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il racconto

Così il Mossad ha eliminato Ali Khamenei: cronaca di un omicidio mirato

Infiltrazione duratura: i servizi israeliani e statunitensi hanno usato telecamere cittadine e SIGINT per mappare la scorta della Guida Suprema e facilitare il raid del 28 febbraio 2026

03 Marzo 2026, 17:32

Così il Mossad ha eliminato Ali Khamenei: cronaca di un omicidio mirato

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Quella che sembrava una mattina qualunque nella capitale iraniana nascondeva in realtà una falla di sicurezza di proporzioni storiche: per anni, le immagini di "quasi tutte" le telecamere del traffico cittadino sono state silenziosamente intercettate, cifrate e instradate verso server in Israele. Non si è trattato di un attacco informatico estemporaneo, ma di una paziente infiltrazione mantenuta nel tempo, che ha trasformato un'infrastruttura civile nel moltiplicatore di intelligence decisivo per preparare il terreno al raid del 28 febbraio 2026.

Secondo un'approfondita inchiesta del Financial Times, confermata da diverse testate internazionali, l'operazione ha visto convergere gli sforzi del Mossad, della Direzione dell'intelligence militare israeliana e della celebre Unità 8200. L'obiettivo primario era costruire il cosiddetto "pattern of life", ovvero una mappa minuziosa delle abitudini della scorta della Guida Suprema, Ali Khamenei. Sfruttando inquadrature apparentemente innocue, gli analisti hanno potuto osservare per anni dove le guardie parcheggiavano le auto personali, deducendone prassi, orari e cambi di turno. Le telecamere urbane si sono rivelate armi perfette: diffuse capillarmente e integrate su dorsali pubbliche, hanno fornito una sorveglianza persistente e insospettabile.

A questo flusso di dati visivi, l'intelligence ha affiancato un sofisticato lavoro di signals intelligence (SIGINT) e social network analysis, setacciando miliardi di informazioni per mappare la rete di contatti della sicurezza iraniana. Gli algoritmi hanno permesso di analizzare non solo le comunicazioni, ma anche i "vuoti": le telefonate mancate, gli scambi interrotti improvvisamente, i momenti di silenzio che indicano l'innalzamento della tensione.

Il capolavoro tattico dell'operazione si è concretizzato nelle ore immediatamente precedenti l'attacco. Il teatro dell'azione è stato Pasteur Street, l'arteria blindata che ospita la Presidenza, il Consiglio supremo di sicurezza nazionale e il complesso della Guida Suprema. Qui, l'intelligence ha oscurato selettivamente circa una dozzina di ripetitori di telefonia mobile. I telefoni della scorta risultavano costantemente occupati, spezzando di fatto la catena d'allarme e isolando il perimetro difensivo nel momento più critico.

L'innesco finale per l'attacco è arrivato quando i dati incrociati e una fonte umana (HUMINT) in mano agli Stati Uniti hanno confermato la presenza di Khamenei e degli alti funzionari all'interno del complesso. La padronanza del territorio nemico era tale da far dichiarare a un funzionario dell'intelligence israeliana: "Conosciamo Teheran come Gerusalemme".

Sebbene testate come il Financial Times invitino alla prudenza su alcuni dettagli operativi ancora avvolti nella "nebbia di guerra" (come la tipologia di armamenti o i nomi degli informatori interni), l'offensiva ha chiaramente superato il dominio fisico per invadere quello psicologico. Il 1° marzo 2026, il segnale satellitare dell'emittente statale IRIB è stato hackerato per trasmettere messaggi non autorizzati attribuiti a Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ventiquattr'ore dopo, l'area del complesso televisivo è stata bombardata, in un chiaro tentativo di condizionare l'opinione pubblica iraniana.

Le conseguenze per la Repubblica Islamica sono ora profonde: l'apparato statale è costretto a una bonifica a tappeto dei sistemi di videosorveglianza e a una ristrutturazione delle comunicazioni. La strategia di difesa dovrà fare un "ritorno al futuro", ripristinando la riservatezza analogica e implementando canali chiusi e ridondanti per mettere in sicurezza la "zona rossa" di Pasteur Street.