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Putin cerca di uscire dall'angolo: «Hormuz non riapre a breve, Russia pronta a dare petrolio e gas all'Europa»
La geopolitica dell'energia subisce un nuovo, violento scossone. Il blocco del Golfo Persico fa impennare i mercati, mentre il Cremlino tenta di incunearsi nelle fragilità europee con un'offerta vincolata
Lo Stretto di Hormuz somiglia oggi a un immenso parcheggio galleggiante: decine di petroliere sono ferme in attesa. Le minacce militari e i ripetuti attacchi con droni e missili contro infrastrutture e imbarcazioni hanno spinto molte compagnie a deviare o sospendere le rotte, mentre gli assicuratori hanno ritirato le coperture per rischio di guerra.
Dal 1° marzo, la media di 24 transiti al giorno si è ridotta a poche unità: pur in assenza di un blocco formale, lo stallo operativo equivale di fatto a una chiusura totale del passaggio.
I mercati hanno reagito con una volatilità che richiama, seppur non nelle cause, i picchi del 2022. Nella notte tra l’8 e il 9 marzo, il Brent ha toccato massimi intraday di 119,5 dollari al barile, per poi stabilizzarsi sopra quota 100.
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Ancor più preoccupante la corsa del gas naturale: il TTF europeo ha sfiorato in apertura i 70 €/MWh, con aumenti giornalieri compresi tra il 25% e il 30%.
Il metano corre più del greggio per ragioni squisitamente logistiche: mentre il petrolio può contare su alcune rotte alternative e su scorte globali più ampie, il GNL è molto meno flessibile.
La stretta su Hormuz isola l’hub strategico di Ras Laffan, in Qatar, innescando un’agguerrita competizione in Asia per le stesse molecole su cui l’Europa aveva puntato per rimpiazzare le forniture russe.
Le ricadute fisiche del blocco potrebbero diventare devastanti a breve. Come ha avvertito Vladimir Putin, la produzione rischia di “fermarsi completamente entro un mese”.
Con i serbatoi pieni e senza vie di evacuazione, i produttori sono costretti a chiudere i pozzi: Iraq e Kuwait stanno già valutando tagli precauzionali per evitare la saturazione della capacità di stoccaggio.
Le vie alternative, dall’East-West Pipeline saudita agli oleodotti degli Emirati, offrono una capacità del tutto insufficiente a compensare un deficit di tali dimensioni.
In questo contesto si inserisce la mossa del Cremlino. Mosca si è detta pronta a fornire idrocarburi all’Europa per attenuare la crisi, ma a due condizioni inderogabili: la sottoscrizione di contratti di lungo termine e un contesto “senza pressioni politiche”.
Una richiesta che mira, in sostanza, a neutralizzare le sanzioni europee, riproponendo il gas come leva d’influenza commerciale.
Per l’Unione Europea, l’offerta russa è un paradosso. Bruxelles sta ultimando un quadro normativo per azzerare la dipendenza energetica da Mosca entro il 2027, con scadenze ravvicinate: stop ai contratti a breve termine per il GNL dal 25 aprile 2026 e per il metano via tubo dal 17 giugno.
Il Vecchio Continente è stretto tra tre obiettivi in tensione: difendere il potere d’acquisto di famiglie e imprese dai rincari, garantire la sicurezza degli approvvigionamenti nel biennio 2026-27 e preservare l’autonomia strategica dalla Russia.
L’offerta di Putin appare calibrata per contenere i prezzi, ma impone di sacrificare un’indipendenza geopolitica faticosamente costruita. Accettarla significherebbe invertire una rotta ormai tracciata; respingerla costringerà l’Europa a sopportare mesi di quotazioni estreme, nella speranza che l’eventuale rilascio delle riserve strategiche allo studio del G7 basti ad arginare la tempesta perfetta.