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9 aprile 2026 - Aggiornato alle 12:20
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Il primo discorso della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei parla agli iraniani e a tutto il mondo

Senza mostrarsi in video, il nuovo leader iraniano promette vendetta per i “martiri”, avverte che la guerra non si fermerà e indica lo “strumento” decisivo

12 Marzo 2026, 16:46

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“Chiudere Hormuz per aprire una trattativa”: il primo messaggio di Mojtaba Khamenei e la leva strategica che può cambiare il Golfo

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All’alba di giovedì 12 marzo 2026, l’Iran si è svegliato con una voce senza volto. Nessuna inquadratura, nessun gesto, solo parole: il primo messaggio del nuovo leader supremo, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, è arrivato agli iraniani e al mondo senza apparire in video, rilanciato dalla televisione di Stato. Un testo asciutto e duro: vendetta per i “martiri”, guerra che “non si fermerà”, e soprattutto un avvertimento che suona come un programma strategico — tenere chiuso lo Stretto di Hormuz e usarlo come “uno strumento per fare pressione sul nemico”. Una formula glaciale per una realtà rovente: nel collo di bottiglia tra Golfo Persico e Golfo di Oman transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga del gas naturale liquefatto. Tenerlo “sotto chiave” significa ipotecare prezzi, rotte e sicurezza energetica globali.

Un messaggio senza immagine: perché conta la forma tanto quanto la sostanza

Nel suo primo intervento pubblico da quando è stato designato guida della Repubblica islamica — all’indomani dell’uccisione del padre Ali KhameneiMojtaba non si è mostrato. La dichiarazione è stata diffusa dalla tv di Stato e presentata dai media come un messaggio ufficiale, senza alcun frame che ne certificasse il recente stato fisico. Per i falchi di Teheran, la scelta accentua l’aura di comando in tempo di guerra; per i detrattori, alimenta interrogativi su salute e vulnerabilità del nuovo leader. Alcune testate hanno sottolineato che si è trattato di un messaggio letto in onda, non di un discorso registrato dal leader; altre fonti indipendenti hanno rimarcato l’assenza di qualsiasi audio o video riconducibile direttamente a lui nelle ultime ore. In una guerra d’immagini, anche il silenzio visivo è un segnale.

Al netto della forma, la sostanza non lascia margini: vendetta (“compensazione” nelle traduzioni più letterali) contro Stati Uniti e Israele, continuità degli attacchi contro le monarchie del Golfo considerate complici e, soprattutto, l’indicazione dello Stretto di Hormuz come “leva” da tenere premuta. È il primo atto politico di un leader di 56 anni che eredita un Paese colpito al cuore e un fronte regionale incendiato.

Cosa ha detto davvero Khamenei jr: i punti-chiave

“La guerra non si fermerà”: proseguiranno gli attacchi iraniani contro obiettivi militari e infrastrutture nelle monarchie del Golfo percepite come piattaforme di decollo o supporto per operazioni contro l’Iran.

“Vendetta per i martiri”: promessa di ritorsioni calibrate sul danno subito con l’uccisione della precedente Guida e di membri della sua famiglia, e per le vittime dei raid. Nei resoconti anglofoni la formula “compensation from the enemy” è stata letta come minaccia di vendetta e risarcimento di forza.

“Hormuz come strumento di pressione”: mantenere la chiusura de facto dello stretto per obbligare Washington e Gerusalemme a ricalcolare costi e tempi dell’escalation.

Sul piano tattico, il messaggio punterebbe a sincronizzare tre fronti: le operazioni dirette della IRGC (i Guardiani della Rivoluzione), le azioni delle milizie alleate in Libano, Iraq e Yemen, e la pressione marittima nel Golfo. Una cornice che diversi osservatori internazionali ritengono coerente con l’architettura di “difesa a mosaico” concepita negli anni scorsi per reggere a shock nel potere centrale e a campagne aeree prolungate.

Perché lo Stretto di Hormuz è la leva più potente dell’Iran

Lo Stretto di Hormuz è una strozzatura larga poche decine di chilometri in cui passano, in corsie obbligate, le grandi petroliere e i metanieri che collegano i terminal del Golfo ai mercati globali. Nelle ultime settimane, fra attacchi, minacce e avvertimenti radio della IRGC Navy, il traffico è stato di fatto interrotto a più riprese o reso insicuro al punto da spingere armatori e assicuratori a fermarsi, deviare, o attendere. Gli Stati del Golfo con sbocchi alternativi sono pochi e con capacità limitate; la gran parte del flusso, specialmente quello di Qatar e Kuwait, non ha bypass praticabili.

Peso energetico: circa il 20% del petrolio mondiale che transita via mare e una quota tra il 20% e il 25% del commercio globale di GNL passano da Hormuz. Le stime variano a seconda della fonte e dell’anno, ma convergono su un ordine di grandezza che rende lo stretto il principale “chokepoint” energetico del pianeta.

Destinazione dei flussi: oltre l’80% del greggio e del GNL che attraversano Hormuz è diretto in Asia (Cina, India, Giappone, Corea del Sud), il che amplia l’eco globale di ogni interruzione.

Capacità di bypass: Arabia Saudita può instradare fino a circa 2,6 milioni b/g della propria produzione via oleodotti interni al Mar Rosso; EAU dispongono dell’ADCOP verso Fujairah ma con capacità limitate; per Iraq, Kuwait, Qatar e Iran le opzioni sono minime o nulle. Ogni giorno di blocco “intrappola” offerta e noli.

