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gli scenari

Cosa prevede il piano di Washington (e quanto potrebbe costare) per riaprire lo Stretto di Hormuz

Tra mine, droni e benzina alle stelle: cosa serve per riattivare la rotta energetica più delicata del pianeta

16 Marzo 2026, 08:14

08:21

Cosa prevede il piano di Washington (e quanto potrebbe costare) per riaprire lo Stretto di Hormuz

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Il grafico dei noli è una diagonale verso l’alto, il prezzo del Brent ha superato quota 100 dollari e dalle coste iraniane possono arrivare — in pochi minuti — droni e missili antinave a bassa quota. È in questo scenario che la Casa Bianca ha rimesso sul tavolo un’idea che sembrava consegnata ai manuali di storia navale: scortare le petroliere con navi da guerra sotto una bandiera di coalizione.

Cosa ha annunciato Washington

Negli ultimi dieci giorni, il presidente Donald Trump e i suoi più stretti collaboratori hanno scandito pubblicamente il perimetro di un possibile intervento. Il 3 marzo 2026, il presidente ha dichiarato che la U.S. Navy “inizierà a scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, appena possibile, se necessario.” Pochi giorni dopo, il 13 marzo, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha spiegato che le scorte potrebbero cominciare “presto”, “forse con una coalizione internazionale”, non appena sia ristabilito il controllo dei cieli e “degradata” la capacità iraniana di lanciare missili. Nelle stesse ore, la Casa Bianca confermava che Marina e Dipartimento dell’Energia stanno “disegnando opzioni” per riaprire i transiti. L’Associated Press ha inoltre riferito che il presidente ha chiesto a “circa sette Paesi” di partecipare con unità navali, finora senza impegni formali.

Perché è cruciale lo Stretto di Hormuz

Lo Stretto è la “valvola” del Golfo Persico: ogni giorno, in media, vi transitano intorno a 20 milioni di barili di greggio e prodotti petroliferi, equivalenti a circa un quinto dei consumi mondiali e a oltre un quarto del commercio marittimo globale di petrolio. La quota destinata all’Asia è preponderante — in particolare Cina, India, Corea del Sud e Giappone — ma qualsiasi interruzione prolungata colpisce l’intera economia mondiale. A oggi, le vie di bypass via oleodotti in Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti compensano solo una frazione dei volumi che normalmente attraversano Hormuz.

Il “piano scorte”: cosa c’è sul tavolo

Secondo ricostruzioni di stampa e conferme dell’amministrazione, le opzioni in valutazione includono tre pilastri operativi: più potenza aerea per neutralizzare in tempo reale droni, missili e batterie costiere iraniane che minaccino i convogli; scorte navali vere e proprie, con cacciatorpediniere e fregate che affianchino le petroliere lungo le due corsie di traffico dello Stretto; in un’ipotesi ad alta intensità, perfino l’impiego di truppe di terra per “controllare” segmenti della fascia costiera da cui potrebbero partire gli attacchi più pericolosi.

Il ritorno dei convogli evoca gli anni 1987-1988 dell’operazione americana “Earnest Will”, quando i mercantili vennero accompagnati sotto bandiera statunitense da più navi di scorta e con copertura aerea ad hoc: l’esperienza storica suggerisce la necessità di formazioni robuste, con 3-4 unità militari per ciascun gruppo di navi civili, elicotteri dedicati e capacità di contro-misure mine. Ma rispetto agli anni ’80, la minaccia è più complessa: allora dominavano le mine; oggi, il pacchetto iraniano combina mine, barchini veloci, missili da crociera e droni a lungo raggio.

Quante navi servirebbero (e per quanto tempo) Le stime variano, ma convergono su un punto: l’impegno sarebbe significativo. Analisti citati dalla stampa statunitense calcolano che, per scortare convogli di 5-10 petroliere, occorrerebbe “una dozzina” di navi militari, con difesa aerea e guerra elettronica all’altezza di attacchi saturanti. A queste si aggiungerebbero assetti senza pilota: almeno una dozzina di droni MQ-9 Reaper in pattugliamento continuo, con sensori e capacità di ingaggio contro lanciatori che si affacciano sulla costa. Un dispositivo del genere richiederebbe “migliaia di militari e marinai”, con un impegno finanziario “consistente” protratto per mesi. Nel frattempo, il traffico effettivo potrebbe restare ridotto a una quota minima — anche al 10% del normale, secondo Lloyd’s List Intelligence — per via dei vincoli di sicurezza, delle attese di raggruppamento e della velocità ridotta in transito.

Il nodo mine: la minaccia meno spettacolare e più subdola

La minaccia miniera nello Stretto di Hormuz non ha bisogno di grandi numeri per diventare efficace. Le dinamiche della corrente e la ristrettezza del canale fanno sì che pochi ordigni ben posizionati — o peggio, mine alla deriva — bastino a paralizzare i passaggi. Analisi indipendenti sottolineano che la capacità statunitense di contromisure mine non è al massimo storico; in Europa, la Royal Navy ha ridotto il numero di cacciamine dedicati, mentre alcuni Paesi del Golfo dispongono di assetti moderni ma numericamente limitati. E mentre si cercano mine e si bonifica, i tempi si allungano: i noli restano alti, le assicurazioni impennano, le scorte si assottigliano.

