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Il prezzo dei voli alle stelle, i bilanci della Compagnie aeree sotto stress
Impennata delle tariffe soprattutto per le tratte verso l'Estremo Oriente, ma il caro fuel si ripercuote anche sulle media distanze
Nel fine settimana del 28 febbraio 2026, l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran ha innescato la più grave emergenza per l’aviazione civile dai tempi della pandemia, imponendo la chiusura o severe restrizioni su ampie porzioni dello spazio aereo mediorientale. L’epicentro del blocco operativo sono gli hub del Golfo – Dubai, Abu Dhabi e Doha – snodi intercontinentali che fino a ieri veicolavano un terzo dei passeggeri in transito fra Europa e Asia. La loro paralisi ha bruciato in poche ore oltre il 10% dell’offerta internazionale giornaliera, attivando un effetto domino su scala planetaria. Migliaia di voli sono stati cancellati o costretti a lunghi aggiramenti attraverso Caucaso, Asia Centrale o Mar Rosso. Emblematico il caso del Singapore-Istanbul: quasi tre ore e mezza in più di volo, con conseguente impennata di consumo di carburante ed emissioni.
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Per i viaggiatori significa coincidenze saltate, notti in transito forzato e overbooking sistematico sui corridoi ancora praticabili. Il colpo più duro si è abbattuto sulle tariffe. Con capacità ridotta e domanda rigida, i prezzi sono esplosi. Sulle principali direttrici Europa-Asia si sono registrati rincari lampo fino al +900% in un solo giorno per gli ultimi posti disponibili. Secondo fonti di mercato, non sono mancati casi estremi: un biglietto economy tra Londra e Singapore è balzato oltre 8.500 dollari a ridosso della partenza, contro le poche centinaia in condizioni ordinarie. Ripercussioni dirette anche in Italia: nei primi giorni della crisi, a Fiumicino è stato cancellato circa il 4% dei voli, costringendo tour operator a riprotezioni complesse.
A complicare ulteriormente lo scenario interviene il “secondo motore” della crisi: il petrolio. Le tensioni e i possibili blocchi nello Stretto di Hormuz – valvola di passaggio per un quinto del greggio mondiale – stanno spingendo al rialzo le quotazioni. Gli analisti avvertono che il Brent potrebbe sfondare a breve la soglia dei 100 dollari, con scenari estremi fino a 150 in caso di interruzioni prolungate. Poiché il jet fuel incide mediamente tra il 20% e il 30% sui costi operativi di una compagnia, l’impatto sui listini è pressoché immediato. Scott Kirby, CEO di United Airlines, ha già messo in guardia: gli aumenti tariffari scatteranno a breve. Nel medio termine, sulle rotte più esposte, si profila un rialzo strutturale dei prezzi del 20-30%.
Il conto economico è pesantissimo: tra l’1 e il 3 marzo, il comparto viaggi ha accumulato perdite per 22,6 miliardi di dollari tra mancate partenze, rimborsi e danni all’indotto cargo. Nell’immediato, ai passeggeri conviene privilegiare scali alternativi via Turchia o Europa centrale, rinviare le partenze per evitare gli algoritmi di pricing più aggressivi e scegliere sempre titoli di viaggio flessibili. Finché l’area del Golfo resterà a rischio, la volatilità continuerà a dominare i cieli del mondo.