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la guerra

Nave cargo in fiamme nello Stretto di Hormuz, gli Usa non riescono a scortare i convogli: traffico azzerato e assicurazioni alle stelle

Centinaia di unità bloccate nei pressi del braccio di mare cruciale per il commercio mondiale: polizze "rischio guerra" sospese e flussi energetici in bilico

11 Marzo 2026, 07:37

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Nave cargo in fiamme nello Stretto di Hormuz, gli Usa non riescono a scortare i convogli: traffico azzerato e assicurazioni alle stelle

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La pressione nello Stretto di Hormuz è sfociata in un nuovo, grave assalto che rischia di bloccare definitivamente i traffici energetici globali. L’11 marzo, un proiettile di origine ancora ignota ha colpito in pieno una nave cargo in transito nel cruciale braccio di mare al confine con l’Iran.

L’impatto ha innescato un violento rogo a bordo, costringendo l’intero equipaggio a un’evacuazione d’emergenza. A lanciare l’allarme è stata la United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO), confermando un’escalation esplosiva lungo una delle rotte più strategiche del pianeta.

L’episodio non è isolato, ma il punto di massima intensità di una crisi che ha trasformato il Golfo di Oman in un immenso parcheggio di petroliere. Sulle mappe digitali appare una costellazione di “puntini fermi”: sono le navi mercantili che da giorni oscillano in rada, in attesa di istruzioni su come procedere in sicurezza.

In base alle elaborazioni dei dati di tracciamento fornite da Lloyd’s List, Windward e Vortexa, tra 250 e 300 unità — tra petroliere e grandi porta-container — risultano attualmente bloccate, dirottate o in stand-by ai margini dello Stretto. Ne è scaturito un crollo verticale, prossimo allo “zero”, dei transiti di crude carrier in un collo di bottiglia che da solo smista circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare. La spina dorsale dei flussi energetici globali si è di fatto spezzata nell’arco di 48-72 ore.

Il clima di paura tra gli equipaggi e le compagnie di navigazione è alimentato da una spirale di minacce dirette, segnalazioni di mine, droni navali e continue intercettazioni. Ad aggravare il quadro, nelle ore di massima tensione, un alto esponente dei Pasdaran ha diffuso via radio un messaggio inequivocabile, avvertendo che il passaggio nello Stretto “non è consentito”. Il settore marittimo ha interpretato questo monito come un avvertimento operativo, più che come mera propaganda. Gli armatori ormai percepiscono l’area come una potenziale “kill box”, rendendo superflua persino una chiusura formale e legale per azzerare i transiti.

Il vero detonatore della paralisi totale, tuttavia, è di natura economica e assicurativa. Dal 5 marzo 2026 i grandi attori delle mutual P&I e del mercato londinese hanno iniziato a sospendere o a limitare drasticamente le coperture di “rischio guerra” per le acque del Golfo Persico. I premi hanno subito un’impennata vertiginosa: dai livelli pre-crisi dello 0,25% del valore dello scafo a quote record fino al 3% per ogni singola traversata. Per una grande petroliera (VLCC) dal valore di 200-300 milioni di dollari, ciò si traduce in un sovraccosto compreso tra 2 e 7,5 milioni di dollari.

Nonostante i tentativi del governo statunitense di offrire garanzie pubbliche, comandanti e operatori restano estremamente scettici all’idea di addentrarsi in una rotta infestata da droni, missili e interferenze GPS senza tutele sostenibili. Di fronte a una crisi senza precedenti, la risposta militare occidentale appare, per ora, insufficiente a garantire la continuità del commercio.

Pur disponendo sulla carta di mezzi all’avanguardia — dai cacciatorpediniere Aegis agli elicotteri antisommergibile — la US Navy non è al momento in grado di fornire una scorta estesa a tutte le navi mercantili. Le ragioni: una grave carenza di unità immediatamente disponibili e un profilo di rischio considerato eccessivo. L’organizzazione di un “corridoio protetto” attivo 24 ore su 24 richiederebbe regole d’ingaggio chiarissime, un coordinamento multinazionale efficace e una flotta di pattugliatori e dragamine che, allo stato attuale, non è concentrata in numero sufficiente nel Golfo Persico. Alcune marine europee valutano contributi mirati, ma la realtà è che uno scudo a protezione dei mercantili oggi non esiste.

Mentre il fumo si alza dalla nave cargo colpita l’11 marzo, a testimonianza della fragilità estrema di questo snodo vitale, il mondo osserva con apprensione uno Stretto divenuto l’epicentro assoluto del rischio globale. Senza flotte di scorta, senza polizze assicurative abbordabili e con l’ombra costante dei missili, il cuore del commercio energetico ha smesso di battere.