Cosa insegna l’ultimo precedente di coalizione nel Golfo

Nel 2019, dopo una serie di attacchi a petroliere e il sequestro della Stena Impero, è nata in Bahrein la International Maritime Security Construct (IMSC) con la task force Sentinel: Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Bahrain, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti — poi altri Paesi — hanno coordinato pattugliamenti e assistenza al traffico, fino a scorte occasionali. Quell’esperienza, pur meno intensa del piano oggi discusso, offre due lezioni utili: la cooperazione con l’industria marittima (allerta, scambio dati, corridoi consigliati) e l’importanza di avere quartier generali integrati con liaison officer di più Paesi, capaci di dialogare con UKMTO e centrali di monitoraggio commerciale. In altre parole: la sicurezza navale funziona se diventa un “ecosistema” fra governi, marine militari e armatori.

Droni e cieli contesi: perché servono gli MQ‑9 (ma non bastano)

Gli MQ‑9 Reaper, già impiegati in sorveglianza marittima nel Golfo di Oman e nello Stretto di Hormuz, offrono un mix prezioso di endurance, sensori e — se autorizzati — capacità di ingaggio di precisione contro minacce in preparazione. Nei momenti di massima tensione del 2019, un MQ‑9 monitorò i danni alla “Kokuka Courageous”; nello stesso anno un RQ‑4 Global Hawk statunitense fu abbattuto da un SAM iraniano sopra il settore marittimo, a riprova del rischio aereo. Impiegare “almeno una dozzina” di MQ‑9 per coprire a tappeto i convogli, come suggeriscono alcuni analisti, significa organizzare orari di volo 24/7, basi forward sicure e corridoi aerei deconflittati con le forze alleate: fattibile, ma non senza sforzo logistico e costi.

Tempi e vincoli: perché non è un interruttore

Anche nella migliore delle ipotesi — una coalizione ampia, la rapida soppressione delle piattaforme di lancio iraniane lungo costa e un profilo di rischio accettabile per gli assicuratori — serviranno settimane per mettere in mare e rendere “a regime” un dispositivo di scorta credibile. Valutazioni indipendenti parlano di una finestra che può spingersi “fino a fine marzo o inizio aprile” per un sistema pienamente funzionante, e non è detto che, una volta avviato, il traffico torni subito ai volumi pre-crisi: prudenza commerciale e “shadow fleet” continueranno a condizionare i transiti. Intanto, i prezzi dell’energia rimangono volatili e la domanda asiatica resta in cerca di alternative.

E se non bastasse? L’ipotesi “boots on the beach”
Nella cassetta degli attrezzi più dura, quella che nessun policymaker ama aprire, c’è l’idea di usare forze anfibie e truppe di terra per sottrarre alla minaccia le zone costiere da cui vengono lanciati missili, droni o da cui partono barchini veloci. È un’opzione che alcuni organi di stampa hanno riportato come “sul tavolo”, e che l’Adnkronos descrive dettagliando una sequenza plausibile: attacchi aerei intensivi lungo costa, seguiti da raid dei Marines, con possibili ripetizioni a ondate. Tuttavia, la stessa analisi avverte: senza una presenza prolungata, la controparte può giocare a “gatto e topo”, disperdendo i lanciatori e riapparendo dopo ogni sgombero. E una presenza prolungata, in quel contesto, significa invasione: migliaia di soldati esposti alle forze iraniane e al fuoco indiretto di milizie; una prospettiva che moltiplica rischi, orizzonte temporale e costi politici. Gli esperti di mine warfare e A2/AD ricordano inoltre che, nella geografia di Hormuz, anche il controllo temporaneo di tratti di litorale non elimina il rischio residuo di mine e attacchi stand-off.

La variabile europea e gli alleati del Golfo
Nel 2019, accanto all’IMSC a guida statunitense, diversi Paesi europei avviarono la missione EMASoH di “consapevolezza marittima” nello Stretto. Oggi, con una minaccia più complessa, si valuta un ruolo europeo che metta insieme copertura aerea, navi scorta, cacciamine e capacità di guerra elettronica, in raccordo con le marine del Golfo. L’architettura ideale è un comando condiviso, regole d’ingaggio armonizzate e un’interfaccia continua con il mondo degli armatori e degli assicuratori. La disponibilità concreta — numero di unità, tempi di schieramento, ROE — resta però la vera incognita politica, come sanno bene a Londra e Parigi, dopo anni di riduzione di flotte specialistiche per la lotta alle mine.

Il conto economico e strategico
Ogni convoglio scortato richiede non solo navi “visibili”, ma anche una catena di supporto: petroliere militari per il rifornimento in mare, squadre SAR, officine galleggianti, sistemi C2 resilienti, pattugliamenti ISR ad alta frequenza. Studi e report di settore avvertono che sostenere a lungo una missione di questo tipo comporta costi opportunità: sottrarre cacciatorpediniere AEGIS o aerei da pattugliamento a teatri come l’Indo‑Pacifico o l’Europa significa accettare vulnerabilità altrove. In parallelo, la pressione su premi assicurativi, noli e coperture di rischio fa salire il prezzo finale di ogni barile che riesce a passare, con impatti misurabili sulla crescita globale.