Il profilo
Iran e rivoluzione: chi era Gholamreza Soleimani, il capo ucciso da Israele. La storia e il ruolo nei Basij
Il generale che ha trasformato una milizia in un’architettura del controllo: ascesa, metodi e ombre di un comandante centrale per il potere iraniano
Il convoglio viaggia di notte su una tangenziale di provincia. Pochi minuti, poi il boato. Nelle ore successive, da Tel Aviv arriva la rivendicazione: l’aeronautica israeliana ha eliminato il capo dei Basij, il generale Gholamreza Soleimani. È il 17 marzo 2026, e con l’annuncio dell’Idf si chiude – forse – la parabola pubblica dell’uomo che per circa sei anni ha guidato l’organizzazione paramilitare più capillare dell’Iran, protagonista delle più dure strette sulle piazze, da novembre 2019 all’ondata di proteste esplosa dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022. Teheran, nelle prime ore, non conferma. Ma per capire il peso di quell’uomo, bisogna tornare indietro: al 1979, all’idea stessa di “mobilitazione” che dà nome ai Basij, e poi alla carriera di un ufficiale cresciuto tra guerra, apparati e repressione, fino a sedere al vertice di una forza che unisce ideologia, apparato di sicurezza e controllo sociale.
Un quadro biografico essenziale
Nato a quanto riportato dalle fonti tra il 1963 e il 1965 – in più sezioni indicato come originario di Farsan, nella provincia di Chaharmahal e Bakhtiari – Gholamreza Soleimani entra giovanissimo nei ranghi dei Guardiani della Rivoluzione durante la guerra Iran‑Iraq. Nel tempo scala posizioni nei corpi provinciali del IRGC: diverse ricostruzioni lo danno al comando del Saheb al‑Zaman Corps di Esfahan, con inquadramenti e formazione superiore specifica nei corsi di comando dell’organizzazione. La biografia ufficiale è scarna e spesso frammentaria – com’è consuetudine per quadri con incarichi operativi – ma un dato è certo: il 2 luglio 2019 la guida suprema Ali Khamenei lo nomina comandante dell’Organizzazione dei Basij, al posto di Gholamhossein Gheybparvar. È l’inizio della fase più esposta della sua carriera.
A Washington, pochi mesi dopo, anche il suo nome compare tra i dirigenti colpiti dalle sanzioni USA: il Dipartimento del Tesoro lo designa come capo dei Basij all’interno di un pacchetto contro l’economia dei metalli e “alti funzionari del regime”, spingendo l’ufficiale direttamente nel mirino della pressione internazionale. Nel 2020 e negli anni successivi, analoghe misure arrivano da Regno Unito, UE e altri Paesi, con motivazioni legate a “gravi violazioni dei diritti umani” e al ruolo del Basij nella repressione delle proteste.
Che cosa sono i Basij e perché contano
Per comprendere il “potere” di Soleimani, occorre misurare il dispositivo che dirigeva. I Basij nascono per decreto di Ruhollah Khomeini il 25 novembre 1979 come “forza di mobilitazione” al servizio della rivoluzione: una rete di volontari, con radicamento in quartieri, moschee, scuole, università, fabbriche. Nel tempo, la struttura – formalmente subordinata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) – si istituzionalizza fino a diventare un pilastro della gestione dell’ordine interno: dalle ronde ai checkpoint, dal controllo morale alle piazze, dalle campagne ideologiche ai servizi sociali che alimentano consenso e reclutamento. Le stime sui numeri oscillano: dagli oltre 11 milioni rivendicati in passato in termini di adesioni nominali a valutazioni più prudenti – centinaia di migliaia di attivisti addestrati, con punte di mobilitazione fino a 500.000‑1.000.000 in caso di emergenza. La loro funzione, notano ricerche accademiche e centri di policy, è stata cruciale nelle strette del 2009, nel 2019‑2020 e nel 2022‑2023.
Sotto il profilo operativo, il Basij fonde tre livelli: la dimensione di “prossimità”, incarnata da cellule di quartiere e unità studentesche nelle università; il braccio “di sicurezza”, integrato con polizia e IRGC per pattugliamenti, arresti, dispersioni; un ecosistema ideologico‑organizzativo che lavora su giovani, associazionismo, media locali, fino a iniziative di “volontariato”, spesso valorizzate dalla stampa di Stato. Questa miscela spiega perché il comandante dei Basij diventi snodo cruciale tra politica, forze di sicurezza e società.
