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L'Iran riapre lo Stretto di Hormuz, ma nessuno ha il coraggio di sfidare la sorte: la colpa non è (solo) dei droni
L'analisi sul perché il tratto di mare attraverso il quasi passa il 20% del petrolio è pressoché deserto nonostante le promesse Usa di fornire scorte militari
Nelle scorse ore Teheran ha annunciato al mondo una svolta attesa da settimane: la riapertura, seppur parziale, dello Stretto di Hormuz. Nella realtà, però, il passaggio marittimo più sensibile del pianeta è rimasto un corridoio quasi deserto.
Nelle ore successive alla comunicazione, appena due o tre navi hanno avuto il coraggio di attraversarlo, come confermato dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Il traffico risulta di fatto bloccato, con un crollo fino al 70% rispetto a una media ordinaria di circa 175 transiti al giorno.
Perché una via d’acqua formalmente dichiarata navigabile resta vuota? Il discrimine non è tanto politico quanto finanziario e legato alla sicurezza.
Secondo operatori del settore, l’accesso alle coperture contro i rischi di guerra è la vera condizione abilitante tra la partenza e lo stallo forzato. Assicuratori internazionali e P&I Clubs hanno alzato i premi a livelli proibitivi o ritirato del tutto le polizze, rendendo il transito legalmente ed economicamente impraticabile per gli armatori, a prescindere dal “via libera” di Teheran.
A questo si sommano pericoli sul campo: segnalazioni di interferenze GPS, minacce missilistiche e di droni, con un livello di allerta elevato dall’intero Golfo Persico fino al Bab el-Mandeb.
Persino la proposta di Washington di offrire garanzie pubbliche e scorte navali ai tanker fatica a convincere i comandanti in assenza di corridoi certificati come sicuri.
Le conseguenze sull’energia mondiale sono immediate. Questo imbuto largo tra 13 e 34 chilometri convoglia storicamente circa il 20% del petrolio trasportato via mare e il 19% del Gnl globale.
La paralisi “pratica” di Hormuz ha fatto impennare i prezzi: in Europa il gas è schizzato oltre il +40% in poche ore, complice anche lo stop produttivo di QatarEnergy.
Il greggio corre verso la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, rendendo di fatto inaccessibile l’offerta aggiuntiva dell’OPEC+ e buona parte della capacità di riserva.
Se lo stallo, mascherato da riapertura, dovesse prolungarsi, i produttori mediorientali potrebbero essere costretti a ridurre le estrazioni per saturazione degli stoccaggi.
In Italia l’effetto è stato immediato, dato che una quota significativa di gasolio e jet fuel importati transita proprio da Hormuz. Nella prima settimana di marzo 2026 le rilevazioni indicano un +19,24% per il greggio e un +49,20% per il gasolio raffinato.
Al 6 marzo, i prezzi medi alla pompa hanno toccato 1,76 €/l per la benzina e 1,91 €/l per il diesel, con rincari settimanali fino a quasi 19 centesimi. Pesante anche l’impatto sull’elettricità: il Prezzo Unico Nazionale è balzato a 165 €/MWh dai 107 della settimana precedente. Per contenere gli effetti, Palazzo Chigi ha messo in campo due interventi. Il ministro Adolfo Urso ha disposto controlli a tappeto della Guardia di Finanza lungo tutta la filiera per stroncare le speculazioni e i “sovrapprezzi d’ansia”.
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Parallelamente, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto bollette da oltre 5 miliardi di euro, con una gas release a prezzi calmierati per le imprese e bonus fino a 315 euro per le famiglie vulnerabili.
Le opposizioni, guidate da Elly Schlein insieme a M5S e AVS, chiedono una de-escalation diplomatica immediata e il taglio delle accise finanziato con l’extragettito IVA. La vicenda conferma una verità scomoda: nel commercio globale, un annuncio politico non basta a far ripartire i flussi se il mercato assicurativo e le condizioni di sicurezza non appongono il vero lasciapassare.
