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Via all'offensiva di terra, le milizie curde sono entrate in Iran (e c'è l'ombra lunga degli Usa)

Incursione oltre il confine dall'Iraq o operazione psicologica? Migliaia di combattenti in campo, smentite del Pentagono, presunto sostegno della CIA e ritorsioni di Teheran

Via all'offensiva di terra, le milizie curde sono entrare in Iran (e c'è l'ombra lunga degli Usa)

Si è aperto un nuovo, enigmatico fronte mediorientale. Migliaia di combattenti curdi avrebbero varcato il confine iraniano. La notizia, lanciata in anteprima da Fox News citando un funzionario statunitense anonimo e rapidamente rilanciata dalla stampa israeliana, ha subito acceso il dibattito internazionale. Ma in una guerra che si combatte tanto sul terreno quanto attraverso la propaganda, la verità fatica a emergere: siamo di fronte all'inizio di un'insurrezione armata o a una complessa operazione psicologica?

La reazione di Washington è stata un esercizio di equilibrismo diplomatico. Il Segretario alla Difesa USA, Pete Hegseth, ha categoricamente smentito l'esistenza di un piano per un "regime change", sottolineando che l'esercito americano "non sta armando un'insurrezione in Iran" e chiarendo che l'operazione in corso "non sarà un altro Iraq". La linea ufficiale del Pentagono rimane dunque saldamente ancorata a obiettivi militari limitati, come la distruzione di missili, droni e capacità navali iraniane. Eppure, dietro le quinte, lo scenario sembra ben diverso. Molteplici ricostruzioni giornalistiche suggeriscono che la CIA stia elaborando un programma segreto per supportare i gruppi curdi iraniani e aprire un vero e proprio fronte terrestre. Circolano inoltre voci insistenti su recenti conversazioni telefoniche tra il presidente Donald Trump e i leader curdi Masoud Barzani e Bafel Talabani, mirate a ottenere la cooperazione logistica del Kurdistan iracheno.

Questa strategia coperta offrirebbe a Washington una leva strategica inestimabile: disorientare le forze iraniane della Guardia Rivoluzionaria (Pasdaran) con azioni di sabotaggio interno, mantenendo al contempo un costo pari a zero in termini di truppe americane sul campo di battaglia. Le forze mobilitate non costituiscono un esercito regolare, ma un mosaico frammentato di sigle storiche della dissidenza iraniana, rifugiate da decenni oltre confine in Iraq. Tra queste spiccano il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI) e i gruppi legati a Komala. Si tratta di formazioni temprate da una vasta esperienza di guerriglia clandestina e dalla lotta contro l'ISIS, particolarmente adatte a logorare le difese iraniane nei governatorati occidentali (come Kermanshah e Ilam) attraverso letali tattiche del "mordi-e-fuggi". Tuttavia, schierare "migliaia" di guerriglieri non garantisce la vittoria contro il colossale apparato di sicurezza di Teheran, composto da Pasdaran e milizie Basij. In questo scacchiere, la logistica è il vero limite strutturale: le aspre dorsali dei monti Zagros offrono eccellenti ripari naturali, ma senza corridoi di rifornimento sicuri, un'offensiva rischia di ridursi a un mero colpo di mano simbolico. Inoltre, i governi di Erbil e Sulaymaniyah si trovano costretti a bilanciare precarie relazioni diplomatiche, consapevoli che un coinvolgimento troppo palese scatenerebbe devastanti ritorsioni militari ed economiche da parte di Iran, Turchia e della stessa Baghdad. Questa "offensiva fantasma" si inserisce in una settimana che ha letteralmente sconvolto gli equilibri del Medio Oriente.

Tra il 28 febbraio e il 2 marzo, l'operazione aerea congiunta USA-Israele ha martellato duramente l'Iran, portando a conseguenze di portata storica come la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, rivendicata da Israele. La reazione di Teheran non si è fatta attendere: sciami di droni e missili iraniani hanno già colpito presunti campi di oppositori curdi nel distretto iracheno di Koysinjaq. Il segnale inviato dalla Repubblica Islamica è inequivocabile: il nord dell'Iraq è ora considerato una priorità assoluta per neutralizzare alla radice qualsiasi minaccia di penetrazione terrestre. Mentre Washington continua a giocare con le zone grigie dell'ambiguità tattica, smentendo ufficialmente un'insurrezione ma accarezzando l'idea di infiammare un fronte interno nemico, l'intera regione trattiene il respiro. L'alba sulle montagne dello Zagros potrebbe segnare l'inizio di una nuova, sanguinosa fase del conflitto mediorientale, oppure rivelarsi solo l'ennesimo inganno in una guerra dove nulla è mai esattamente come appare.