economia
Il boomerang del petrolio: come la guerra con l’Iran ha riempito le casse di Mosca in due settimane
Dalle acque silenziose dello Stretto di Hormuz ai tabelloni dei mercati in rosso: perché l’impennata dell’energia sta trasformando la crisi in un dividendo per il Cremlino
Una notte di marzo, nel buio interrotto dalle luci di posizione, un super‑petroliera vira al largo dello Stretto di Hormuz. I radar segnalano nuove minacce, i convogli sono sospesi, i premi assicurativi volano. A migliaia di chilometri, sui terminali delle borse, le quotazioni del Brent s’impennano oltre i 100 dollari al barile, le azioni scivolano, i governi si affannano a liberare scorte strategiche. E in questo frastuono globale, lontano dal fronte mediorientale, la Russia incassa: circa 6 miliardi di euro in appena due settimane, stando a una nuova analisi che illumina il rovescio energetico della guerra iniziata il 28 febbraio 2026.
Cosa dicono i dati: il conto (parziale) di due settimane
Secondo i calcoli del think tank Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), Mosca avrebbe incamerato circa 6 miliardi di euro dalle esportazioni di combustibili fossili nelle due settimane successive all’avvio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. All’interno di questo scatto, il mese di marzo mostra un “extra” di circa 672 milioni di euro rispetto al trend precedente, effetto di un aumento combinato dei prezzi medi giornalieri del 14% rispetto a febbraio. La fetta preponderante dell’incremento – circa 625 milioni di euro – arriva dal commercio di petrolio, ossia il motore fiscale dell’intero sistema energetico russo. Lo ha riportato in esclusiva il quotidiano britannico The Guardian, citando il dataset e le stime del CREA. Questi numeri non sono un dato contabile ufficiale, ma un’estrapolazione metodica su prezzi, volumi, rotte e sanzioni: uno strumento imperfetto, ma oggi indispensabile per capire dove scorre il denaro nell’energia. (Fonti: The Guardian; CREA)
Perché la guerra spinge in alto le entrate russe
Lo scatto non è casuale. Dalla notte tra il 28 e il 29 febbraio 2026, con i primi raid congiunti di USA e Israele su obiettivi iraniani, il mercato petrolifero ha “prezzato” il rischio di una strozzatura duratura sul principale collo di bottiglia del pianeta: lo Stretto di Hormuz, valvola di transito per circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante di GNL. Nel giro di pochi giorni, il Brent è tornato in tripla cifra, raggiungendo e superando i 100 dollari; gli operatori hanno iniziato a coprirsi dall’eventualità di interruzioni prolungate di produzione e spedizioni nel Golfo; e i premi assicurativi per il passaggio nello stretto sono saliti. L’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) ha risposto coordinando la più grande liberazione di scorte d’emergenza della sua storia: 400 milioni di barili dagli stock dei 32 Paesi membri, un’operazione più che doppia rispetto al 2022 (quando i rilasci seguirono l’invasione russa dell’Ucraina). Nonostante l’intervento, i prezzi sono rimasti tesi: segno che il mercato teme una “disruption” prolungata. (Fonti: AP News; IEA; Euronews)
Per Mosca, tutto questo si traduce in prezzi più alti per l’energia globale, una domanda deviata dalle corsie del Golfo verso rotte alternative e, quindi, in ricavi più robusti su petrolio e derivati. È un paradosso noto delle crisi energetiche: quando l’offerta del Medio Oriente vacilla, gli esportatori extra‑Golfo – se dotati di mole produttiva, flotte assicurabili e clienti disposti – possono incassare di più anche senza aumentare drasticamente i volumi.
