IL GIALLO
«Non fu suicidio»: la svolta sul caso David Rossi che cambia il perimetro della verità
La nuova relazione della Commissione parlamentare ribalta l’ipotesi iniziale e parla di omicidio. Perizie inedite, atti richiesti dalla procura, un anniversario che diventa spartiacque
La nuova relazione della Commissione parlamentare ribalta l’ipotesi iniziale e parla di omicidio. Perizie inedite, atti richiesti dalla procura, un anniversario che diventa spartiacque: che cosa sappiamo adesso e che cosa manca ancora.
All’Archivio di Stato di Siena, il brusio si ferma quando il video si blocca su un fermo immagine: una finestra di Rocca Salimbeni, i fili antipiccione, un volto schiacciato contro il metallo. È la scena-chiave che i consulenti della Commissione parlamentare d’inchiesta hanno messo a fuoco con nuove perizie: secondo la ricostruzione, quelle lesioni non sono il risultato della caduta. E qui c’è il cambio di passo. Nel rendiconto di metà mandato, approvato nella settimana dell’anniversario del 6 marzo 2013 — quando David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipitò nel vicolo di Rocca Salimbeni — la Commissione esclude l’ipotesi del suicidio e “prende atto” di un omicidio. Parole nette del presidente, il deputato di Fratelli d’Italia Gianluca Vinci, che segnano l’inizio di un nuovo capitolo anche giudiziario.
Che cosa ha stabilito la Commissione (e perché è una svolta)
La sintesi è cruda: nel documento intermedio, votato in Commissione e presentato a Siena in concomitanza con il tredicesimo anniversario della morte, si legge che l’ipotesi del suicidio è da escludere. La Commissione — istituita il 5 marzo 2024 e giunta al giro di boa — afferma che, alla luce delle perizie raccolte, la morte di David Rossi va qualificata come un omicidio. Il presidente Vinci ha scandito pubblicamente la formula: “Nel rendiconto di metà mandato è esclusa definitivamente l’ipotesi del suicidio e dalle risultanze si prende atto che è stato un omicidio”, anticipando la presentazione ufficiale a Siena il 6 marzo 2026.
L’elemento che rende questa svolta più che simbolica è l’intreccio con la procura. Alla vigilia dell’anniversario, infatti, la Procura di Siena ha aperto un nuovo fascicolo e ha richiesto alla Commissione le perizie sulla dinamica della caduta e sulle lesioni, considerate “non compatibili” con un gesto autolesivo. A firmare la richiesta di atti, secondo quanto trapelato, sarebbero i sostituti Siro De Flammineis e Niccolò Ludovici. Una mossa che, per la Commissione, dà sostanza giudiziaria a un lavoro di ricostruzione tecnica condotto per finalità di interesse pubblico, ma ora potenzialmente utile a perseguire i responsabili.
Le nuove perizie: dove non torna la versione del suicidio
La Commissione ha investito su due binari tecnici ritenuti decisivi.
Il primo sono le lesioni al volto: i consulenti — il tenente colonnello del RIS Adolfo Gregori e il medico legale Robbi Manghi — hanno riferito che i segni sul viso non sono riconducibili all’impatto al suolo, ma sono “compatibili” con una pressione esercitata contro la barra o i fili metallici della finestra, come durante una manovra di contenimento. In audizione, i periti hanno spiegato che la “mappa” delle escoriazioni e la loro distribuzione spaziale “riflettono” un’interazione con un elemento metallico prima del volo.
Poi il polso sinistro e l’orologio: gli approfondimenti tecnici, già anticipati a fine 2025 e ripresi a dicembre 2025-febbraio 2026, suggeriscono che i segni sul polso e la sequenza di distacco cassa-cinturino non siano compatibili con una caduta spontanea. Questo punto si incastra con l’ipotesi di una colluttazione e di un “trattenimento” dall’esterno della finestra, prima del rilascio.
Nel documento intermedio, la Commissione adotta di fatto la tesi della morte violenta: “non più suicidio”, ma omicidio, con un riferimento anche a un possibile pestaggio prima della precipitazione. È uno spartiacque che ribalta non solo l’archiviazione del 2013, ma anche le valutazioni prevalenti di una precedente Commissione parlamentare.
