NAPOLI
La storia di Domenico e quel cuore in un frigo da picnic: «Provammo a scongelarlo con acqua fredda, tiepida e calda»
Il dolore di un padre, le domande senza risposta e un’inchiesta che scuote la sanità: viaggio dentro i 60 giorni che hanno cambiato per sempre la vita dei Caliendo
Il dolore di un padre, le domande senza risposta e un’inchiesta che scuote la sanità: viaggio dentro i 60 giorni che hanno cambiato per sempre la vita dei Caliendo
In corsia c’era silenzio. “Ho capito che qualcosa era andato storto quando i medici sono spariti”, ricorda il padre, seduto su una sedia troppo grande per un corridoio troppo lungo. Poco prima, un cuore arrivato da Bolzano era stato impiantato nel petto del figlio di due anni e qualche mese. Un cuore che, secondo la famiglia, sarebbe stato trasportato in un “frigo da picnic” e lesionato dal freddo estremo del ghiaccio secco. È l’inizio di una catena di eventi che si conclude sabato 21 febbraio 2026, con la morte di Domenico, all’Ospedale Monaldi di Napoli, dopo quasi due mesi sospeso all’Ecmo, mentre un’intera comunità – e due ospedali – si interrogano su quanto sia accaduto davvero e su chi dovrà rispondere delle scelte fatte tra la sala operatoria di San Maurizio e il reparto di cardiochirurgia pediatrica partenopeo.
Chi era Domenico e cosa è successo quel 23 dicembre
Domenico era affetto da cardiomiopatia dilatativa, una patologia che progressivamente indebolisce la capacità del cuore di pompare sangue. Secondo il racconto della madre, fino a poco prima del trapianto conduceva – per quanto possibile – una vita “quasi normale”, scandita da terapie e controlli. La svolta arriva la sera del 22 dicembre 2025: viene individuato un donatore compatibile in Alto Adige. La mattina successiva, 23 dicembre 2025, l’équipe del Monaldi realizza il trapianto. Ma qualcosa non torna: quel cuore, sostengono gli inquirenti e ripetono i genitori, sarebbe arrivato a Napoli già compromesso. Da allora Domenico non tornerà mai a una circolazione autonoma: resterà attaccato alla circolazione extracorporea (Ecmo), tra tentativi, consulti e una progressiva discesa verso l’irreparabile.
Il trasporto dell’organo: scatola “vecchia maniera”, ghiaccio sbagliato
Qui si colloca il primo snodo dell’inchiesta. Secondo quanto trapelato dagli atti e dalle ricostruzioni giornalistiche, il cuore del donatore viene confezionato a Bolzano all’interno di un contenitore isotermico tradizionale, privo di sensori e monitoraggio in tempo reale della temperatura. Non un dispositivo evoluto come i sistemi commerciali di nuova generazione (citato spesso il modello “Paragonix”), ma un box “classico”, simile ai frigo da spiaggia, che richiede ghiaccio “normale” gestito con perizia per mantenere l’organo in ipotermia controllata. Le linee guida nazionali e le “buone pratiche” raccomandano da tempo contenitori di ultima generazione: al Monaldi, quei box ci sarebbero, ma quel giorno non vengono utilizzati. Nel tragitto di preparazione, affermano più fonti, qualcuno avrebbe usato ghiaccio secco (anidride carbonica solida, temperatura fino a -78,5°C), provocando un danno da “congelamento” al miocardio. È l’ipotesi oggi al vaglio della Procura di Napoli.
Secondo alcune ricostruzioni, il contenitore sequestrato dai Carabinieri del NAS sarebbe un modello “Gio’ Style Fiesta”, privo di telemetria e controlli in continuo della temperatura. Il dettaglio, divenuto simbolico – “un frigo da picnic” – è stato ripreso in più testate e rilanciato dal padre di Domenico.
Sull’uso del ghiaccio: la versione partenopea sottolinea il ruolo del ghiaccio secco nel danneggiamento irreversibile del cuore; dalla Provincia Autonoma di Bolzano emergono invece rilievi diversi, che chiamano in causa dotazioni incomplete dell’équipe napoletana e non menzionano esplicitamente il ghiaccio secco nelle relazioni ufficiali. Uno scontro tecnico-istituzionale che, al momento, mantiene aperte più piste.
Dentro la sala operatoria di Bolzano: tensioni e interventi d’emergenza
Il giorno dell’espianto al San Maurizio di Bolzano non scorre come da manuale. Ricostruzioni giornalistiche raccontano di momenti di forte tensione tra l’équipe italiana e i cardiochirurghi dell’Università di Innsbruck: di fronte al rigonfiamento del cuore, un chirurgo austriaco sarebbe intervenuto di persona, clampando l’aorta e fermando la procedura in atto. Se confermati dagli atti, questi episodi delineerebbero un quadro operativo convulso già prima del confezionamento del cuore nel box. La famiglia, tramite l’avvocato Francesco Petruzzi, non esclude che l’organo possa aver subito lesioni anche “in fase di espianto”, indicando il ghiaccio secco come concausa. Sono elementi che la Procura dovrà chiarire con accertamenti tecnici irripetibili.
Perché quel box e non uno “intelligente”? La questione formazione e linee guida
Un’altra domanda-chiave: perché l’équipe inviata a Bolzano non ha utilizzato i contenitori “intelligenti” disponibili al Monaldi per il trasporto di organi, già in uso nei trapianti per adulti? Le prime verifiche ipotizzano un deficit di formazione del personale pediatrico su quei box di nuova generazione, raramente impiegati nei trapianti pediatrici del centro negli ultimi anni. Se accertato, sarebbe un profilo di responsabilità “di sistema”: dalla catena formativa all’organizzazione del servizio, fino al coordinamento tra reparti e strutture. È, peraltro, il tipo di vulnerabilità che le linee guida cercano di prevenire, imponendo standard rigidi proprio nei passaggi più delicati: conservazione, temperatura, tempi di ischemia.

