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Stretto di Hormuz a rischio per le minacce iraniane, la mossa di Trump che schiera la Marina per scortare le petroliere

Il blocco paralizza il commercio energetico: navi ferme, assicurazioni private in fuga e gli Stati Uniti schierano la Us Navy per evitare il collasso dei mercati

03 Marzo 2026, 21:54

Stretto di Hormuz a rischio per le minacce iraniane, la mossa di Trump che schiera la Marina per scortare le petroliere

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Il Golfo di Oman restituisce l'immagine di una crisi silenziosa ma potenzialmente devastante per l'economia globale. Al largo di Fujairah, decine di superpetroliere cariche di greggio e GNL sono all'ancora, con i sistemi di tracciamento marittimo AIS deliberatamente spenti. È in questo scenario di paralisi commerciale che Donald Trump ha lanciato una duplice offensiva strategica: l'impiego della Marina degli Stati Uniti per scortare le navi attraverso lo Stretto di Hormuz e l'attivazione immediata di coperture assicurative statali.

Lo Stretto di Hormuz non è un semplice braccio di mare largo appena 21 miglia nautiche, ma il più vitale "chokepoint" energetico del pianeta. In tempi di normalità, da qui transita circa il 20% del petrolio trasportato via mare a livello globale e una quota simile di gas naturale liquefatto (GNL), proveniente in massima parte dal Qatar. Oggi, tuttavia, questa arteria cruciale è di fatto chiusa. Le minacce e gli attacchi condotti dai Guardiani della Rivoluzione contro le unità mercantili hanno innescato un crollo verticale dei transiti, costringendo un'intera flotta mercantile a restare in attesa o a deviare le rotte. Le immagini satellitari e i tracciatori marittimi confermano un traffico commerciale quasi del tutto azzerato nel perimetro dello stretto.

Questa crisi geopolitica ha innescato un immediato terremoto nel settore marittimo. Con effetto dal 5 marzo, numerosi e importanti P&I Club internazionali – tra cui Gard, Skuld, NorthStandard e London P&I Club – hanno ritirato con pochissimo preavviso le coperture per il rischio "war risk", estendendo la classificazione di area ad alto rischio a gran parte del Golfo. Di fronte a un'esposizione finanziaria ormai insostenibile, molti armatori hanno preferito fermare le proprie flotte. I broker stimano che i premi assicurativi per chi deciderà di attraversare Hormuz siano destinati almeno a raddoppiare rispetto ai livelli pre-crisi (che si attestavano intorno allo 0,25% del valore della nave), obbligando gli operatori a cercare coperture alternative "a qualunque prezzo". I giganti del trasporto container stanno già reagendo: Maersk ha sospeso i transiti nel Golfo "fino a nuovo avviso", mentre compagnie come CMA CGM e Hapag-Lloyd stanno ricalibrando rotte e logistica, innescando un surriscaldamento dei noli e pesanti ripercussioni sulle filiere globali.

Per scongiurare un'impennata dei costi e garantire il "libero flusso di energia nel mondo", la Casa Bianca è intervenuta su due fronti. Dal punto di vista militare, la Marina statunitense si prepara a scortare i convogli "il prima possibile" qualora la navigazione senza protezione diventasse impraticabile, inviando un forte segnale di deterrenza ai mercati che già prezzavano una chiusura prolungata dell'area. Sul fronte economico, l'amministrazione ha incaricato la U.S. Development Finance Corporation (DFC) di offrire assicurazioni contro i rischi politici e garanzie finanziarie. Queste polizze straordinarie, accessibili a tutte le compagnie a un "prezzo molto ragionevole", andranno a coprire eventi estremi come guerra, terrorismo, violenza politica e interruzione delle attività commerciali, colmando il vuoto lasciato dalle assicurazioni private.

La volatilità dei mercati è comunque destinata a rimanere elevata finché non saranno chiarite le modalità e le tempistiche dell'intervento navale americano. Tuttavia, il messaggio da Washington è inequivocabile: lo snodo più delicato del pianeta non può essere abbandonato.