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il caso

L'Italia ordina il ritiro provvisorio da Erbil, 102 militari tornano a Roma, gli altri in Giordania

Attacco al Camp Singara, non ci sono feriti ma intanto il Paese ridisegna pur confermando l'impegno operativo e la formazione ai partner locali

12 Marzo 2026, 21:42

21:50

L'Italia ordina il ritiro provvisorio da Erbil, 102 militari tornano a Roma, gli altri in Giordania

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L’escalation in Medio Oriente impone una revisione tattica dell’assetto militare italiano.

Nella serata di mercoledì 11 marzo 2026, un ordigno – che numerosi report descrivono come un missile – ha raggiunto il Camp Singara, la base italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno.

L’impatto ha provocato danni materiali, soprattutto nell’area della mensa, e innescato un principio d’incendio prontamente spento.

Come ha rassicurato il ministro della Difesa Guido Crosetto, tra i nostri militari non si registrano vittime né feriti: “stanno tutti bene”.

L’episodio, tuttavia, ha suonato come un campanello d’allarme fino a Roma, spingendo l’esecutivo a disporre un “ritiro provvisorio” e una rimodulazione del dispositivo sul terreno.

Giovedì 12 marzo 2026, fonti di governo hanno dettagliato un piano in tre fasi per ridurre l’esposizione del personale.

Centodue militari hanno fatto rientro immediato in Italia; altri 75 sono stati riposizionati in Giordania, considerata un hub sicuro e cruciale per la gestione delle emergenze nel Levante; ulteriori 141 unità sono state collocate in una fase di “organizzazione temporanea”.

Si tratta di una misura transitoria e mirata, tarata sull’attuale livello di minaccia nell’area.

L’attacco si inserisce in un contesto geopolitico già incendiato dai recenti scambi di colpi tra Iran, Israele e i rispettivi alleati.

Negli ultimi giorni, l’escalation ha interessato infrastrutture, aeroporti e obiettivi sensibili nel nord dell’Iraq, inducendo l’Italia a innalzare le soglie di vigilanza a protezione delle proprie basi e delle sedi diplomatiche.

La gravità del dossier ha prodotto anche una reazione politica inedita per toni e rapidità, improntata alla massima coesione istituzionale di fronte a una minaccia esterna.

Poco prima della comunicazione pubblica sulle nuove misure operative, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha contattato la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein.

Quest’ultima ha confermato il colloquio e l’impegno a seguire costantemente l’evoluzione della crisi irachena.

Un canale diretto che segnala la volontà di condividere responsabilità tra maggioranza e opposizione sui capitoli chiave di sicurezza nazionale e politica estera.

Malgrado il ridimensionamento immediato, governo e analisti sottolineano che il “ritiro provvisorio” non equivale a una fuga né a un disimpegno dall’Iraq.

Storicamente, la presenza italiana tra territorio iracheno e kuwaitiano si aggira intorno alle 1.100 unità, ripartite tra componenti aeree e terrestri, e l’intenzione dichiarata è mantenere la continuità operativa.

Il presidio italiano resta ancorato a due pilastri: l’operazione internazionale “Inherent Resolve” contro le milizie del Daesh, con contributi in ambito di intelligence e sorveglianza, e la missione “Prima Parthica”, dedicata all’addestramento e al rafforzamento delle forze curde locali, in particolare Peshmerga e Zeravani.

La rilevanza di questo lavoro di sviluppo delle capacità è confermata dai numeri: nel solo 2025 sono stati formati oltre 1.200 operatori, a testimonianza del ruolo dell’Italia come partner affidabile per il Kurdistan.