i rischi
Erbil, notte di allarme: cosa è successo nella base italiana e cosa cambia adesso. Sale la tensione nel Kurdistan iracheno
Sirene, bunker e un impatto nel cuore della notte: cosa è successo alla base italiana di Erbil e perché conta per l’Italia e per la Coalizione
All’inizio è solo il rumore ovattato del respiro, compressi nei bunker di Camp Singara. Poi, quando molte città dormono, arriva il colpo secco che graffia il silenzio: un ordigno — verosimilmente un drone o un missile a bassa quota — centra l’area del bar-ristorante della base, il piccolo “fortino” dove i militari si ritrovano fra un turno e l’altro. È la notte fra l’11 e il 12 marzo 2026 nei dintorni di Erbil, nel Kurdistan iracheno, e l’allerta era scattata da ore. Alla conta, però, emerge la notizia che tutti, a Roma come a Erbil, speravano di poter dare: nessun militare italiano è rimasto ferito. Le valutazioni iniziali parlano di danni contenuti e di un incendio subito domato nell’area colpita. A confermarlo, in Italia, è il ministro della Difesa Guido Crosetto; in teatro operativo è il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti, a rassicurare sullo stato del personale.
Un attacco in piena notte: orari, dinamica, prime verifiche
Secondo più fonti convergenti, l’attacco ha interessato l’area mensa-bar di Camp Singara, all’interno del comprensorio militare internazionale nei pressi dell’aeroporto di Erbil. Il punto d’impatto e i frammenti recuperati sono oggetto di analisi da parte degli artificieri, per chiarire con precisione se si sia trattato di un drone esplosivo o di un missile a corto raggio. Le testimonianze raccolte e le ricostruzioni giornalistiche indicano un arco orario compreso fra le 23:10 locali dell’11 marzo e poco dopo la mezzanotte dell’12 marzo; un dettaglio che riflette la concitazione delle prime ore e l’inevitabile disallineamento fra fusi orari e canali di comunicazione istituzionali. Quel che appare coerente è la sequenza: l’“allarme minaccia aerea” scatta attorno alle 20:30 locali, il personale si rifugia nei bunker seguendo le procedure standard, e l’impatto arriva circa tre ore dopo. Le squadre antincendio spengono rapidamente le fiamme; si registrano danni a mezzi e strutture nell’area colpita, ma senza conseguenze sulle persone.
A Roma, intanto, il ministro della Difesa Guido Crosetto diffonde in diretta tv il primo messaggio: “Un ordigno ha colpito la nostra base di Erbil. Nessuna vittima tra gli italiani.” Parole poi ribadite alle agenzie e sui canali istituzionali, con il ringraziamento ai militari e la conferma del costante contatto con il Capo di Stato Maggiore della Difesa e con il Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI). Il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani condanna l’episodio, esprime solidarietà al contingente e precisa che gli approfondimenti in corso serviranno a comprendere finalità, modalità e responsabilità dell’attacco.
Dove è avvenuto e chi c’era: la base, la missione e il contesto operativo
La presenza italiana a Erbil rientra nell’Operazione “Prima Parthica”, il contributo nazionale alla Coalizione internazionale anti-ISIS che dal 2014 opera in Iraq e Siria. Nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, i militari italiani — appartenenti a tutte le Forze Armate — svolgono compiti di addestramento, consulenza e supporto alle forze di sicurezza locali, in particolare ai Peshmerga e alle Zeravani Forces, con l’obiettivo di rafforzarne autonomia e capacità di contrasto al terrorismo residuo dello Stato islamico (ISIS/Daesh). Nel tempo, i team italiani hanno contribuito alla formazione di decine di migliaia di operatori curdi e iracheni, includendo moduli chiave come la lotta agli IED (ordigni esplosivi improvvisati), il tiro di precisione, il primo soccorso tattico e la pianificazione operativa.
Il perimetro logistico di Camp Singara ospita reparti e infrastrutture della Coalizione, con presenze di diversi Paesi — fra cui, in prossimità, elementi statunitensi — e fa parte del complesso militare che orbita attorno all’aeroporto internazionale di Erbil. Nei mesi precedenti, l’area è stata più volte interessata da lanci di missili e attacchi con droni in un quadro regionale segnato dall’escalation dopo il 28 febbraio 2026. Anche per questo, come riferiscono fonti alleate e locali, le difese passive e le procedure di emergenza erano state ulteriormente rafforzate.
Chi ha colpito e perché: responsabilità ancora in verifica
Nelle ore successive all’attacco non sono arrivate rivendicazioni credibili. Le autorità italiane si muovono con prudenza: l’area colpita è inserita in un complesso multinazionale e non è possibile stabilire con certezza — al momento — se l’ordigno fosse diretto specificamente contro il settore italiano o contro l’intero insediamento. Una cautela condivisa anche da altre capitali della Coalizione, consapevoli che, nella fase attuale, attori statali e non statali operano con arsenali ibridi — missili a corto raggio, droni kamikaze, razzi artigianali — sfruttando finestre temporali e geografie urbane complesse. La geografia politico-militare della regione, fra milizie filo-iraniane, unità regolari irachene e assetti della Coalizione, impone verifiche forensi su residui e traiettorie prima di qualsiasi attribuzione.
