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TORINO

Il “re dei maranza” finisce sotto sorveglianza speciale per 3 anni: per Don Alì stop anche ai social

Una decisione che segna uno spartiacque: il Tribunale a Said Alì, 25 anni, obbligo di soggiorno e divieto assoluto di pubblicare online

25 Febbraio 2026, 16:05

Il telefono spento del “re dei maranza”: tre anni di sorveglianza speciale e stop ai social per Don Alì

Una decisione che segna uno spartiacque: il Tribunale di Torino impone a Said Alì, 25 anni, obbligo di soggiorno e divieto assoluto di pubblicare online. Al centro, il rischio di emulazione e una scia di intimidazioni documentate in rete.

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L’ultimo video si interrompe qui: lo schermo si annerisce, nessun “live”, nessun “drop” di clip studiate per fare rumore. Per Said Alì, venticinque anni, noto come “Don Alì”, oggi è il giorno in cui la macchina dell’attenzione – la sua, quella dei follower, quella delle cronache – si ferma per ordine di un giudice. Il Tribunale di Torino ha applicato nei suoi confronti la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno e un’inedita prescrizione: il divieto di comunicare o diffondere audio e video tramite internet, persino “per interposta persona”, cioè delegando altri alla pubblicazione. Una misura richiesta dalla Questura di Torino, guidata dal nuovo questore Massimo Gambino, e accolta dai magistrati della Sezione misure di prevenzione. Un alt, secco e formale, che arriva dopo anni di esibizioni di arroganza e violenza amplificate dai social e consumate spesso davanti a telecamere sempre accese.

Chi è “Don Alì” e perché finisce sotto sorveglianza speciale

Per un pubblico soprattutto giovane, Don Alì è stato un volto familiare del feed: dirette, frasi a effetto, provocazioni rivolte alle forze dell’ordine e a chiunque si trovasse sulla sua traiettoria, dal controllore di un treno al negoziante di quartiere. Il suo nome è diventato sinonimo della galassia “maranza”, un fenomeno che mischia stile, slang, sfida all’autorità e un codice di gruppo che sui social si traduce in rituali di virilità ostentata e in sfide potenzialmente pericolose. La misura imposta oggi non interviene su una singola “bravata”, ma su un percorso: una scia di episodi e contenuti che, secondo gli investigatori, hanno alimentato il rischio di emulazione e incoraggiato atteggiamenti di aperta ostilità verso le istituzioni.

Nel provvedimento – riferiscono fonti giudiziarie e giornalistiche – il giudice ha recepito la proposta formalizzata dalla Questura: tre anni di sorveglianza speciale, obbligo di soggiorno nel Comune di residenza e lo stop totale ai social. Di fatto, per Said Alì si chiude l’accesso al suo principale palcoscenico: niente video, niente audio, nessuna clip che possa raggiungere il pubblico con il marchio dell’influencer, neppure tramite amici o collaboratori. È una prescrizione stringente che indica chiaramente l’obiettivo: spezzare il circuito di visibilità che ha moltiplicato l’impatto delle sue azioni.

Le scene che hanno acceso l’allarme: dal treno al “maestro”

Nella ricostruzione investigativa compaiono episodi-simbolo. Come quello, avvenuto a bordo di un treno, in cui – alla richiesta del biglietto – Don Alì avrebbe risposto con minacce (“non torni a casa da tua moglie”) e uno schiaffo al controllore, gesto ripreso e rilanciato in rete. O come il video del 21 ottobre scorso, dal titolo eloquente, “aspettando la preda”: una spedizione contro un insegnante di scuola dell’infanzia, accusato – senza prove addotte nei contenuti diffusi – di aver maltrattato un alunno. Nell’inquadratura, l’uomo è con la figlia piccola, in una scena che ha scioccato l’opinione pubblica e acceso la discussione sulla vulnerabilità delle vittime quando l’azione passa dalla tastiera alla strada. Questi materiali, sommati a dirette e tutorial su come “sfuggire ai controlli”, sono la base fattuale che ha spinto le autorità a chiedere una misura di prevenzione.

