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Guerra

Trump sullo Stretto di Hormuz non si dà per vinto e punta a una sorta di "board" di alleati. Meloni: «Un passo avanti sarebbe coinvolgimento»

Il presidente degli Stati Uniti in difficoltà per il mancato appoggio di alcuni Stati, pensa ad un "modello Gaza"

16 Marzo 2026, 21:33

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Trump sullo Stretto di Hormuz non si dà per vinto e punta a una sorta di "board" di alleati. Meloni: «Un passo avanti sarebbe coinvolgimento»

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«Non abbiamo bisogno di nessuno». E' un Donald Trump frustrato e sempre più solo quello che si presenta a sorpresa davanti alle telecamere per una conferenza stampa improvvisata prima di una riunione del Trump Kennedy Center. Le opzioni a sua disposizione per mettere in sicurezza Hormuz e garantire il flusso di petrolio sono rischiose e costose, così come quelle su come procedere con l’operazione contro l’Iran. E l’appoggio degli alleati per mettere in piedi una coalizione di navi che proteggano lo Stretto e il suo transito di container, cruciale per il commercio mondiale, non è arrivato. Ma The Donald non sembra intenzionato a darsi per vinto ed è pronto a giocare la carta di un cartello di amici - "almeno 7 Paesi sono pronti”, ha detto - per centrare l'obiettivo. Una sorta di "Board", come quello messo in piedi per Gaza, con l’appoggio solo di una manciata di Stati, senza la partecipazione degli alleati storici.

Trump prova a rilanciare in conferenza stampa l’ottimismo per l'adesione di Paesi come la Francia. Ma sa che non sarà così. Stasera, a Rete 4, anche la premier italiana Giorgia Meloni tira il freno a mano. «Quello che noi possiamo fare adesso è rafforzare la missione Aspides, quindi parliamo del Mar Rosso. Sullo Stretto di Hormuz, chiaramente è più impegnativo, perché vorrebbe dire fare un passo avanti verso il coinvolgimento. Da una parte per noi è fondamentale la libertà di navigazione, che è oggetto anche oggi di uno statement che è stato fatto con i nostri partner. Intervenire significa oggettivamente fare un passo in avanti nel coinvolgimento». La premier non cita mai Donald Trump, con cui - stando alle comunicazioni ufficiali - non ci sono stati contatti dall’inizio della nuova guerra nel Golfo. Ma spiega che sono «le nostre basi nel Golfo il mio primo problema».

Trump in ogni caso deve dare risposte, perché la guerra all’Iran è già entrata nella sua terza settimana e i rischi di una crisi interna che gli si rivolti contro, anche e soprattutto in vista di Midterm, crescono di giorno in giorno. Mentre anche il suo mondo Maga inizia a premere per un exit strategy dall’operazione contro gli ayatollah, l’ultimo allarme in ordine di tempo è arrivato dai big del petrolio. Le compagnie americane hanno recapitato un messaggio cupo ai funzionari della sua amministrazione: è probabile che la crisi energetica legata alla guerra in Iran sia destinata a peggiorare, hanno sottolineato gli ad di Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips, secondo quanto ricostruito dal Wsj. Ma il ministro al Tesoro Scott Bessent ha cercato di rassicurare. E in un messaggio rivolto prevalentemente ai mercati ha spiegato che gli Stati Uniti stanno consentendo alle petroliere iraniane di transitare nello Stretto, lasciando intendere che il flusso non è interrotto. Parole che hanno sortito l’effetto desiderato: le quotazioni dell'oro nero sono scese consentendo alle Borse di tirare un sospiro di sollievo e avanzare decise nella speranza di una schiarita in tempi stretti che spazzi via il timore di una stagflazione.

«E' da anni che dico che se mai dovessimo aver bisogno di loro, non ci saranno», ha spiegato Trump dando voce alla sua frustrazione e a una velata rabbia per quel no arrivato dagli alleati. Ma non ha voluto dare segnali di debolezza e, anzi, ha cercato di mostrare i muscoli e ostentare sicurezza. «Numerosi paesi sono in arrivo per aiutare» ha detto spiegando di averlo chiesto «a sette» e anticipando che «li annuncerà il segretario di Stato Marco Rubio» in settimana.

Per Trump la sicurezza di Hormuz è cruciale e una delle opzioni a disposizione del presidente è far sì che le navi americane accompagnino le petroliere (ne servirebbe due per ogni nave di petrolio). Un'altra molto costosa è il pattugliamento dei cieli dello Stretto da parte di decine di droni Reaper MQ-9. L'alternativa più costosa e rischiosa sarebbe quella di prendere il controllo dello Stretto, ma l'operazione richiederebbe migliaia di soldati e l'impegno a mantenerli nell'area per mesi.

Mentre valuta come procedere su Hormuz, il presidente continua a considerare lo scenario complessivo e le alternative per gli Stati Uniti. Ovvero se continuare a combattere mettendo a rischio la vita dei soldati americani e l'economia a stelle e strisce per la quale aveva previsto l'età dell'oro. Oppure ritirarsi cantando vittoria ma senza essere riuscito a privare definitivamente Teheran del suo programma nucleare. Un bivio e due opzioni che comportano rischi altissimi nell'anno elettorale, con Trump che, sempre più solo sul palcoscenico internazionale, potrebbe ritrovarsi abbandonato anche da parte del partito e, in particolare, dalla sua base Maga.