Che cosa cambia per l’inchiesta penale
Il passaggio delle perizie dalla Commissione alla procura ha un valore pratico: mette a disposizione del Pubblico ministero simulazioni, mappe delle lesioni, calcoli cinematici, e le risultanze di laboratori e consulenti forensi ingaggiati dall’organo parlamentare. Sarà la Procura di Siena — che nel 2013 aveva condotto le prime indagini chiuse con l’archiviazione come suicidio — a dover valutare l’iscrizione di notizie di reato, i possibili capi d’imputazione, l’eventuale iscrizione di persone nel registro indagati e, soprattutto, a rifare con metodo giudiziario quello che la Commissione ha già compiuto in chiave conoscitiva.
La distinzione di ruoli resta netta — la Commissione non assegna colpe, fotografa responsabilità sistemiche e lacune — ma il “prendere atto” dell’omicidio nel rendiconto intermedio pesa, perché fornisce un quadro organico di elementi tecnici di cui la magistratura non disponeva in forma unitaria. Per i familiari — la vedova Antonella Tognazzi e la figlia Carolina Orlandi — è un passaggio atteso da anni: la loro richiesta di non archiviare la complessità del caso torna al centro con dignità istituzionale. (Per rispetto della privacy e delle fonti, in questa sede riportiamo solo dati già resi pubblici e consolidati nel tempo).
Il contesto: che cosa avevano detto prima indagini e processi
Per comprendere l’impatto della nuova relazione, occorre tornare agli atti storici.
Il 2 agosto 2013 i pm di Siena Nicola Marini e Aldo Natalini chiedono l’archiviazione dell’ipotesi di istigazione al suicidio: “gesto volontario”, si leggeva allora, anche alla luce del biglietto alla moglie e delle mail inviate nelle ore precedenti. Una conclusione che oggi viene messa in discussione non tanto sul piano psicologico, quanto sulla compatibilità fisica delle lesioni e della dinamica.
Tra 2015 e 2016 la vicenda conosce una riapertura investigativa e una nuova ondata mediatica, anche per la diffusione del video della caduta e dei minuti seguenti, dove l’assenza di soccorsi immediati e la presenza di due uomini nel vicolo alimentano interrogativi.
Nel 2021-2022 (e negli anni successivi) si è alternata una stagione di approfondimenti parlamentari e televisivi, che non hanno tuttavia prodotto una sintesi giudiziaria condivisa. Il mandato della Commissione “bis” nasce proprio per colmare queste lacune.
Cosa significa “prendere atto di un omicidio”
Le parole, in casi come questo, sono strumenti affilati. “Prendere atto” non equivale a formulare un capo d’imputazione: significa riconoscere che l’insieme delle evidenze tecniche oggi disponibili rende l’ipotesi del suicidio non più sostenibile. Nella prassi parlamentare, una relazione intermedia così netta è rara: di solito i documenti a metà percorso sono fotografici, più che perentori. Qui, invece, l’organo d’inchiesta usa un linguaggio assertivo, confortato — a suo dire — da riscontri multipli e tra loro coerenti. La tempistica non è casuale: il 6 marzo prossimo, a tredici anni dalla morte, la Commissione si presenta a Siena per illustrare pubblicamente il lavoro e consegnarlo, anche simbolicamente, alla città.
Perché questa storia riguarda tutti
Il caso David Rossi non è solo una ferita aperta per una famiglia e per una città. È uno stress test per la capacità del sistema italiano — Parlamento, magistratura, forze di polizia, media — di correggere i propri errori, rimettere in discussione verità processuali quando emergono elementi nuovi e garantire che ogni pista sia esplorata fino in fondo. La scelta della Commissione di tornare a Siena nel giorno dell’anniversario, di mostrare e spiegare, di depositare perizie e non slogan, è un gesto che restituisce centralità ai fatti. E chiede alla politica, alla banca e ai cittadini di farsi carico di una domanda semplice e terribile: chi ha ucciso David Rossi?