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gli scenari

La telefonata tra Putin e Trump che ridisegna le crisi di Iran e Ucraina: «La guerra nel Medioriente sta finendo»

Colloquio sui conflitti in corso: le divergenze politiche sono profonde mentre i missili infiammano la regione

09 Marzo 2026, 22:53

23:00

La telefonata tra Putin e Trump che ridisegna le crisi di Iran e Ucraina: «La guerra nel Medioriente sta finendo»

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Nel pieno di un’escalation che infiamma il Medio Oriente, una telefonata di circa un’ora ha catalizzato l’attenzione internazionale: il 9 marzo 2026 Vladimir Putin e Donald Trump si sono confrontati in un colloquio di alto profilo.

Al centro della conversazione, i due dossier più incandescenti dello scenario globale: la guerra in Iran e il conflitto in Ucraina. Dalle posizioni emerse trapelano linee parallele ma cariche di attriti. Il presidente russo ha ribadito l’urgenza di una “soluzione diplomatica” per la crisi di Teheran, affiancandola alla necessità che Kiev apra un tavolo negoziale sul Donbass.

Il capo della Casa Bianca ha invece adottato una narrazione decisamente ottimista: l’operazione militare sul fronte iraniano sarebbe “praticamente conclusa” o comunque “molto avanti rispetto alla tabella di marcia”.

In recenti apparizioni televisive, pur avendo in un primo momento stimato 4-5 settimane di ostilità, ha persino descritto la campagna come quasi “completa”.

Tali rassicurazioni cozzano però con la durezza del teatro operativo, alimentando un corto circuito tra retorica politica e imprevedibilità militare. Mentre Trump parla di un conflitto prossimo al traguardo, il Dipartimento di Stato statunitense ordina l’evacuazione del personale non essenziale da aree a rischio come Adana, nel sud della Turchia.

E i cieli turchi segnalano che la guerra è tutt’altro che terminata: oggi frammenti di un intercettore della NATO sono caduti in zone disabitate della provincia di Gaziantep, a riprova dell’abbattimento di un missile balistico lanciato dall’Iran.

È il secondo episodio in pochi giorni, dopo i rottami precipitati a Dörtyol il 4 marzo, indizio di una Turchia sempre più corridoio e cuscinetto del conflitto.

In risposta, l’Alleanza Atlantica ha innalzato la propria postura nel Mediterraneo, schierando unità Aegis e batterie Patriot e THAAD. Il colloquio tra Casa Bianca e Cremlino si inserisce in un quadro geopolitico in rapida evoluzione.

Mosca si è mossa con tempismo: Putin ha inviato un messaggio politico inequivocabile congratulandosi con Mojtaba Khamenei, appena designato nuova Guida Suprema dopo l’uccisione del padre, Ali Khamenei, nei raid del 28 febbraio.

Offrendo un “sostegno incrollabile” e definendo l’Iran un partner “affidabile”, il leader del Cremlino ha riaffermato pubblicamente l’asse Mosca-Teheran. Questa sponda diplomatica giunge mentre la Repubblica Islamica subisce i colpi della “Operation Epic Fury”, l’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele che avrebbe già colpito oltre 1.000 obiettivi strategici.

Sotto bombardamenti e lanci di missili sarebbero finiti centri di comando, basi dei Pasdaran e siti di difesa aerea tra Teheran, Isfahan e Qom, suscitando crescenti allarmi delle ONG per le vittime civili e per raid che avrebbero coinvolto scuole e ospedali. In rappresaglia, l’Iran continua a lanciare droni e missili contro Israele e contro basi USA nel Golfo.

In questo scenario convulso, la telefonata tra Putin e Trump appare come il tentativo di imprimere una rotta a un Medio Oriente in fiamme. Resta da vedere se le parole scambiate tra Mosca e Washington preluderanno a una vera svolta diplomatica o se si riveleranno soltanto esercizio di retorica, mentre i missili continuano a cadere.