nuovo fronte
Guerra aperta tra Pakistan e Afghanistan: i raid su Kabul e il ritorno della linea del fuoco
Nella notte Islamabad ha colpito Kabul, Kandahar e Paktia. Dietro lo scontro: il nodo del confine, l’ombra dei talebani e una tregua fallita
All’alba di oggi, la città di Kabul si è svegliata con il suono delle sirene e il rimbombo sordo di esplosioni. Dalle finestre, bagliori a intermittenza e ambulanze in corsa verso i quartieri colpiti. Poche ore prima, velivoli pachistani avevano attraversato lo spazio aereo afgano per colpire obiettivi indicati come “difensivi” a Kandahar e nella provincia orientale di Paktia. A Islamabad, il ministro della Difesa Khawaja Asif ha scritto su X che la “pazienza è finita” e che “ora è guerra aperta”. A Kabul, il portavoce del governo talebano Zabihullah Mujahid ha confermato i raid nelle tre aree, sostenendo inizialmente l’assenza di vittime civili e rivendicando, nelle stesse ore, una massiccia offensiva transfrontaliera che, secondo la loro versione, avrebbe “spazzato via” avamposti pachistani. La linea del fuoco tra i due paesi, mai davvero spenta, diventa così una frattura esplicita.
La notte dei raid: bersagli, dichiarazioni, propaganda
Secondo funzionari pachistani, l’aviazione ha colpito “obiettivi militari dei taliban” a Kabul, Kandahar e Paktia, inclusi depositi di munizioni e posti di comando, nel quadro di un’operazione indicata come “Ghazab lil‑Haq” (“Furia giusta”). La stampa statale pachistana e portavoce governativi hanno parlato della distruzione di quartier generali di brigata e corpo, e di oltre 100 combattenti talebani uccisi, con cifre che in alcune dichiarazioni sono salite fino a 133 miliziani uccisi e oltre 200 feriti. Dall’altra parte, i taliban hanno denunciato di aver ucciso 55 soldati pachistani in precedenti scontri di confine e di aver sequestrato o distrutto diverse postazioni militari. Le affermazioni, come spesso in simili escalation, non sono verificabili in modo indipendente e divergono ampiamente.
Le prime ricostruzioni dei media internazionali, basate su testimoni e fonti locali, hanno confermato esplosioni nelle aree centrali di Kabul e attività di caccia su Kandahar, storica roccaforte del movimento talebano e sede di vertici come il leader supremo Hibatullah Akhundzada. Il governo pachistano ha presentato le incursioni come “risposta forte ed efficace” a un attacco afgano oltreconfine avvenuto la sera precedente, a sua volta definito da Kabul una ritorsione per i bombardamenti pakistani della scorsa settimana. In poche ore, lo schema azione–reazione si è cristallizzato in una rottura formale: “guerra aperta”, nelle parole dei vertici di Islamabad.
La miccia: l’offensiva al confine e il precedente dei bombardamenti del 21–22 febbraio
Il detonatore immediato della crisi è stato l’annuncio di Kabul di un’operazione su larga scala contro postazioni pachistane lungo la frontiera, con la presa di 15 avamposti e “decine” di militari uccisi, secondo fonti talebane. Islamabad ha smentito la portata delle perdite, parlando di numeri molto più bassi e negando catture di soldati. Poche ore dopo, i raid pachistani hanno raggiunto la capitale afgana.
Ma il fiammifero era già stato acceso tra la notte del 21 e la mattina del 22 febbraio, quando l’aeronautica pachistana aveva colpito aree delle province afgane di Nangarhar e Paktika: secondo UNAMA, le vittime civili accertate in quei raid sono state almeno 13 (tra cui minori) e 7 i feriti. Islamabad ha sostenuto di aver centrato campi e rifugi di TTP (i taliban pachistani) e di ISIS-K, accusati per una sequenza di attentati in Pakistan; Kabul ha accusato la violazione della propria sovranità e promesso “una risposta appropriata”. Quelle ore hanno segnato il ritorno all’escalation, dopo mesi di tensione crescente e scontri intermittenti.
