l'analisi
Una guerra "vinta" ma non ancora vinta, posizioni ondivaghe e gli allarmi dei generali ignorati: tutti i dubbi sull'attacco di Trump all'Iran
Nonostante i toni trionfalistici, l'Iran non solo non si è arreso ma ha chiuso lo Stretto di Hormuz mettendo in crisi il mercato energetico mondiale. E negli Stati Uniti si discute su come il processo decisionale giudicato errato abbiano reso l’attuale campagna militare rischiosa
Con toni trionfalistici sulla vittoria e posizioni altalenanti persino sulla durata del conflitto, Donald Trump alimenta interrogativi sulla chiarezza degli obiettivi statunitensi nella guerra contro l’Iran.
L’assenza di una strategia definita — tra l’ipotesi di un cambio di regime e il cosiddetto «modello Venezuela» — ha accresciuto le incertezze sia sul dispiegamento delle forze americane nell’area sia su una credibile strategia di uscita.
L’appello alla comunità internazionale per evitare la «restrizione artificiale» dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale del traffico petrolifero nel mirino dei pasdaran, si inserisce in un dossier ampiamente esaminato.
Il Wall Street Journal ha riferito che, prima dell’ingresso in guerra degli Stati Uniti, il generale Dan Caine, capo di Stato maggiore congiunto, avvertì il tycoon che un attacco americano avrebbe potuto spingere Teheran a chiudere lo Stretto, sulla scorta delle crisi precedenti coinvolgenti il regime degli ayatollah.
In vari briefing, Caine precisò che da tempo i funzionari statunitensi ritenevano probabile l’impiego da parte iraniana di mine, droni e missili per bloccare la rotta marittima più strategica al mondo, attraverso la quale transita il 20% del petrolio globale, oltre a fertilizzanti ed elio, indispensabile per i microchip.
Per decenni le amministrazioni Usa hanno condotto simulazioni di guerra relative a un’eventuale invasione dell’Iran. Con Trump alla Casa Bianca, però, osservatori rilevano come la ristretta cerchia di consiglieri, il collasso del processo inter-agenzia e un processo decisionale giudicato erratico abbiano reso l’attuale campagna militare diversa da qualsiasi precedente recente.
Emblematico, ad esempio, il caso delle decine di migliaia di cittadini americani rimasti bloccati nella regione dopo il 28 febbraio, giorno d’inizio degli attacchi, con il Dipartimento di Stato costretto a istituire in fretta una task force per l’evacuazione.
Dopo l’uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei, e di molti potenziali successori graditi a Washington, il presidente ha rivolto agli iraniani un messaggio apparso velleitario: «Quando avremo finito, prendete in mano il vostro governo», senza chiarire in che modo ciò potrebbe concretizzarsi.
Nei primi sei giorni di guerra, inoltre, il costo per gli Stati Uniti è stato di 11,3 miliardi di dollari, secondo le stime comunicate dal Pentagono al Congresso.
La campagna per decapitare la leadership iraniana ha colpito nel segno, con l’eliminazione di Khamenei e di decine dei suoi più stretti consiglieri, evocando lo schema della «guerra dei 12 giorni», ovvero i raid chirurgici americani del 2025 contro il programma nucleare di Teheran.
Nonostante i colpi subiti nelle ultime due settimane, però, l’Iran continua a combattere, ripiegando su una strategia di logoramento. Mentre Trump torna a chiedere la «resa incondizionata» e il segretario alla Difesa Pete Hegseth celebra la distruzione delle capacità militari iraniane, resta irrisolta la domanda su che cosa Washington intenda esattamente per «vittoria». E, sottolineano gli analisti, su come gli Stati Uniti pensino di scongiurare la chiusura dello Stretto di Hormuz, principale strumento di pressione nelle mani dei pasdaran.