la guerra
I Paesi del Golfo stanno esaurendo le scorte di missili anti droni? Lo scenario che nessuno aveva previsto
C'è anche un pericoloso squilibrio economico: l'Iran usa droni da poche migliaia di dollari, mentre ogni intercettore costa centinaia di migliaia se non milioni di dollari
Tra il 28 febbraio e il 4 marzo 2026, un'ondata senza precedenti di droni, missili da crociera e missili balistici è stata lanciata dall'Iran contro i Paesi del Golfo, Israele e le basi statunitensi. L'offensiva, scattata in risposta ai raid congiunti USA-Israele in territorio iraniano, ha innescato una crisi acuta nelle difese aeree della regione, costringendo città e infrastrutture a convivere con sirene e allerte costanti.
I numeri sono impressionanti e delineano i contorni di un'usura calcolata: in un singolo arco operativo, gli Emirati Arabi Uniti hanno intercettato fino a 172 missili balistici sui 186 rivendicati da Teheran. Tuttavia, la matematica di questa difesa è spietata. Ogni minaccia richiede l'impiego di uno, due o persino tre intercettori per essere annientata in sicurezza, coordinando sistemi a strati che vanno dal corto al lungo raggio. È qui che emerge il dramma dell'"economia asimmetrica" del conflitto: l'Iran satura i cieli con droni da poche migliaia di dollari, obbligando gli Stati arabi a consumare intercettori che costano centinaia di migliaia, se non milioni, di dollari ciascuno. Inoltre, secondo stime americane, Teheran vanta una capacità industriale in grado di sfornare droni e missili a ritmi serrati, mentre la produzione occidentale di armi di difesa di alta gamma procede inesorabilmente a rilento.
Le conseguenze di questo squilibrio non si sono fatte attendere. Funzionari di due Paesi del Golfo hanno lanciato l'allarme tramite CBS News, dichiarando che le scorte di intercettori si stanno "pericolosamente esaurendo". La percezione di un'estrema vulnerabilità di fronte a nuove ondate ha spinto i governi della regione a chiedere con urgenza a Washington di accelerare l'invio di forniture militari e di istituire canali logistici preferenziali. Nonostante le rassicurazioni di facciata di alcuni esponenti regionali, che definiscono i sistemi ancora ben forniti per rassicurare i cittadini, il ritmo con cui le riserve si assottigliano genera una profonda inquietudine.
Dal canto suo, Washington ha risposto istituendo una task force ad hoc per coordinare i rifornimenti, un segnale accolto positivamente ma giudicato dai partner "non ancora sufficiente" rispetto ai tempi richiesti dall'urgenza operativa. Il Pentagono, tuttavia, cerca di mantenere ferma la linea della rassicurazione. Il 4 marzo, il capo degli Stati Maggiori riuniti, il generale Dan Caine, ha dichiarato categoricamente che gli Stati Uniti dispongono di "munizioni di precisione sufficienti per il compito da svolgere".
Eppure, dietro la fermezza delle dichiarazioni ufficiali, si muove la macchina dell'emergenza. La Casa Bianca ha convocato d'urgenza l'industria della difesa per affrontare il nodo cruciale della scalabilità e dei tempi di produzione in vista di un conflitto che rischia di prolungarsi. Se la pressione non dovesse allentarsi, la pioggia di missili iraniani potrebbe sfiancare le difese non per inefficacia tecnologica, ma per il semplice, inesorabile esaurimento delle munizioni.