L’era Soleimani: sei anni al vertice tra piazze e repressione
Con l’arrivo di Soleimani alla guida, nel luglio 2019, la macchina Basij entra quasi subito nel suo test più duro. A novembre 2019, dopo l’annuncio‑shock del triplicamento del prezzo dei carburanti, una protesta spontanea si espande in decine di città. Rapporti di ONG e Nazioni Unite documentano l’uso estensivo della forza letale da parte di apparati di sicurezza, tra cui polizia, IRGC e Basij. Le stime delle vittime variano – si parla di oltre 300 morti secondo valutazioni ONU e di cifre anche più alte in altre ricostruzioni – ma il copione è chiaro: larga scala, fuoco contro manifestanti disarmati, retate, processi. Quel novembre è uno spartiacque nella memoria collettiva iraniana recente e incide in modo permanente sulla reputazione dei Basij e del loro comandante.
Seguono mesi di bassa e alta intensità: tra gennaio 2020 e il 2021 si alternano finestre di protesta, restrizioni pandemiche, campagne di propaganda e reclutamento giovanile. Ma è nel settembre 2022 – dopo la morte di Mahsa Amini – che la rete del Basij viene nuovamente proiettata in prima linea. La mobilitazione “Donna, Vita, Libertà” si diffonde in 31 province, con centinaia di raduni censiti nelle prime settimane. Gli osservatori internazionali e le inchieste indipendenti descrivono un pattern già visto: arresti di massa, uso di proiettili veri e pallini metallici, colpi esplosi a distanza ravvicinata contro manifestanti non armati e bystander. Nel racconto ufficiale, i Basij appaiono come “vittime” di un disegno “orchestrato dall’estero”; sul terreno, i loro reparti agiscono a supporto della polizia e in coordinamento con le unità provinciali dell’IRGC. La catena di comando, con Soleimani in cima, è più che mai decisiva.
Non a caso, quando nel 2026 l’IDF annuncia di averlo ucciso in un raid in Iran, i comandi israeliani collegano esplicitamente il suo nome alla “guida delle principali operazioni di repressione durante le recenti proteste interne”, riprendendo un profilo che in Occidente era stato già tradotto in liste di sanzioni, dossier e prese di posizione. Le prime agenzie ricordano che Teheran non ammette subito la perdita, mentre le ricostruzioni biografiche sottolineano come Soleimani non abbia alcuna parentela con il più noto Qassem Soleimani, capo della Forza Quds ucciso dagli USA nel 2020, ma condivida con lui l’habitus dell’ufficiale IRGC cresciuto nell’idea di resistenza e disciplina ideologica.
Sanzioni, narrativa di Stato e “guerra totale”
Sul piano internazionale, la figura di Gholamreza Soleimani diventa negli anni un case study delle intersezioni tra sicurezza interna e proiezione politica del regime. Il Tesoro USA lo colpisce nel gennaio 2020, inserendolo nella SDN List quale vertice del Basij; tra 2020 e 2025, annotazioni nei registri sanzionatori di Londra e Bruxelles segnalano misure analoghe per il ruolo nelle “gravi violazioni dei diritti umani”, con riferimenti diretti alla stretta del novembre 2019 e, più avanti, alle proteste del 2022‑2023. In parallelo, nelle uscite pubbliche, Soleimani incarna la retorica della “resistenza” contro USA e Israele, descrivendo il Basij come “avanguardia” non solo militare ma morale: dalle fabbriche ai mercati, i “combattenti di prima linea” diventano – nelle sue parole – produttori e commercianti, a difesa dell’economia di guerra. È il lessico di una mobilitazione permanente.
Sullo sfondo, le pubblicazioni di think tank e centri studi mettono in rilievo un altro tassello: dal 2007 i Basij sono stati formalmente assorbiti sotto il comando del capo IRGC, consolidando la loro natura di braccio interno del corpo rivoluzionario. Ciò ne ha accresciuto la potenza organizzativa e la copertura politica, ma anche l’opacità: gli analisti faticano a stimare con precisione organici, bilanci, catena di comando tra centro e province. In questo spazio si consuma l’azione di chi, come Soleimani, ha trasformato i Basij in un sistema capace di sorvegliare, punire, ma anche erogare servizi e propaganda: una architettura più che una semplice milizia.
L’angolo cieco della biografia
Come spesso accade con i quadri IRGC, restano zone d’ombra: anno esatto di nascita oscillante tra 1963 e 1965, pochi dettagli verificabili sulla prima carriera, passaggi provinciali ricostruiti per indizi di cronaca. Anche qui, però, la mancanza di dettagli non è un accidente: la gestione del profilo pubblico dei dirigenti addetti alla sicurezza interna privilegia l’aneddoto militante e la retorica rispetto alla cronaca minuta. È un tratto del regime della discrezione che accompagna i Basij dal 1979: mobilitare milioni come mito fondativo, far agire decine di migliaia come strumento reale.