Il meccanismo: dal Brent al bilancio russo
Sanzioni e sconti. Dal 2022, con i tetti di prezzo del G7 e le restrizioni europee, la Russia ha venduto il greggio di riferimento Urals con uno sconto significativo rispetto al Brent. Quello sconto ha eroso per mesi il gettito fiscale di Mosca pur a fronte di volumi sostenuti. Il conflitto con l’Iran, tuttavia, ha ridisegnato – almeno temporaneamente – gli equilibri: con il Brent oltre quota 100 dollari, lo sconto dell’Urals si è ridotto in alcuni scali asiatici e, in casi specifici, si sono registrati persino episodi di “premio” locale dovuti a noli e assicurazioni. In parallelo, analisi indipendenti segnalano che il prezzo dell’Urals ha superato soglie chiave per il bilancio russo, centrato su un’ipotesi media di circa 59 dollari al barile: ogni dollaro in più sopra quel livello si trasforma in tasse e diritti di esportazione extra per il Cremlino. (Fonti: The Moscow Times; Hydrocarbon Processing).
Fleet e “shadow fleet”. La catena logistica russa si regge sempre più su una flotta ombra di petroliere non assicurate in Occidente, su triangolazioni societarie e su carichi che cambiano bandiera e proprietà lungo la rotta. A febbraio 2026, il CREA segnala ancora decine di navi che operano sotto bandiere “dubbie” o false, e un volume consistente – circa 6,9 milioni di tonnellate – di greggio russo “a spasso” in mare senza acquirente dichiarato alla fine del mese. Con lo shock su Hormuz, parte di questi barili può trovare più facilmente sbocco, specie se alcuni grandi acquirenti ottengono margini regolatori o waiver temporanei dai partner occidentali. (Fonte: CREA)
Clienti chiave: Cina, India, Turchia e l’UE. Dal 2022, la Cina è diventata l’acquirente principale di greggio russo via mare e via oleodotto, mentre l’India ha “riplasmato” le sue importazioni a favore dell’Urals scontato. A febbraio 2026, però, l’India risultava in calo sui volumi russi, anche per la stretta sanzionatoria su alcuni big dell’oil russo. Ora, con i flussi del Golfo ridotti e un mese di via libera condizionato da Washington a Nuova Delhi per acquistare barili russi, lo spazio per un rimbalzo c’è: ed è qui che l’effetto‑prezzo (più che quello‑volume) sta facendo la differenza, pompando il gettito di Mosca nel brevissimo periodo. (Fonti: AP News; CREA)
Quanto conta il “fattore IEA”: il tappo alle perdite di mercato
L’IEA ha approvato l’11 marzo 2026 il rilascio coordinato di 400 milioni di barili di greggio dalle scorte di emergenza, la più grande operazione mai attuata dall’agenzia dal 1974. L’obiettivo è duplice: segnalare al mercato che esiste un paracadute credibile e, nel concreto, immettere barili sostitutivi mentre la rotta del Golfo resta ad alto rischio. Ma la matematica è spietata: anche assumendo rilasci rapidi e omogenei, le scorte coprono solo una frazione delle possibili mancanze quotidiane qualora lo Stretto di Hormuz rimanesse “strozzato” a lungo. Non sorprende, quindi, che il Brent sia rimasto volatile sopra i 100 dollari nonostante l’annuncio, e che le autorità nazionali – dagli Stati Uniti al Giappone – abbiano affiancato piani propri di rilascio. (Fonti: IEA; AP News; Euronews; Axios)
Europa: tra vulnerabilità e anticorpi
Per l’Unione europea, la fase è di stress ma non di panico. Le importazioni dirette di greggio russo sono crollate rispetto al 2021–2022, ma i Paesi UE restano esposti su GNL e gas via tubo provenienti dalla Russia e, in generale, alle oscillazioni globali del prezzo dell’energia. L’analisi del CREA sottolinea come una quota consistente del GNL russo sia ancora diretta in Europa, e come – nella crisi di Hormuz – i flussi spot verso l’Asia possano innescare rincorse tra acquirenti. I margini di manovra per Bruxelles stanno nel lato della domanda: efficienza, risparmio, accelerazione delle rinnovabili. Nel 2025, la generazione solare aggiuntiva ha già evitato consumi significativi di gas per la produzione elettrica; replicare e aumentare quel passo nel 2026 è il modo più rapido per attutire gli shock. (Fonte: CREA)