15 marzo 2026 - Aggiornato alle 20:57
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Medio oriente

“Non sono pronto a un accordo”: Trump alza l’asticella sul conflitto con l’Iran mentre i Pasdaran minacciano Netanyahu e l’Unifil finisce nel mirino

Il nuovo leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei resta nell’ombra, Teheran assicura che è “vivo e sta bene”

15 Marzo 2026, 19:46

19:50

Ferito il nuovo capo dell'Iran  Mojtaba Khamenei? Il Pentagono: «Non possiamo commentare»

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A Tel Aviv, le sirene hanno squarciato il cielo: un’altra salva di missili dall’Iran. Poche ore dopo, a migliaia di chilometri, una voce al telefono detta la linea: Donald Trump dice di “non essere ancora pronto per un accordo” che ponga fine alla guerra con Teheran, perché “i termini non sono abbastanza buoni”. E mentre la diplomazia fatica a ritrovare un varco, nel Libano meridionale l’Unifil denuncia di essere stata presa di mira “in tre diverse occasioni”, “probabilmente da gruppi armati non statali”: nessun ferito, ma un segnale inequivocabile di escalation lungo la Blue Line, il fragile cuscinetto tra Israele e Hezbollah.

L’intervista che sposta l’asticella: Trump non chiude la porta, ma alza il prezzo

In una lunga conversazione telefonica con Nbc, Trump ha scandito una posizione che suona come un rilancio: niente intesa per ora, nonostante i tentativi di mediazione e il messaggio che Teheran “vuole un accordo”. “I termini non sono ancora abbastanza solidi”, ha rimarcato il presidente americano, lasciando intendere che qualsiasi cessazione delle ostilità dovrà poggiare su condizioni stringenti e verificabili. La linea è coerente con quanto già scritto o detto nei giorni scorsi: nessun accordo senza ciò che il tycoon ha definito “resa incondizionata” dell’Iran, un’espressione che sposta la barra delle aspettative molto oltre un semplice cessate il fuoco o un ritorno alle negoziazioni nucleari.

Nel colloquio con Nbc, Trump ha anche alimentato un altro fronte di incertezza: “Non so nemmeno se Mojtaba Khamenei sia vivo. Finora nessuno è riuscito a mostrarlo”, ha detto, evocando l’ombra che avvolge la nuova Guida Suprema dell’Iran, designata dopo l’uccisione di Ali Khamenei all’inizio della guerra. La provocazione è rimbalzata immediatamente a Teheran, dove il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha tagliato corto: “La Guida Suprema Mojtaba Khamenei gode di buona salute e governa pienamente il Paese”. Una smentita netta, utile a sigillare — per ora — le voci sullo stato del leader. A Washington, intanto, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto che Khamenei sarebbe “ferito e probabilmente sfigurato”, alimentando la percezione di un vertice iraniano operativo ma colpito.

Il rebus Mojtaba Khamenei: tra prudenza occidentale e messaggi di forza da Teheran

Il paradosso è tutto qui: mentre Trump insinua il dubbio sulla presenza in vita della nuova Guida, Teheran lavora a dimostrare continuità e controllo. Fonti e analisi internazionali descrivono Mojtaba Khamenei56 anni — come un leader cresciuto all’ombra del padre, con legami stretti con i Pasdaran e con l’apparato di sicurezza, in un frangente in cui la Repubblica islamica vuole proiettare l’immagine di uno Stato che resta verticale nonostante il trauma. A sottolineare la cornice, testate di primo piano hanno raccontato l’elezione di Mojtaba da parte dell’Assemblea degli Esperti nella notte tra l’8 e il 9 marzo 2026, in un contesto bellico che ha accelerato scelte e forzato procedure, con il sostegno esplicito della IRGC. La narrativa è chiara: la catena di comando esiste, e resiste.

Nell’ottica occidentale, però, questa stessa saldatura con i Pasdaran solleva un problema politico immediato: se il nuovo leader incarna la continuità del sistema più duro, la finestra di un compromesso “rapido” con Washington rischia di richiudersi. Lo si è visto nel lessico dell’Amministrazione Trump negli ultimi 7-10 giorni: da un lato il presidente ha più volte annunciato che la guerra potrebbe finire “presto”, dall’altro ha rilanciato obiettivi massimali e promesso che l’Iran “non avrà più nulla da colpire”. Una altalena tra retorica di vittoria e condizioni-capestro che, di fatto, congela il canale politico.

Pasdaran, la minaccia personale a Netanyahu: “Lo braccheremo e lo uccideremo”

Se sul dossier negoziale prevale l’ambiguità, sul terreno la comunicazione è di acciaio. In una nota circolata a Teheran e rilanciata dalle agenzie vicine al regime, i Pasdaran hanno indirizzato un messaggio senza precedenti al premier israeliano Benjamin Netanyahu: “Se è ancora vivo, continueremo a dargli la caccia e a ucciderlo con tutte le nostre forze”. Parole che alzano di colpo il livello, oltre la minaccia strategica, sino alla caccia al leader politico-militare dello Stato ebraico. Il testo — diffuso all’alba del 15 marzo 2026 — parla di una “prima fase” della vendetta iraniana che avrebbe colpito “3 basi americane nella regione” e “posizioni nei territori occupati”, rivendicando missili pesanti su obiettivi industriali nell’area di Tel Aviv. Israele, dal canto suo, continua a segnalare lanci dall’Iran e ad attivare le difese, con sirene udite a Tel Aviv e nel centro del Paese nelle ultime ore.

Unifil nel mirino lungo la Blue Line: tre episodi di fuoco, nessun ferito. Ma l’allarme sale

Mentre le cancellerie pesano le parole, lungo il confine israelo-libanese la cronaca detta l’agenda. Unifil ha reso noto che nella giornata del 15 marzo 2026 “i caschi blu sono stati bersagliati da colpi d’arma da fuoco probabilmente da gruppi armati non statali, in tre diverse occasioni, durante pattugliamenti intorno alle basi nel Sud del Libano”. Le pattuglie hanno risposto “per autodifesa” e, dopo brevi scambi, hanno ripreso le attività: nessun peacekeeper è rimasto ferito. È l’ennesimo episodio di una pressione crescente sulla missione Onu, che negli ultimi mesi aveva già denunciato incidenti, colpi d’arma da fuoco nelle vicinanze delle pattuglie e — in almeno un caso — ferimenti di militari all’interno di una base, a testimonianza di un margine di sicurezza che si assottiglia.