“Guerra aperta”: la retorica che supera la soglia
La scelta lessicale di Khawaja Asif — “la nostra pazienza è finita, ora è guerra aperta” — ha un peso politico oltre che militare: non è solo un avvertimento a Kabul, ma un messaggio all’opinione pubblica interna pachistana, reduce da un 2025 segnato da quasi 4.000 vittime tra forze di sicurezza e civili secondo stime riportate dai media, e da un crescendo di attacchi attribuiti ai talebani pakistani e ad altri gruppi. Lo stesso primo ministro Shehbaz Sharif ha affermato che il paese è “unito dietro le forze armate” e pronto a “schiacciare qualsiasi ambizione aggressiva”. Per Kabul, l’escalation viene letta come una strategia di pressione: l’ex presidente Hamid Karzai ha invitato alla “difesa dell’integrità del paese” e a “relazioni di buon vicinato” da parte pachistana.
Le radici della crisi: la linea Durand e il fantasma del TTP
Dietro l’escalation c’è il nodo strutturale del confine tracciato dalla linea Durand e una geografia sociale che non coincide con le linee politiche. Da anni Islamabad accusa l’Emirato islamico d’Afghanistan di offrire santuari o tolleranza al Tehrik‑e‑Taliban Pakistan (TTP), il principale gruppo insurrezionale pachistano, ideologicamente affine ma distinto dai taliban afgani. Kabul nega, e ribatte che le crisi di sicurezza pachistane hanno radici domestiche. In mezzo, reti di militanza che si muovono lungo una frontiera porosa di oltre 2.600 chilometri, mentre l’ISIS‑K prova a capitalizzare il caos con attentati ad alto impatto. Gli ultimi mesi hanno visto chiusure ripetute dei valichi — incluso Torkham — e un crollo degli scambi transfrontalieri, con comunità locali intrappolate tra economia informale, restrizioni e violenza.
La tregua mancata e il precedente autunnale
La fase attuale arriva dopo che, nell’ottobre 2025, una tregua mediata da Qatar e Turchia aveva temporaneamente attenuato lo scontro, senza però diventare un accordo politico. Il cessate il fuoco è rimasto fragile e, secondo diverse ricostruzioni, non è stato rinnovato, mentre in inverno sono riprese scaramucce e bombardamenti di artiglieria. La dinamica “tit‑for‑tat” di febbraio — dai raid del 21–22 alla controffensiva di confine e ai bombardamenti su Kabul — sancisce il fallimento della de‑escalation.
Il fattore interno pachistano: sicurezza, politica e migrazioni
Sul fronte interno, Pakistan ha vissuto nel 2025 un peggioramento drastico degli indici di sicurezza, con una recrudescenza di attentati soprattutto nelle aree di Khyber Pakhtunkhwa e Balochistan. La leadership civile e militare ha reagito irrigidendo la postura, mentre ha proseguito la discussa campagna di rimpatrio forzato di afghani senza documenti: un flusso che ha ripopolato i centri di frontiera afgani privi di servizi, creando ulteriore instabilità sociale e pressione umanitaria. In questo quadro, la scelta di un lessico di rottura — “guerra aperta” — risponde anche a esigenze di consenso e deterrenza.
Vittime civili e diritto umanitario: l’allarme delle Nazioni Unite
Il punto più sensibile resta il costo per i civili. Già dopo i raid pachistani del 21–22 febbraio, UNAMA ha parlato di almeno 13 morti e 7 feriti tra i non combattenti nelle province di Nangarhar e Paktika, con l’appello a rispettare i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione. Organizzazioni e media locali hanno documentato in questi mesi l’impatto di artiglieria e bombardamenti su aree abitate in più province di confine, sollevando interrogativi sulla condotta delle operazioni e sulle capacità di indagine indipendente in un contesto dove l’accesso umanitario è spesso limitato. Nelle ore successive ai raid su Kabul, testimoni hanno riferito sirene e ambulanze nella capitale.
Diplomazia in affanno: chi prova a mediare
Mentre i colpi echeggiavano lungo la frontiera e nei cieli afgani, sono arrivate le prime reazioni. Iran ha offerto la propria mediazione, e diverse capitali — tra cui Mosca e Teheran — hanno chiesto de‑escalation immediata. L’ONU ha ribadito la tutela dei civili e il rispetto del diritto internazionale. Finora, però, i tentativi di mediazione regionale, inclusi i canali informali degli ultimi mesi, non hanno prodotto risultati duraturi. La narrativa speculare — Islamabad che parla di “santuari del TTP in Afghanistan”, Kabul che denuncia “violazioni e provocazioni” pachistane — lascia poco spazio a formule rapide. Senza un meccanismo di verifica e comunicazione bilaterale credibile, il rischio è che ogni incidente tattico diventi un pretesto per una nuova spirale.