Le parole da Roma: rassicurazioni, condanna, continuità della missione
In Italia, la rapidità della comunicazione ufficiale ha avuto un obiettivo chiaro: rassicurare sulle condizioni del personale e ribadire che le attività proseguono in sicurezza. Guido Crosetto ha spiegato di essere in contatto con il COVI e con il comandante sul posto, mentre Antonio Tajani ha sottolineato la condanna dell’attacco e la piena fiducia nell’operato dei militari. Dal quartier generale, la catena di comando ha confermato il mantenimento delle misure di protezione, con personale che, per diverse ore dopo l’impatto, è rimasto nei bunker fino al cessato allarme e alla bonifica delle aree interessate.
Perché Erbil è cruciale: addestramento, deterrenza e stabilità regionale
Il capoluogo del Kurdistan iracheno è un nodo fondamentale per la sicurezza dell’Iraq del nord. Il lavoro degli istruttori italiani con i Peshmerga ha contribuito negli anni a consolidare la stabilità in una fascia di territorio che confina con Turchia, Siria e, a est, con l’Iran. In questo mosaico, la presenza di un dispositivo internazionale addestrativo e di supporto — in coordinamento con la NATO Mission Iraq e sotto direzione del COVI per il pilastro nazionale — agisce come fattore di deterrenza e come rete di pronto intervento laddove si manifestino rigurgiti di insorgenza jihadista o minacce asimmetriche più classiche, come il fuoco indiretto e i droni a bassa osservabilità.
“Procedura salvavita”: come i militari italiani hanno gestito l’allarme
La cronologia ricostruita da testate qualificate e da fonti sul campo suggerisce che, appena scattato l’“allarme minaccia aerea” — attorno alle 20:30 locali — il personale abbia adottato la “procedura salvavita” che prevede l’immediato riparo nei bunker, la sospensione delle attività non essenziali e il presidio dei varchi in stato di massima allerta. Questa risposta tempestiva ha ridotto l’esposizione al rischio quando, ore dopo, l’ordigno ha colpito la zona bar-ristorante. Il tempestivo intervento antincendio e la compartimentazione degli spazi hanno evitato che le fiamme si propagassero oltre, limitando i danni a mezzi e strutture nell’area d’impatto.
Danni materiali, nessun ferito: cosa sappiamo finora
Le valutazioni iniziali convergono su un quadro di danni limitati, compatibili con un ordigno di piccola-media potenza o con un drone esplosivo. In particolare, sono stati segnalati l’incendio e il danneggiamento di almeno due veicoli e alcuni elementi della struttura ricreativa (“Il Fortino”), oltre a impatti su infissi e arredi. Non risultano compromesse funzioni critiche della base, né infrastrutture sensibili. È un punto non banale: significa che l’operatività di Camp Singara non è stata messa in discussione e che la presenza di unità antincendio addestrate, insieme a barriere e strutture rinforzate, ha funzionato come previsto. Resta da determinare, attraverso le analisi balistiche e forensi sui frammenti, se l’arma impiegata fosse un drone a guida remota, un razzo o un missile di piccolo calibro.
Una regione sotto pressione: gli attacchi su Erbil nelle ultime settimane
L’episodio di Erbil non avviene nel vuoto. Dall’inizio di marzo 2026, la regione ha registrato un aumento degli allarmi e degli intercetti di missili e droni. Fonti locali e internazionali hanno riferito di numerosi tentativi di attacco neutralizzati dai sistemi di difesa schierati nell’area, mentre i comandi della Coalizione hanno mantenuto elevata la soglia di vigilanza. La pressione su Erbil riflette la più ampia dinamica di ritorsioni e contro-ritorsioni scaturita dall’escalation regionale successiva al 28 febbraio 2026, con implicazioni che hanno toccato anche il Kuwait e lo scacchiere del Golfo. In questo contesto, la presenza italiana ha adattato dispositivi e procedure, pur restando fedele al mandato di addestramento e supporto.
Quanti sono gli italiani e cosa fanno: numeri e compiti
Il contingente italiano nel teatro iracheno varia per rotazioni e compiti, ma negli ultimi anni si è attestato attorno a circa 1.100 unità fra Iraq e Kuwait, con un nucleo significativo a Erbil. I reparti italiani hanno fornito addestramento a oltre 48.000 operatori fra Peshmerga e poliziotti iracheni, con un focus recente su 3.000 agenti nel solo 2023 e cicli dedicati alla polizia militare curda Zeravani. È un investimento continuativo che ha dato risultati in termini di professionalizzazione e interoperabilità con gli standard NATO e della Coalizione.
Le reazioni internazionali e il quadro alleato
La notizia dell’attacco è rimbalzata in poche ore sulle principali agenzie e testate internazionali, con un filo rosso comune: nessun ferito tra gli italiani, danni gestibili, indagini in corso sulla tipologia dell’ordigno e sull’eventuale paternità. Il fatto che la base italiana si trovi “dentro un complesso che include altre basi di altri Paesi” viene sottolineato da più fonti, a rimarcare la natura multinazionale del comprensorio e la conseguente cautela nell’attribuzione immediata della responsabilità. Per i partner di Coalizione, l’episodio è l’ennesimo promemoria della necessità di combinare misure attive e passive di protezione con la continuità delle missioni di addestramento, ritenute strategiche per la stabilità irachena.