In questo quadro, l’indicazione di Mojtaba Khamenei – “chiudere per negoziare” – non è solo slogan: è l’uso consapevole di un “collo d’imbuto” come leva geopolitica.

Gli effetti immediati: prezzi, scorte e rotte assicurative

Dall’inizio della crisi, il petrolio ha oscillato bruscamente, con Brent che ha superato quota 100 dollari nella settimana del 9 marzo e punte più alte sulle scadenze brevi, mentre i premi assicurativi marittimi su navi e carichi diretti nel Golfo sono saliti a livelli da “zona di guerra”. Le autorità statunitensi hanno annunciato l’uso straordinario della Strategic Petroleum Reserve (SPR) per immettere 172 milioni di barili sul mercato e mitigare l’impatto su prezzi e inflazione, segno che Washington valuta la perturbazione di Hormuz come un rischio sistemico.

Gli analisti energetici ricordano che, pur con riserve strategiche e capacità inutilizzata dell’OPEC+, una prolungata chiusura di Hormuz avrebbe effetti a catena su tutta la catena del valore: raffinazione, trasporto di prodotti, forniture di GNL all’Europa (che dal 2022 ha ribilanciato le proprie importazioni) e prezzi dell’energia elettrica. Per il GNL, l’effetto è doppio: riduzione fisica dell’offerta spot e rialzo dei noli, soprattutto se gli armatori ritirano tonnellaggio dall’area per motivi assicurativi.

La dimensione militare-marittima: mine, missili e “chiusura di fatto”

Sul teatro navale, le forze della IRGC hanno alternato comunicazioni radio di interdizione, esercitazioni con fuoco reale e attacchi mirati contro navi commerciali ritenute collegate a interessi occidentali. In parallelo, diverse autorità marittime hanno registrato più episodi di esplosioni o impatti contro cargo e tanker tra Oman e EAU, contribuendo a una “chiusura di fatto” dello stretto. Alcuni report hanno indicato persino la posa di ordigni navali in punti sensibili, informazione che, se confermata, renderebbe più complesso e rischioso ogni sforzo di riapertura rapida.

In questo contesto, la minaccia di “proseguire la chiusura come strumento di pressione” non è un bluff retorico, ma l’evoluzione di una campagna navale a bassa intensità che moltiplica i costi di assicurazione e riduce la propensione al rischio degli operatori.

Reazioni e contro-leve: dagli Stati Uniti al Golfo, fino agli attori asiatici

Stati Uniti: il presidente Donald Trump ha avvertito che ogni tentativo di “bloccare il flusso di petrolio” riceverà una risposta “molto più dura”, e l’amministrazione ha ventilato nuove misure militari e sanzionatorie in caso di protrarsi della chiusura. L’uso della SPR e il pressing sugli alleati del Golfo per aumentare le forniture alternative indicano una strategia ibrida: deterrenza e gestione d’emergenza dei mercati.

Monarchie del Golfo: fra condanna e cautela. In parallelo con le operazioni difensive, le capitali cercano di mettere in sicurezza infrastrutture critiche – desalinizzatori, terminali, depositi – già entrate nel mirino.

Unione Europea e partner asiatici: forte preoccupazione per la sicurezza energetica e tentativi di diversificazione rapida delle rotte di approvvigionamento di GNL e greggio. I governi più esposti in Asia seguono con apprensione: oltre il 80% dei flussi di Hormuz è diretto verso i loro mercati.

“Guerra che non si fermerà”: come leggere la dottrina di Teheran sotto Mojtaba

Il linguaggio di Mojtaba Khamenei si innesta nella tradizione strategica iraniana: colpire gli avversari dove sono più sensibili (energia, basi, logistica), evitando uno scontro frontale prolungato in cui il divario tecnologico peserebbe. La rete di alleanze e proxy consente elasticità operativa, mentre la pressione su Hormuz amplifica l’effetto globale di ogni singolo attacco, trasformando un conflitto regionale in un problema macroeconomico. Analisi indipendenti ritengono che questa impostazione — maturata in anni di “difesa a mosaico” — sia stata concepita proprio per reggere shock come l’uccisione della Guida e i raid su larga scala.

Il fattore rischio: scenari possibili nelle prossime settimane

Riapertura parziale e condizionata: Teheran concede “passaggi sicuri” selettivi a Paesi non considerati ostili, mantenendo il divieto di fatto per navi collegate a USA e Israele. Un’ipotesi già ventilata in più momenti della crisi, capace di dividere il fronte internazionale e alleviare parte della pressione asiatica, senza rinunciare alla leva su Washington.

Escalation militare marittima: incremento di attacchi asimmetrici contro navi e infrastrutture di pompaggio e stoccaggio nel Golfo, con risposta occidentale su asset navali iraniani. Cresce il rischio di incidenti e miscalculation.

“Compensazione” e deterrenza: Mojtaba lega la riapertura di Hormuz a una serie di condizioni – cessazione dei bombardamenti, ritiro o chiusura di basi regionali statunitensi – mantenendo la minaccia come clausola di ultima istanza. La promessa di “compensazione” al nemico indica che Teheran misura ogni step in termini di costo inflitto e costo atteso.