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le indagini

Crans-Montana, Capodanno in tragedia: 41 morti al Constellation e cinque nuovi indagati, tra cui il sindaco

La strage del Constellation apre nuove indagini e mette a nudo gravi carenze nella sicurezza

09 Marzo 2026, 08:17

08:20

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Il rogo di Crans Montana

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Una tragedia che ha scosso il cuore della Svizzera e non solo: la strage di Capodanno al discobar Constellation di Crans-Montana continua a rivelare dettagli drammatici e responsabilità diffuse. Sono 41 le vittime di quella notte fatale, tra cui giovani vite spezzate nel fiore degli anni, e 115 i feriti, molti dei quali ancora segnati da cicatrici fisiche e psicologiche indelebili, mentre l'inchiesta svizzera si allarga con cinque nuovi indagati, tra cui figure di spicco dell'amministrazione locale come il sindaco Nicolas Féraud.

La notte del terrore al Constellation

Immaginate la gioia di un Capodanno in una delle località sciistiche più rinomate della Svizzera, Crans-Montana, nel Canton Vallese: fuochi d'artificio, musica assordante, risate e brindisi fino all'alba. Ma quella festa, nel piccolo discobar Constellation gestito dai coniugi Jacques e Jessica Moretti, si trasformò in un inferno di fiamme e panico il 1° gennaio 2026. Un incendio divampato repentinamente avvolse il locale affollato, causando 41 morti e oltre 115 feriti, tra ustionati gravi, intossicati dal fumo e traumatizzati dal caos della fuga. Tra le vittime, nomi che oggi riecheggiano come un monito: giovani come la quindicenne di cui parlava Repubblica il 3 gennaio, "non si può morire a quindici anni", un grido di dolore che ha unito famiglie svizzere e italiane in un lutto condiviso. Quelle vite, piene di sogni — studenti, sciatori, amici in vacanza — sono state strappate via in pochi minuti, lasciando genitori, fratelli e comunità intere a interrogarsi sul perché di tanta superficialità.

La tragedia del Constellation non è solo un capitolo nero della cronaca, ma un simbolo di quanto la sicurezza sia fragile in luoghi di svago apparentemente innocui. I feriti, molti dei quali ancora in riabilitazione a marzo 2026, raccontano di porte bloccate, uscite anguste e un sistema di allarme inadeguato, dettagli emersi dalle prime indagini che hanno già portato a imputazioni pesanti: omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo. Ogni storia di vittima è un pugno nello stomaco: pensate alla famiglia Moretti stessa, ora al centro dell'accusa, ma anche a quegli avventori comuni, turisti italiani e svizzeri, che avevano scelto Crans-Montana per celebrare l'arrivo del 2026, ignari del dramma imminente.

Le prime responsabilità e l'ombra sull'amministrazione

Dalle pagine di Repubblica e Corriere della Sera, testate che hanno seguito l'evolversi della vicenda con scrupolo, emerge un quadro di responsabilità condivise. I coniugi Jacques e Jessica Moretti, proprietari del discobar, sono stati tra i primi a finire sotto accusa per le carenze strutturali del locale: impianti elettrici obsoleti, materiali infiammabili non a norma e una capienza superata senza controlli adeguati. Accanto a loro, Christophe Balet, responsabile della sicurezza pubblica del Comune di Crans-Montana, e il suo predecessore Ken Jacquemoud, chiamati a rispondere per omissioni nei permessi e nelle ispezioni. Queste figure, pilastri dell'amministrazione locale, avrebbero dovuto vigilare, ma le indagini rivelano un sistema di controlli lassisti, tipico forse di una località turistica che punta più al business che alla prevenzione.

La strage ha colpito duro proprio perché Crans-Montana è sinonimo di lusso e sicurezza: piste da sci olimpiche, hotel a quattro stelle, un turismo internazionale che genera milioni. Eppure, quella notte, 41 persone — madri, padri, figli, amici — hanno perso la vita tra le fiamme, con corpi carbonizzati e storie interrotte per sempre. I feriti, 115 anime segnate da ustioni, fratture e traumi, lottano ancora oggi per ricostruire normalità, con testimonianze che parlano di urla soffocate dal fumo e di mani tese nel buio. Ricordarle non è solo dovere giornalistico, ma atto di rispetto: nomi come quelli delle vittime giovanissime, emblema di un futuro rubato, continuano a interrogare la coscienza collettiva svizzera.

Cinque nuovi indagati: il sindaco e i vertici comunali

Ora, a pochi mesi dal dramma, l'inchiesta svizzera si allarga con un colpo di scena che coinvolge l'élite amministrativa di Crans-Montana. Cinque nuovi indagati, tutti con ruoli chiave nella gestione della sicurezza e dei controlli tra Crans e il vicino municipio di Chermignon, recentemente annesso. Al centro c'è Nicolas Féraud, il sindaco in persona, accusato delle stesse gravi imputazioni: omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo. Féraud, volto noto della politica vallese, risponde per aver supervisionato — o mancato di supervisionare — i meccanismi di prevenzione che avrebbero dovuto salvare quelle 41 vite.

