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la guerra

Lo Stretto di Hormuz resta troppo pericoloso: perché Trump sta inviando altri 2.500 marines

Il tratto di mare quasi deserto: le forze d'élite per creare un cuscinetto di sicurezza, sminare rotte critiche e frenare l'escalation che ha fatto impennare i costi del petrolio

13 Marzo 2026, 22:33

22:40

Lo Stretto di Hormuz resta troppo pericoloso: perché Trump sta inviando altri 2.500 marines

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Le corsie dello Stretto di Hormuz si sono quasi svuotate, con il traffico di petroliere azzerato in alcune fasce orarie, sancendo uno “stallo operativo” senza precedenti.

In risposta, Washington ha ridispiegato circa 2.500 Marines dal teatro indo-pacifico al Medio Oriente, una mossa destinata a ridisegnare gli equilibri militari e commerciali della regione. Il nuovo dispositivo, configurato come una Marine Expeditionary Unit (MEU) e verosimilmente imbarcato su grandi unità d’assalto anfibio come la USS Tripoli, mette in campo capacità versatili di sbarco, elicotteri e caccia F-35B a decollo corto.

Queste forze andranno ad affiancare i 40.000-50.000 militari statunitensi già presenti in diverse basi e avamposti nell’area di competenza del CENTCOM.

La situazione è precipitata a fine febbraio 2026, in seguito a una sequenza di attacchi con droni e missili attribuiti ai Guardiani della Rivoluzione iraniani (IRGC). L’impatto economico è stato immediato e severo: le deviazioni su rotte alternative sono balzate tra il 300% e il 360%, colpendo le catene di approvvigionamento in un collo di bottiglia da cui transita tra un quinto e un terzo del greggio mondiale.

Teheran sta conducendo una guerra asimmetrica, capitalizzando sul rischio percepito dagli armatori e su premi assicurativi schizzati alle stelle. In questo quadro, l’arrivo della MEU funge da strumento essenziale di deterrenza e de-escalation. I Marines agiranno da “cuscinetto” tattico: potranno proteggere i perimetri portuali, creare bolle di sicurezza temporanee per i convogli e supportare le delicate operazioni di sminamento.

La minaccia in mare è concreta: la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno distrutto 16 unità posa-mine iraniane in una campagna di contro-interdizione. L’ipotesi di scortare direttamente le petroliere commerciali, valutata dalla Casa Bianca, comporta tuttavia rischi elevati di escalation e impone regole d’ingaggio rigorose per evitare imboscate.

Al contempo, i comandi navali devono fronteggiare insidiose interferenze elettroniche, come l’oscuramento dei segnali GPS e dell’AIS. I governi della regione stanno provando a dirottare l’export su oleodotti verso il Mar Rosso o su porti “fuori dallo Stretto”, come Fujairah, ma la capacità logistica di queste alternative resta limitata rispetto ai volumi che attraversano Hormuz.

Al momento, le coalizioni internazionali gestiscono il traffico marittimo “a onde”, aprendo e chiudendo corridoi tattici in funzione dell’evoluzione della minaccia. La sfida cruciale, nelle prossime settimane, sarà capire se la nuova forza anfibia statunitense riuscirà a riaprire stabilmente le rotte prima che si materializzi un tracollo logistico e civile su scala globale.