L’operazione del 23 dicembre: quando ci si accorge che il cuore non va
Il cuore arriva a Napoli e si procede al trapianto. Secondo numerose cronache, la condizione dell’organo – danneggiato dal freddo – emerge pienamente solo “all’arrivo in sala operatoria” e, soprattutto, quando Domenico è già stato privato del suo cuore malato ma ancora funzionante. È un punto che brucia e che sarà centrale in ogni responsabilità: perché non si è fermata la procedura prima di quel punto di non ritorno? Da quel momento, per mantenere in vita il bambino, si ricorre a Ecmo, una macchina che supplisce alle funzioni cardio-polmonari, mentre si avvia la ricerca di un nuovo organo compatibile.
Il “buco” di comunicazione e la denuncia del padre: “spariti dopo Capodanno”
Nelle settimane successive, secondo il padre Antonio Caliendo, la famiglia avrebbe vissuto in un cono d’ombra comunicativa. È sua la frase che ha colpito l’opinione pubblica: “Ho capito che qualcosa era andato storto quando i medici sono spariti. Dopo Capodanno nessuno veniva più a dirci nulla.” Parole dure, pronunciate mentre l’inchiesta muoveva i primi passi e l’ospedale avviava verifiche interne. Sono dichiarazioni che fotografano anche un tema spesso sottovalutato nelle crisi clinico-legali: la gestione dell’informazione ai parenti, la trasparenza, il diritto a sapere.

Il secondo cuore e la valutazione degli esperti: quando la speranza non basta più
A metà febbraio 2026, si apre uno spiraglio: si profila la disponibilità di un secondo cuore. Il Bambino Gesù di Roma esprime però un parere negativo: le condizioni sistemiche di Domenico, anche per l’uso prolungato dell’Ecmo, risultano incompatibili con un nuovo trapianto. Un Heart Team allargato, con specialisti da diversi centri, conferma la valutazione. Il cuore individuato verrà trapiantato con successo su un altro bambino a Bergamo, mentre su Domenico si decide una progressiva “de-escalation” terapeutica: restano solo gli interventi strettamente salvavita. Poche ore dopo, il quadro precipita: sabato 21 febbraio, il bambino muore al Monaldi.
L’inchiesta: sei (poi sette) indagati, sequestri e un conflitto di relazioni tra Napoli e Bolzano
Con la morte del piccolo, l’ipotesi di reato passa – secondo più testate – da “lesioni colpose gravissime” a omicidio colposo; vengono sequestrati i telefoni di sei sanitari del Monaldi (chirurghi, medici, paramedici) e si preannuncia l’estensione degli avvisi anche al personale altoatesino. Nelle ore successive, emergono nuovi nomi e si parla di una “settima” persona sotto indagine. In parallelo, si accende un confronto aspro tra le strutture coinvolte: l’Azienda Ospedaliera dei Colli punta il dito sul ghiaccio secco e sul confezionamento a Bolzano; dalla Provincia Autonoma e dalla direzione del San Maurizio arrivano note che individuano invece “criticità operative” e “dotazioni incomplete” dell’équipe napoletana. La verità giudiziaria, come sempre, richiederà perizie e confronto tra documenti, catene di custodia, chat operative e logistica del trasporto.

Le voci della famiglia: dolore, accuse e l’idea di una Fondazione
Nelle ore più dure, la famiglia prova a trovare un senso nella promessa di “giustizia”. Il padre Antonio e la madre Patrizia Mercolino parlano pubblicamente, raccontano i “60 giorni” che hanno stravolto la loro esistenza e annunciano l’iter per una Fondazione in memoria di Domenico, con un comitato costituito dal loro legale Francesco Petruzzi e familiari. Nei primi due giorni, sostengono, sarebbero arrivate 4.000 email e promesse di donazioni fino a 2 milioni di euro. In parallelo, segnalano tentativi di truffa online sfruttando il nome del bimbo e annunciano querele. È il lato umano – e civile – di una vicenda che chiede risposte ma chiede anche protezione per chi resta.
La dignità del dono: la voce dalla Val Venosta
Dall’Alto Adige arriva la testimonianza più silenziosa e, forse, più lacerante: i genitori del piccolo donatore – identificato dalla stampa locale come Moritz, 4 anni, morto per un incidente in piscina – esprimono solidarietà alla famiglia di Domenico. “È un dolore che si rinnova”, dicono. Ricordano il sì alla donazione come un gesto d’amore nei giorni del lutto, un tentativo di trasformare la perdita in vita per altri. La loro voce ricorda a tutti che, oltre alle colpe da accertare, c’è il valore del dono degli organi, che impone standard altissimi di rigore e tracciabilità.
Un ultimo passaggio di umanità
Nel frattempo, quel secondo cuore tanto atteso non è andato perduto: è stato trapiantato con successo a un altro bambino, a Bergamo. È un frammento di luce in una storia buia, che ricorda quanto fragile e preziosa sia la filiera del trapianto. Mentre la giustizia cerca risposte, restano le immagini dei peluche davanti al Monaldi, le fiaccolate, lo striscione nel Rione Sanità, l’eco di una città che abbraccia una famiglia e chiede che da una tragedia nascano verità, cambiamento e protezione per chi verrà dopo. Domenico non c’è più: ma il suo nome è già diventato un monito – e una promessa di cura migliore.