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lo scenario

Cosa è la "Dottrina Dahiya" e perché Usa e Israele sono passati al Piano B per azzoppare l'Iran

L'analisi del Guardian: fallito il progetto di far cadere la Repubblica islamica entro pochi giorni, ora serve altro

11 Marzo 2026, 11:59

12:00

Cosa è la "Dottrina Dahiya" e perché Usa e Israele sono passati al Piano B per azzoppare l'Iran

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Il fumo che avvolge i cieli di Teheran non è soltanto il residuo dei bombardamenti contro i depositi di carburante, ma il segno tangibile di un profondo mutamento nella condotta militare. Washington e Gerusalemme sono passate al "Piano B", estendendo su scala nazionale la controversa "Dottrina Dahiya".

Il baricentro dell’offensiva si sposta dal fronte alla vita quotidiana: colpire energia, trasporti e comunicazioni per spezzare la resilienza della società iraniana.

Questa nuova fase di logoramento civile - secondo un'analisi del Guardian - scaturisce dal palese fallimento del "Piano A", incentrato sulla decapitazione dei vertici della Repubblica Islamica. L’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei puntava ad accelerare il collasso teocratico, ma l’apparato ha assorbito l’urto: le robuste strutture di sicurezza hanno garantito una rapida transizione verso Mojtaba Khamenei, confermando — come peraltro previsto dall’intelligence USA — che le campagne aeree non bastano, da sole, a imporre un "regime change".

Di fronte a questa tenuta istituzionale, è riemersa la "Dottrina Dahiya". Elaborata durante la guerra del 2006 in Libano, prevede l’impiego di una forza sproporzionata contro le infrastrutture per erodere il consenso popolare, imponendo costi insostenibili ai civili.

Se a Gaza tale approccio ha prodotto devastazione senza eliminare del tutto la minaccia armata, applicarlo a un Paese di 93 milioni di abitanti rappresenta una scommessa dagli esiti imprevedibili.

Sul terreno, il "Piano B" si articola su due direttrici: da un lato si incoraggiano insorgenze periferiche (tra le minoranze curde e baluche) per sfiancare le forze di sicurezza interne; dall’altro si procede a una demolizione metodica del tessuto statale.

I raid hanno già colpito snodi energetici nevralgici come l’isola di Kharg e le raffinerie attorno alla capitale, erodendo sensibilmente i flussi di cassa dei Pasdaran.

Le conseguenze collaterali, tuttavia, minacciano l’intera economia globale. L’Iran ha risposto prendendo di mira aeroporti, porti e navi commerciali in tutto il Golfo, da Dubai allo Stretto di Hormuz, spingendo le quotazioni del Brent oltre i 100 dollari al barile.

La distruzione delle reti civili si sta rapidamente traducendo in uno shock economico mondiale che colpisce il trasporto aereo, le catene logistiche e persino la disponibilità di acqua e cibo nei Paesi vicini.

Mentre gli Stati Uniti schierano una terza portaerei e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth prolunga i tempi dell’"Operazione Epic Fury", ora stimati tra quattro e sei settimane, emergono le prime crepe nell’alleanza.

Washington ha chiesto a Israele di moderare gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere per evitare il collasso dei mercati energetici e un rovinoso pantano strategico.

Resta irrisolto il dilemma di fondo, sollevato da numerosi analisti: il dolore inflitto ai civili porterà al crollo del governo o, al contrario, genererà una coesione sociale dettata dalla sindrome d’accerchiamento? La storia insegna che la pressione esterna spesso rafforza la stretta autoritaria del regime.

In assenza di una chiara visione politica per il "dopo", colpire sistematicamente acquedotti e oleodotti rischia unicamente di incendiare l’intero Medio Oriente, normalizzando una guerra senza fine.