stallo operativo — e, al contempo, legittimare agli occhi dell’opinione pubblica interna la dottrina nucleare aggressiva di Vladimir Putin. Al di là delle minacce e della densa cortina retorica, i fatti restano inoppugnabili: non esiste alcuna “pistola fumante”. La «bomba per Kiev» non è un ordigno nascosto in qualche deposito segreto, ma un freddo e calibrato strumento di disinformazione strategica.