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Caos nei cieli del Golfo: 43 mila voli cancellati, 7,5 milioni di passeggeri bloccati. L’industria dell’aviazione conta i danni

Rotte spezzate, hub silenziati, biglietti da miliardi evaporati: come l’escalation in Medio Oriente ha messo in ginocchio uno snodo chiave

11 Marzo 2026, 20:30

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Caos nei cieli del Golfo: 43 mila voli cancellati, 7,5 milioni di passeggeri bloccati. L’industria dell’aviazione conta i danni

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Sale partenze vuote, monitor neri, altoparlanti muti. Da Doha a Dubai e Abu Dhabi, la scena è la stessa: trolley fermi, connessioni spezzate, itinerari intercontinentali dissolti in minuti. In dodici giorni l’escalation tra Stati Uniti e Israele da un lato e Iran dall'altro ha polverizzato il cuore della connettività globale: secondo elaborazioni su dati Cirium, tra il 28 febbraio e il 10 marzo sono saltati almeno 43.100 voli nell’area del Golfo; il 55% dei movimenti programmati non è mai decollato o atterrato. A terra sono rimasti circa 7,5 milioni di passeggeri; per i cinque maggiori vettori del Golfo il conto dei soli ricavi “evaporati” sui biglietti già emessi è stimato in almeno 1,6 miliardi di dollari.

Un blackout senza precedenti dalla pandemia

La progressione è stata brutale. Nelle prime 24-48 ore di chiusure e restrizioni, Iran, Iraq, Kuwait, Israele, Bahrain, Qatar e porzioni degli spazi aerei degli Emirati Arabi uniti sono risultati pressoché vuoti sui tracciamenti pubblici; le cancellazioni hanno colpito anche grandi vettori non regionali, costretti a ripensare intere banche di connessioni tra Europa e Asia-Oceania. Un’analisi di FlightGlobal — basata su feed Cirium — ha stimato oltre 2.000 cancellazioni solo il 1° marzo, con picchi giornalieri del 50% dei voli programmati.

Nei giorni successivi l’onda lunga ha travolto i principali hub: Bahrain e Doha sono arrivati a tassi di stop superiori al 99% in alcune fasce orarie del 6 marzo, mentre l’aggregato regionale oscillava — a seconda dei corridoi riaperti a singhiozzo — tra il 50% e il 66% di voli cancellati, con un allentamento solo parziale attorno al 7 marzo.

La fotografia d’insieme — “vuoti” in cielo, scali in stallo, connessioni spezzate su sei continenti — è stata confermata anche da analisi internazionali e testate generaliste: spazi aerei chiusi a macchia di leopardo, rotte re-instradate su archi lunghi (via Africa per evitare i cieli del Golfo), decolli intercontinentali “spezzati” con scali non pianificati.

I nodi del traffico globale: quando tre aeroporti “fanno” mezzo mondo

Gli hub di Doha, Dubai e Abu Dhabi movimentano tipicamente oltre 100.000 passeggeri al giorno ciascuno nei picchi, fungendo da “cerniere” tra scali secondari e rotte long-haul. Quando questi snodi si fermano, la catena globale si spezza: connessioni business, flussi migranti, turismo di lungo raggio, merci in stiva sugli aerei passeggeri. Nelle prime giornate, secondo Cirium, le tre “big” regionali — Emirates, Qatar Airways, Etihad — hanno cancellato complessivamente oltre 1.800 voli, con un effetto domino su migliaia di coincidenze globali.

Il paradosso operativo è stato evidente: Emirates e Etihad hanno avviato una graduale ripresa dei collegamenti dopo il primo shock, mentre Qatar Airways ha riaperto a ondate, tra restrizioni e slot contingentati. Gli andamenti orari — con finestre di riapertura parziale e nuove interdizioni — hanno reso la pianificazione quasi impossibile per network complessi e per i sistemi di revenue management.

L’onda lunga sui cieli extra‑Golfo: Asia ed Europa si riallineano

Gli effetti si sono propagati rapidamente oltre la regione. Vettori asiatici e indiani hanno sospeso o ridotto operativi su Medio Oriente, Europa, Nord America, oppure allungato rotte via Africa, con tempi di volo cresciuti anche di 3-5 ore su talune direttrici. In un caso documentato, un Delhi–New York ha sfiorato le 22 ore con scalo tecnico, ben oltre le 17 ore standard pre-crisi.

Sul fronte europeo, gruppi come Lufthansa hanno congelato collegamenti verso Tel Aviv, Beirut, Amman, Erbil, Teheran, e — per finestre temporali — verso Dubai e Abu Dhabi; British Airways ha offerto flessibilità su viaggi da/verso Golfo, Israele, Giordania con rinvii senza penali; in Borsa, gli indici del trasporto aereo hanno scontato la volatilità attesa sui costi e sui ricavi.

Perché l’impatto è così violento?

Perché il Golfo è un nodo di “raccolta e rilancio” del traffico globale: tiene insieme feeder da mercati secondari e long‑haul che coprono tre continenti. Perché la chiusura simultanea o la limitazione di più spazi aerei contigui genera “sacche” di cielo inutilizzabile, creando colli di bottiglia per le rotte alternative. Perché la capacità non si riconfigura in ore: flotta, equipaggi, manutenzione, slot e diritti di traffico hanno inerzie strutturali; un picco di cancellazioni oggi non si riassorbe domani.Questi tre strati — rete, normative, operazioni — spiegano perché la crisi ha prodotto il più grande scossone dei viaggi aerei dalla pandemia.