Accanto a lui, Kévin Barras, consigliere in giunta con deleghe dirette sulla sicurezza e oggi deputato supplente nel Parlamento cantonale vallese: un uomo che, secondo le procure, avrebbe dovuto garantire ispezioni rigorose sui locali pubblici. Poi Pierre Albéric Clivaz, Rudy Tissières e Baptiste Cotter, figure con passati o attuali incarichi sui controlli edilizi e di sicurezza, intrecciati tra Crans-Montana e Chermignon. Questi nomi non sono astratti: rappresentano l'apparato che, in una zona ad alto rischio turistico, ha lasciato passare deroghe e omissioni fatali. Le indagini, come riportato da Repubblica e Corriere della Sera, puntano su verbali di riunioni comunali, permessi concessi senza verifiche e una cultura di lassismo che ha reso il Constellation una trappola mortale.

Ricordare le vittime in questo contesto è essenziale: mentre i nuovi indagati si preparano a difendersi, le famiglie piangono ancora. Quelle 41 persone non erano numeri, ma individui con passioni, amori, progetti. Una madre che ballava con la figlia adolescente, un gruppo di amici italiani in vacanza, un DJ che animava la pista: le loro storie, emerse dai media e dalle commemorazioni, dipingono un quadro umano straziante. I 115 feriti, molti con terapie lunghe e costose, incarnano la sopravvivenza miracolosa ma segnata, con testimonianze che accusano direttamente le mancanze amministrative.

Le vittime: storie che non devono essere dimenticate

Per non cadere nel dimenticatoio, è doveroso soffermarsi sulle vittime della strage del Constellation, le vere protagoniste silenziose di questa inchiesta. Tra i 41 morti, spiccano i giovani: quella quindicenne citata da Repubblica, simbolo di innocenza strappata, ma anche decine di ventenni e trentenni, attirati dalla magia di Capodanno in montagna. Famiglie intere distrutte, come quella di un turista italiano che perse il figlio unico tra le fiamme, o la coppia svizzera che festeggiava i quarant'anni di matrimonio. Ogni nome evoca dolore: liste parziali pubblicate dai media locali parlano di maestri di sci, studenti universitari, camerieri del posto, tutti uniti nel dramma di una notte che doveva essere di festa.

I feriti, 115 in totale, portano cicatrici visibili e invisibili. Molti hanno subito ustioni di terzo grado, inalato fumo tossico che ha danneggiato polmoni perenni, o riportato traumi da calpestio nella fuga. Testimonianze raccolte da cronisti sul campo descrivono scene apocalittiche: "Ho visto amici sparire nel fumo", racconta un sopravvissuto al Corriere della Sera. Queste storie umane amplificano la gravità delle accuse ai nuovi indagati, sindaco Féraud in testa: come si fa a non controllare uscite di emergenza in un locale sovraffollato? Il ricordo delle vittime deve spingere per riforme, per evitare che Crans-Montana, perla del Vallese, diventi sinonimo di tragedia.

Impatto sulla comunità e sull'Italia

La strage ha travolto non solo la Svizzera, ma anche l'Italia, con numerose vittime transalpine attirate dalle piste di Crans-Montana. Comuni come quelli del Nord Italia hanno proclamato lutti cittadini, e le inchieste incrociate tra procure elvetiche e italiane aggiungono tensione. I nuovi indagati, tutti vallesi di peso, rischiano ora procedimenti che potrebbero smantellare l'immagine di efficienza svizzera. Nicolas Féraud, sindaco carismatico, vede la sua carriera appesa a un filo, mentre Kévin Barras e gli altri devono spiegare perché i controlli siano stati un optional.

Le famiglie delle vittime, riunite in associazioni commemorative, chiedono giustizia vera: processi rapidi, risarcimenti adeguati e leggi più stringenti su locali pubblici. A marzo 2026, a tre mesi dal dramma, fiaccolate e messe in memoria tengono vivo il ricordo, con striscioni che recitano "41 vite per una festa criminale". È un monito per tutte le stazioni sciistiche: la sicurezza non è negoziabile.

Verso la giustizia: cosa aspettarsi ora

Con i cinque nuovi indagati, l'inchiesta sulla strage del Constellation entra in una fase cruciale. Le accuse di omicidio, lesioni e incendio colposo pesano su un sistema amministrativo che ha fallito miseramente, lasciando 41 morti e 115 feriti come eredità amara. Il sindaco Féraud e i suoi collaboratori, da Barras a Clivaz, Tissières e Cotter, dovranno affrontare perizie tecniche su impianti e permessi, mentre le parti civili — famiglie straziate — spingono per un dibattimento pubblico.

Ricordare la tragedia e le vittime significa onorare il loro sacrificio spingendo per cambiamenti: normative UE più severe sui locali notturni, formazione obbligatoria per amministratori, ispezioni a sorpresa. Crans-Montana, con il suo cielo stellato ora offuscato dal fumo del Constellation, deve rinascere più sicura. Quelle 41 anime veglino affinché nessuna festa diventi mai più un rogo. La giustizia, lenta ma inesorabile, è l'unico tributo degno.