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la tragedia di napoli

Un cuore "pezzo di ghiaccio" e una catena di errori fatali: i 14 minuti che hanno condannato il piccolo Domenico

In un incontro del 10 febbraio, la discussione riguardante l'ingiustificato anticipo dell'intervento rispetto all'arrivo dell'organo è degenerata in un aspro botta e risposta tra i sanitari. La tensione è sfociata in una reazione scomposta del cardiochirurgo, che in preda alla rabbia ha sferrato un calcio a un termosifone

26 Febbraio 2026, 20:25

Un cuore "pezzo di ghiaccio" e una catena di errori fatali: i 14 minuti che hanno condannato il piccolo Domenico

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Una sequenza agghiacciante di leggerezze, protocolli ignorati e decisioni precipitose. È quella che emerge dalle carte dell'indagine sulla morte del piccolo Domenico, il bambino deceduto lo scorso 21 febbraio, a due mesi da un trapianto di cuore che si è trasformato in un dramma. Gli atti dell'inchiesta, che attualmente vede sette indagati tra medici e paramedici napoletani, delineano una vera e propria "catena di errori" consumatasi il 23 dicembre lungo l'asse Bolzano-Napoli.

Il primo, fatale anello di questa catena si forgia in Trentino-Alto Adige. Nella sala operatoria di Bolzano, l'equipe medica partenopea si trova a operare in un clima di forte tensione e difficoltà comunicative con i colleghi di Innsbruck, giunti sul posto per il prelievo di reni e fegato. Durante la preparazione del cuore per il trasporto, si consuma l'errore che comprometterà l'intero intervento: il cardiochirurgo giunto da Napoli chiede e ottiene del ghiaccio per il box frigo, ignorando verosimilmente che gli venga fornito del ghiaccio secco. È lo stesso medico a dare indicazioni precise su dove posizionarlo all'interno del contenitore in partenza per il Monaldi, condannando di fatto l'organo a un letale congelamento profondo.

Mentre il cuore viaggia verso la Campania, nella sala operatoria del Monaldi di Napoli si consuma il secondo, drammatico errore, questa volta legato a tempistiche azzardate. Le testimonianze raccolte dai carabinieri del Nas e dalla Procura, illustrate dall'avvocato della famiglia Francesco Petruzzi, svelano che l'espianto del cuore malato di Domenico è stato avviato in grave anticipo. Le operazioni sul bambino sono iniziate almeno 14 minuti prima che il nuovo organo arrivasse in sala: per l'esattezza, l'intervento è partito quattro minuti prima che una telefonata segnalasse l'arrivo dell'organo all'esterno della struttura ospedaliera, tempo a cui va aggiunta una decina di minuti per il trasporto fisico del box nei corridoi.

Il risultato è una corsa contro un tempo che non c'è più: quando il contenitore varca le porte della sala operatoria, il vecchio cuore di Domenico è già stato asportato. In quegli attimi concitati, si omette un altro fondamentale protocollo di sicurezza. Un infermiere esperto ha infatti testimoniato ai pubblici ministeri che, a differenza delle normali procedure, non viene effettuata alcuna valutazione preliminare delle caratteristiche anatomiche del nuovo muscolo cardiaco.

Quando i sanitari aprono finalmente il box, la scoperta è raggelante. Il cuore da trapiantare è congelato, duro come "una pietra durissima". Nel panico generale, l'equipe medica tenta l'impossibile con manovre prive di alcun fondamento scientifico: tre infermieri mettono a verbale di aver provato disperatamente a scongelare l'organo effettuando risciacqui con acqua in un crescendo di temperatura, "prima fredda, poi tiepida, infine calda". Un tentativo inutile di rimediare all'irreparabile. Davanti a quella scena, lo stesso cardiochirurgo si arrende all'evidenza clinica, pronunciando parole che suonano come una condanna definitiva: "Questo cuore non farà neppure un battito, non ripartirà mai".

Il dramma di quel 23 dicembre si è poi trascinato nei mesi successivi tra i corridoi dell'ospedale, diventando oggetto di accese riunioni interne. In un incontro svoltosi il 10 febbraio, la discussione riguardante l'ingiustificato anticipo dell'intervento rispetto all'arrivo dell'organo è degenerata in un aspro botta e risposta tra i sanitari. La tensione è sfociata in una reazione scomposta del cardiochirurgo, che in preda alla rabbia ha sferrato un calcio a un termosifone.

Ad infittire le ombre e i misteri su questa dolorosa vicenda interviene un ultimo, inquietante dettaglio denunciato dal legale della famiglia: dalla documentazione clinica fornita finora dall'ospedale mancherebbe all'appello la cartella anestesiologica. Un documento cruciale che l'avvocato Petruzzi chiederà ufficialmente in Procura. Mentre per i sanitari di Bolzano non si ravvisano responsabilità penali, a Napoli gli inquirenti dovranno fare piena luce su questa inaccettabile catena di negligenze che non ha lasciato scampo a un bambino.