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Beirut, il giorno in cui il cielo si è fatto vicino: Israele colpisce quartieri finora risparmiati
Raid mirati nel cuore urbano, un bilancio che sfiora i 700 morti in meno di due settimane e oltre 800.000 sfollati: come e perché il conflitto ha travolto il Libano
La fila di motorini fermi al semaforo di Jnah lascia una scia di benzina sull’asfalto bagnato. Un’auto nera svolta verso il mare. Poi, un taglio nel silenzio: il fischio, l’impatto, la fiammata. È l’alba di venerdì 13 marzo 2026, e un colpo preciso trasforma un incrocio qualunque della capitale in scena di guerra. A pochi chilometri, sul lato opposto di Beirut, un appartamento del quartiere Nabaa, nel distretto densissimo di Bourj Hammoud, prende fuoco. Un’ora più tardi, un drone sorvola la stessa zona e colpisce ancora. Nel sud del Paese, tra Sidone, Ain Ebel e Barish, si contano vittime e feriti; nella valle della Bekaa, a Bar Elias, un missile centra la casa di un esponente dell’al‑Jamaa al‑Islamiya. La guerra si muove come una ragnatela: i fili non si vedono, ma quando vibrano la città intera trema.
Secondo quanto riportato da Al Jazeera, in meno di due settimane gli attacchi israeliani nel Libano hanno ucciso almeno 687 persone, tra cui 98 bambini; solo oggi, tra Beirut e il Sud, i raid hanno provocato almeno 16 morti. La stessa fonte segnala che oltre 800.000 persone sono state costrette alla fuga. Gli attacchi hanno colpito Jnah, Nabaa e Bourj Hammoud - aree della capitale finora ritenute relativamente al riparo - oltre a diverse località del Sud e della Bekaa. L’agenzia nazionale libanese NNA, ripresa dall’Associated Press, indica che a Bar Elias è stato gravemente ferito l’esponente locale Youssef Dahouk dell’al‑Jamaa al‑Islamiya, mentre i suoi due figli sono rimasti uccisi. L’esercito israeliano ha inoltre rivendicato la distruzione del ponte di Zrarieh sul Litani, snodo cruciale tra costa e interno.
Questi dettagli compongono la mappa di una giornata che, al di là delle cifre, svela due elementi chiave: l’allargamento del raggio dei bombardamenti su Beirut a quartieri civili non toccati né in questo ciclo di ostilità né durante la guerra del 2024, e la simultaneità di colpi profondi nel tessuto sociale del Libano—famiglie, infrastrutture, reti di assistenza—dal Sud alla Bekaa.
Per i beirutini, Jnah non è un avamposto militare: è una cerniera tra la costa, l’aeroporto e i quartieri occidentali della città. Nabaa—incastonato nella periferia nord—è un mosaico di laboratori, piccoli negozi, famiglie armene e libanesi, studenti e lavoratori migranti. Colpire qui sposta il baricentro della paura: la guerra non resta confinata nella cintura sud della capitale, la cosiddetta Dahiyeh, storicamente associata all’influenza di Hezbollah, ma entra nei luoghi “misti” e popolari, più lontani dalla retorica dei fronti e più vicini alla vita quotidiana. Gli stessi lanci odierni hanno colpito anche Bourj Hammoud, altra area densamente abitata, a dimostrazione di una scelta operativa che mira a moltiplicare la pressione.
Non è soltanto una questione di coordinate. È uno slittamento di significati: se la popolazione civile percepisce che nessun quartiere è “fuori dal tiro”, l’ondata di sfollamenti interni cresce in modo esponenziale. In dieci giorni, riferiscono le agenzie delle Nazioni Unite, i numeri sono esplosi: “quasi 700.000” persone in fuga già il 9 marzo, un dato poi lievitato fino a “quasi 800.000” entro l’11 marzo, e superato secondo stime diffuse da ONG internazionali. La traiettoria è netta: lo spostamento diventa diagonale—dal Sud verso il centro-nord, dai sobborghi della capitale verso zone montane ritenute più sicure, spesso senza alloggi disponibili, con prezzi schizzati alle stelle e servizi di base in sofferenza.
Questi attacchi non vanno letti in isolamento. Dall’inizio di marzo 2026, il teatro libanese è entrato a pieno titolo nella scia del conflitto regionale scatenato dalla guerra USA‑Israele contro l’Iran e dalle rappresaglie con lanci di missili e droni su più fronti. In parallelo, Hezbollah ha intensificato i propri colpi di controbatteria e di saturazione sul nord di Israele; diversi Paesi e organismi dell’ONU hanno ammonito che l’evacuazione forzata di aree densamente popolate—come l’ordine che ha riguardato tutte le zone a sud del Litani e, più di recente, i sobborghi meridionali di Beirut—rischia di spingere una popolazione già provata verso un disastro umanitario.
Proprio oggi dodici esperti indipendenti dell’ONU sui diritti umani hanno definito le azioni militari in Libano e Iran “una flagrante violazione del diritto internazionale”, mentre Qatar ha condannato duramente gli attacchi sul Sud del Libano. Al di là del lessico diplomatico, la sostanza è che il confine tra “guerra limitata” e conflitto aperto resta mobile, e i colpi nel cuore di Beirut lo dimostrano.