lo scenario
Chi dopo Khamenei, l'analisi ragionata dell'Iran e dei suoi dirigenti politici
In prima battuta toccherebbe ad Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale figura di spicco del conservatorismo pragmatico e appartiene a una famiglia strettamente intrecciata con la storia della Repubblica islamica
Se l’obiettivo dichiarato di Stati Uniti e Israele era un cambio di regime in Iran, la Guida Suprema Ali Khamenei non poteva che rientrare tra i bersagli dei raid sul Paese. Dopo una giornata segnata da indiscrezioni e smentite, è giunta la notizia della sua eliminazione, insieme alla nuora e al genero. Fin dal conflitto dei dodici giorni dello scorso anno, i vertici di Teheran si attendevano una nuova offensiva israelo-americana e, secondo varie fonti interne, il leader avrebbe predisposto un piano d’emergenza per salvaguardare la tenuta del sistema anche nell’eventualità di un suo assassinio o di un rapimento, come nel caso del presidente venezuelano Nicolas Maduro.
L’iniziativa rifletterebbe le note capacità organizzative che hanno consentito a Khamenei di rafforzare la propria rete di controllo in tutti i gangli vitali dello Stato — a partire dai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione — nell’arco dei 37 anni trascorsi come Rahbar, compensando così credenziali religiose considerate modeste. Quando il fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini, lo designò suo erede nel 1989, Khamenei non era nemmeno ayatollah. La scelta, come spiegò lo stesso Khomeini, cadde su di lui per le doti politiche, ritenute più determinanti di quelle spirituali. E Khamenei le ha fatte valere, consolidando progressivamente il potere nonostante l’insofferenza di numerosi grandi ayatollah sciiti, in particolare delle autorevoli scuole teologiche irachene.
La dirigenza politico-militare, sotto la sua guida, è riuscita a preservare la catena di comando anche durante la guerra dello scorso anno, quando, per ragioni di sicurezza, la Guida Suprema fu trasferita in un rifugio segreto e l’uso di Internet e di altri canali di comunicazione venne ridotto al minimo. Fonti interne al regime hanno riferito al New York Times che l’ottantaseienne Khamenei aveva fatto tesoro di quell’esperienza, predisponendo istruzioni da seguire anche in caso di sua scomparsa.
In tale eventualità, secondo queste fonti, la continuità del regime sarebbe affidata in prima battuta ad Ali Larijani. Nominato lo scorso agosto segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Larijani è una delle figure di spicco del conservatorismo pragmatico e appartiene a una famiglia strettamente intrecciata con la storia della Repubblica islamica. Le stesse fonti indicano che potrebbe essere affiancato da due personalità di peso: il presidente del Parlamento, Mohammad-Bagher Qalibaf, e l’ex presidente della Repubblica, Hassan Rouhani. La soluzione prospettata riguarderebbe esclusivamente la gestione provvisoria degli affari di Stato, in attesa che l’Assemblea degli Esperti — composta da 88 membri — proceda all’elezione di un nuovo Rahbar. Colpisce, tuttavia, l’assenza tra i nomi circolati di Mojtaba Khamenei, il figlio della Guida, da anni indicato soprattutto in ambienti dell’opposizione come possibile successore. In un articolo pubblicato su Foreign Affairs, Nate Swanson, analista che per quasi vent’anni ha lavorato al Dipartimento di Stato occupandosi di Iran, ha scritto che, “indipendentemente da quanto l’Iran sia indebolito o quanta forza impieghino gli Usa”, Khamenei non avrebbe mai accettato di negoziare “la fine della Repubblica islamica”, poiché “preferirebbe morire da martire”.