Un procedimento parallelo in tribunale

In parallelo al capitolo “prevenzione”, Said Alì è coinvolto in un procedimento penale che riguarda minacce e stalking ai danni del docente torinese citato nei video. La scorsa settimana la gup ha respinto la richiesta della difesa di disporre una perizia psichiatrica, aprendo la strada al rito abbreviato – con il relativo sconto di un terzo della pena in caso di condanna – ma senza accogliere la tesi della necessità di accertamenti sulle presunte “fragilità” dell’imputato. È un canale diverso da quello delle misure di prevenzione: qui l’oggetto è la responsabilità penale per fatti specifici; lì, l’attenzione del giudice è sul pericolo sociale e sulla necessità di arginarlo prima che produca nuovi danni. Due binari che, in questi mesi, scorrono affiancati.

Il ruolo della Questura e il profilo del nuovo questore

La proposta di sottoporre Don Alì a sorveglianza speciale porta la firma del questore Massimo Gambino, insediatosi a Torino a gennaio 2026 dopo l’esperienza a Bari. Dalle sue prime dichiarazioni, Gambino ha enfatizzato dialogo e prevenzione come cifre di un approccio operativo che non rinuncia alla fermezza. Nel caso Don Alì, questa visione si è tradotta in un dossier confezionato dalla Divisione Anticrimine con l’obiettivo di neutralizzare, oltre alla rete dei comportamenti, la cassa di risonanza digitale che li rendeva “format” da replicare. Un’azione maturata mentre, sul piano cittadino, il tema sicurezza urbana si conferma una delle priorità del confronto tra Comune e forze dell’ordine.

Cosa significa “sorveglianza speciale” nel concreto

La sorveglianza speciale di pubblica sicurezza è una misura di prevenzione applicata dal tribunale a soggetti ritenuti socialmente pericolosi, a prescindere dall’esito dei singoli processi penali in corso. Nel caso in esame, per tre anni Said Alì dovrà rispettare una serie di prescrizioni: non solo l’obbligo di soggiorno nel Comune di residenza e il divieto assoluto di diffondere contenuti audio/video online, ma verosimilmente anche limiti orari e comportamentali che – se violati – possono integrare reato. La peculiarità della clausola “anti-social” merita una sottolineatura: non si tratta soltanto di chiudere profili o spegnere un telefono, ma di interdire il canale di influenza che ha reso possibile l’“effetto-moltiplicatore” delle sue azioni. Una scelta motivata esplicitamente dal rischio di emulazione tra i giovanissimi, platea principe dei contenuti di Don Alì.

“Maranza”: un’etichetta, tante contraddizioni

Nella narrazione pubblica il termine “maranza” è diventato un ombrello semantico che copre stili e comportamenti diversi: dalla moda alle crew di quartiere, fino a una militanza social che talvolta sfocia in intimidazioni e raduni chiamati all’ultimo minuto, alimentati da account più o meno noti. A Torino, il fenomeno ha soppiantato l’idea tradizionale di “baby gang”: meno legato alla territorialità pura, più fluido, più connesso a codici digitali e a sfide virali. In questo contesto, la figura di Don Alì ha agito da catalizzatore: raduni convocati con un video, “chiamate a raccolta” lanciate su TikTok o Instagram, e un lessico che inneggia alla sfida e al disprezzo dell’autorità. I casi osservati in altre città – come la tensione a Verona, davanti a Porta Nuova, innescata da una “challenge” online – raccontano la stessa ricetta mediatica: parole semplici, nemici riconoscibili, adrenalina da palcoscenico.

Il precedente dei “raduni” e la strategia della visibilità

Già nel febbraio 2025, un video diffuso da un giovane che si definiva “capo dei maranza” – con accento torinese e rivendicazione di leadership – annunciava un raduno nel centro del capoluogo piemontese e un tour “al Sud” per “portare” la crew oltre i confini della città. È la grammatica dell’evento digitale: poche righe, un invito secco, la promessa di un esito imprevedibile. Lo stesso schema ricorre nelle iniziative attribuite a Don Alì: call to action, cornice narrativa (“noi contro loro”), presa in ostaggio dell’attenzione. È esattamente questa leva – l’engagement come carburante – che il divieto di pubblicazione punta a disinnescare.