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il costo del conflitto

La guerra tra Stati Uniti e Iran brucia quasi un miliardo al giorno, e ancora non c'è il "calcolo" sui rincari del petrolio e l'inflazione destinata a salire

Dal consumo record di munizioni di precisione alla possibile richiesta di 50 miliardi per rimpiazzare le scorte: che cosa sta accadendo in Usa

12 Marzo 2026, 21:29

21:31

La guerra tra Stati Uniti e Iran brucia quasi un miliardo al giorno, e ancora non c'è il "calcolo"  sui rincari del petrolio e l'inflazione destinata a salire

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La spesa militare della guerra in Iran corre a un ritmo prossimo al miliardo di dollari al giorno.

È il conto stimato per la prima, intensissima settimana di conflitto tra Stati Uniti e Iran. Secondo calcoli del Pentagono illustrati a porte chiuse a Capitol Hill - e riportate da Politico - le prime giornate di operazioni hanno già bruciato oltre 11,3 miliardi di dollari. E quel dato fotografa solo una porzione dei costi.

La cifra copre gli impieghi operativi immediati e la sostituzione delle scorte, ma esclude la fase di pre-scontro e le spese di lungo periodo, come la usura dei mezzi, la manutenzione straordinaria e la rotazione del personale.

Basti ricordare che mantenere in mare un singolo Carrier Strike Group costa più di 6,5 milioni di dollari al giorno.

Il vero abisso di bilancio è l’uso massiccio di munizionamento di precisione. Il think tank CSIS ha stimato che le sole prime 100 ore di operazioni siano costate circa 3,7 miliardi di dollari. Ma il dato più impressionante, riferito al Congresso, indica che nei soli primi due giorni l’esercito americano ha consumato 5,6 miliardi in armamenti avanzati.

È il paradosso economico della guerra ad alta intensità: per abbattere droni o missili balistici iraniani da circa 100.000 dollari, gli Stati Uniti ricorrono a intercettori dal prezzo esorbitante. Un singolo colpo del sistema THAAD comporta un esborso di circa 12,8 milioni di dollari. Sebbene l’Aeronautica privilegi, quando possibile, bombe guidate più economiche come le JDAM, l’esigenza di saturare lo scudo difensivo a protezione di basi e alleati rende l’esborso inevitabile.

Di fronte a questa emorragia finanziaria, i corridoi di Washington sono in fermento. Benché alla data odierna, 12 marzo 2026, manchino conferme ufficiali, si fa sempre più concreta l’ipotesi di una imminente richiesta di fondi supplementari per almeno 50 miliardi di dollari. Il pacchetto extra dovrebbe finanziare il cruciale "backfill", ossia il rimpiazzo delle scorte di missili Patriot, THAAD e Tomahawk; una sfida che si scontra non solo con costi elevatissimi, ma anche con i colli di bottiglia della capacità produttiva dell’industria bellica.

Tutt’altro che scontato, però, è il via libera del Congresso. Il clima politico resta teso, segnato dalla recente bocciatura alla Camera di una misura sui War Powers. Come sottolinea un memo del Center for American Progress, l’opinione pubblica è tiepida e forte è il timore di firmare un assegno in bianco per un conflitto non formalmente autorizzato, con il rischio di trascinare il Paese in anni di spesa strutturalmente in aumento.

L’onda d’urto del conflitto, infine, non si limita ai bilanci della Difesa: le tensioni crescenti nello Stretto di Hormuz hanno fatto impennare le quotazioni del greggio, innescando un rapido aumento dei prezzi del carburante negli Stati Uniti. Gli economisti avvertono che un prolungamento delle ostilità potrebbe riaccendere l’inflazione nei dati di marzo e aggravare le proiezioni sul deficit federale, trasferendo i costi della guerra direttamente sulle spalle di famiglie e imprese.